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The Bell Jar. Sette artisti omaggiano Sylvia Plath

di Marianna D’Ovidio

Fino al 24 aprile 2026 la Galleria Monti8 di Roma ospita The Bell Jar, collettiva di sette artisti ispirata al romanzo omonimo della scrittrice Sylvia Plath (1932-1963).

L’esposizione è un omaggio alla giovane poetessa prematuramente scomparsa all’età di 30 anni. Abbiamo chiesto a Lea Ficca, fondatrice di Monit8 e co-curatrice insieme a Massimiliano Maglione, di raccontarci la mostra e aiutarci a comprendere le simmetrie tra gli artisti.

immagine per The Bell Jar, MONTI8. Installation view by Giorgio Benni
The Bell Jar, MONTI8. Installation view by Giorgio Benni

I lavori di Steffen Kern (Germany, 1988), Stephen Buscemi (Stati Uniti, 1998), Mounir Eddib (Belgium, 1995), Camilla Alberti (Italy, 1994), Naomi Hawksley (Stati Uniti, 2000), Ruby Chen (Cina, 2001) e Amber Wynne-Jones (Stati Uniti, 2003), sono accostati attraverso una sottile trama narrativa e lasciano presagire in controluce la storia del romanzo.

The Bell Jar racconta la storia di Esther, giovane protagonista che si sente intrappolata all’interno di una campana di vetro. La narrazione interseca tensioni interne e esperienze esterne. Il vetro della campana protegge, ma chiude anche al mondo. Rappresenta il limite entro cui agire, il confine tra azione e inazione, indica la demarcazione dell’esistenza.

L’allestimento della mostra consiste in continui passaggi narrativi che generano un circuito relazionale tra le opere. La scelta di occupare lo spazio centrale della galleria, con due sculture nel mezzo, tratteggia ulteriori collegamenti che non si esauriscono nelle pareti. Il racconto è cercato negli spazi vuoti rivestiti di valori simbolici. Il white cube è inteso come campo d’azione, generatore di un ponte narrativo tra i lavori.

Di grande impatto l’opera di Camilla Alberti (Italy, 1994), nella sua scultura dal sapore post umano che consente all’artista di ragionare sulla coesistenza e interdipendenza tra le specie.

L’estetica trans umana è resa tramite materiali riciclati che recuperano scarti e strumenti in disuso.

Il portato ecologico, condensato in un rosa tenue, riflette sul concetto di antropocentrismo e su quanto questo abbia determinato una selezione di forme.

Una severa scrematura e filtraggio non solo di immagini, ma anche di logiche di potere. L’inserimento a tratti di elementi in metallo stride, ma al tempo stesso conferisce eleganza al profilo etereo della scultura.

immagine perCamilla Alberti Saltational Monster, Mostro 2, 2024 Alluminio, gesso, cellulosa, ossido di ferro, polvere di ossa, carbone, polvere di carbone 60x36x38 cm

Stephen Buscemi (Stati Uniti, 1998) restituisce atmosfere languide ed evanescenti.

La sua poetica si concentra in visioni parziali da cui emergono frammenti di storie. La mano sul pianoforte, scelta come soggetto del dipinto, se da una parte è rassicurante, dall’altra introduce al mistero della totalità della scena.

Il close up apre ad una condizione irreale e sospesa nel tempo, resa con una tecnica leggera e sfumata.

immagine per Stephen Buscemi Small Song, 2024 Acrylic on linen 25×20 cm

Stare davanti ad un quadro di Ruby Chen (Cina, 2001) significa prima di tutto interrogarsi su simboli e significati.

Le opere dell’artista superano i normali accostamenti della mente umana e producono associazioni di idee distanti. Ne risulta una ricerca non convenzionale che apre all’inconscio. Chen punta sul valore percettivo dell’opera e sulla sensazione di straniamento.

immagine per Ruby Chen In a Building That Is Falling Apart, 2025 Oil on canvas 50×110 cm

Ruby Chen
In a Building That Is Falling Apart, 2025
Oil on canvas
50×110 cm

 

Abilità fotografiche, tagli cinematografici e luce calibrata sono le caratteristica delle opere di Steffen Kern (Germany, 1988).

Nel dipinto, le pareti della stanza lasciano intravedere un tavolo e una sedia. Lo sguardo converge verso il centro grazie alle quinte laterali che spingono nel punto focale interno. L’uso dei pastelli conferisce un’atmosfera impalpabile, caratterizzata da tonalità morbide e sfumate.

immagine per Steffen Kern Kitchen, 2026 Black Pastel and Color Pencil on Paper 20×40 cm

Steffen Kern, Kitchen, 2026
Black Pastel and Color Pencil on Paper
20×40 cm

 

Amber Wynne-Jones (Stati Uniti, 2003) è l’artista più giovane in mostra.

La sua opera è attraversata da pennellate dense, articolate in gesti decisi e ripensamenti. I suoi quadri resistono ad una forma definita, le immagini sono tracciate nell’interiorità dell’artista e successivamente rivelate. I verdi e i marroni abitano la tela in livelli di cesura, deviazione e riconfigurazione delle forme.

immagine per Amber Wynne-Jones Art of Mirrors 2025 Oil and charcoal on linen 45,72×61 cm

Amber Wynne-Jones Art of Mirrors 2025
Oil and charcoal on linen
45,72×61 cm

 

Nelle opere di Mounir Eddib (Belgium, 1995) si avverte il tema della casa e del lavoro, lo svuotamento dei luoghi e il senso di destinazione.

Le sue origini parlano di una famiglia marocchina costretta a trasferirsi in Belgio per lavorare nelle miniere. Il nero fumo di questi ambienti si deposita sulle opere di Eddib, spesso attraversate dal senso di schiacciamento e torpore che accompagnava il lavoro in miniera.

La casa evocata nella scultura diventa simbolo di valore, elemento essenziale di una comunità che vive ai margini e si ritrova tra le mura domestiche. La cura dei rapporti e l’identità sono tutto ciò che resta. L’inserimento di piombo e catrame si rifà alla cultura marocchina, in cui questi elementi sono tradizionalmente associati a funzioni protettive.

immagine per Mounir Eddib Unshaken, 2026 Oil paint, acrylic and lead on canvas 40×50 cm

Mounir Eddib Unshaken, 2026
Oil paint, acrylic and lead on canvas
40×50 cm

 

Naomi Hawksley (Stati Uniti, 2000) lavora solo con disegni in bianco e nero.

Due figure sembrano guardarsi, in realtà è solo una allo specchio. Qui la tecnica genera forme diafane, rese quasi in controluce. L’artista dimostra grande capacità tecnica che restituisce transizioni morbide, tra tenerezza e profondità, realtà e percezione.

immagine per Naomi Hawksley Untitled 2026 Graphite on vellum and newsprint, silicone, acrylic, artist’s frame 58,5x33x33 cm

Naomi Hawksley Untitled 2026
Graphite on vellum and newsprint, silicone, acrylic, artist’s frame
58,5x33x33 cm

Monti8 si conferma una galleria la cui ricerca curatoriale è tesa alla individuazione e valorizzazione di nuovi talenti, portandoli all’attenzione della scena culturale italiana. L’analisi si articola in prospettive ampie, tese ad intercettare dinamiche artistiche, presentate al pubblico sotto una nuova luce di indagine.

Il percorso condotto dalla galleria si sviluppa attraverso un processo di sperimentazione per esplorare forme e linguaggi, e aprire a nuove visioni di interpretazioni della contemporaneità.

Informazioni The Bell Jar

immagine per Marianna D’Ovidio
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Marianna D’Ovidio ha conseguito la laurea in Lettere e si è specializzata in Archeologia Classica presso l'Università La Sapienza. Ha dedicato una parte significativa della sua carriera alla didattica archeologica, collaborando con la Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo. Inoltre, ha contribuito al progetto di inventariazione dei beni culturali mobili della Diocesi di Avezzano. Nel 2009, è stata tra i volontari impegnati nel recupero dei beni culturali danneggiati dal sisma dell'Aquila. Attualmente, è docente di Lettere nella scuola secondaria di I grado a Roma e scrive articoli su archeologia e arte contemporanea. Dal luglio 2025 è iscritta all'Albo dei Giornalisti, elenco pubblicisti.

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