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MobiliDinamici, gli oggetti come compagni di vita. Interviste a Federica Casetti e Simone Nerini

Cogliamo l’occasione della loro presenza al MACEF di Milano, Salone Internazionale della Casa e del Bijoux, per farci raccontare nei particolari l’esperienza di un un progetto nato nel 2011 dall’incontro due architetti che avevamo già conosciuto a Spazio Grisù e che mettono al centro delle loro opere il ferro e la mano dell’uomo: ne parliamo con Federica Casetti e Simone Nerini, fondatori di MOBILIdinamici.

Partecipate con il vostro studio al Progetto Grisù alla ex caserma dei Vigili del Fuoco di Ferrara, lavorate a stretto contatto con gli artigiani del vostro territorio, tutto ciò sottolinea la vostra attenzione per la qualità delle risorse e del saper fare italiano; quali sono i principi che vi guidano?

Federica Casetti: “A nostro avviso gli oggetti devono fare compagnia, solo così diventano davvero nostri compagni di vita e come amici, ci raccontano la loro storia, si invecchia insieme. Perché questo accada il materiale deve poter mostrare come è nato e come si trasforma dal momento in cui viene a contatto con noi e viceversa. Gabriele Centazzo, Presidente di Valcucine S.p.A. afferma:

“I materiali che hanno una storia partono da un punto di bellezza e più si rovinano e consumano più la bellezza aumenta. I materiali che non hanno storia nascono già al punto di bellezza massimo e da lì possono solo degradarsi e scendere di bellezza.”

Vale anche per i nostri mobili: quando escono dall’officina per entrare sul mercato, non sono all’apice della loro bellezza, ma possono narrare come hanno vissuto fino a quel punto del loro percorso. Usandoli, lasciamo su di loro le tracce della nostra interazione, i graffi, la patina del tempo e questi stratificano storia e acquistano bellezza, ognuno in modo diverso, a seconda di chi incontrano. I nostri non sono materiali che peggiorano o si rovinano se utilizzati. Pensiamo ad un composto plastico: quando viene prodotto, da nuovo, è al massimo dello splendore, dell’estetica, ma inevitabilmente con l’uso si deteriora.”

Ritenete sia possibile creare legami affettivi con oggetti di ferro crudo?

Federica Casetti: “In genere si pensa che i materiali a cui ci si può affezionare siano solo quelli più caldi come il legno o le pietre naturali. Il legno deriva da una pianta, è quindi un essere vivente, dà un senso di affinità forte. Lo stesso succede con le pietre come il marmo, accettiamo le venature e le imperfezioni come un valore aggiunto. Con il ferro è diverso: di solito lo si reputa freddo, senza storia, quasi immodificabile, anche perché spesso si vede già verniciato o trattato con sostanze che gli impediscono di invecchiare.
Il ferro naturale, invece, è un minerale, subisce trasformazioni sia dall’atmosfera (lo ossida fino a distruggerlo completamente) sia dall’uso, che registrando e dichiarando l’interazione, gli conferisce un aspetto più morbido, liscio, caldo. Al contrario, dove non c’è contatto, la superficie diventa via via più “rugosa”, si sfoglia in ruggine. Ritroviamo tutto ciò nei vecchi oggetti di famiglia, utensili di cucina per esempio o strumenti della campagna. In un antico aratro, la parte del vomere che pratica il solco nella terra è lucidissima, come ad indicare il punto di contatto tra l’uomo e l’attrezzo: il lavoro.”

 Il ferro è il vostro unico materiale o ne impiegate anche altri?

Federica Casetti: “L’elemento d’elezione è il ferro, messo però in contrasto con altri materiali. Per esempio il vetro: la trasparenza caratteristica è l’esatto opposto del ferro, materia considerata opaca per eccellenza. E’ impossibile pensare ad una lastra metallica che diventa traslucida, come invece può avvenire per la pietra (con l’alabastro si facevano le vetrate) o per il legno (se è molto sottile può dare un effetto di semitrasparenza). C’è molta lontananza anche rispetto al senso di fragilità: il cristallo richiede un’estrema cura per evitare che si frantumi, mentre il ferro al contrario, può reggere e sopportare anche le maniere sgarbate. E’ molto interessante, infine, il gioco di riflessi e di colori che si crea tra i due. In un caso abbiamo poi impiegato l’ardesia, la pietra naturale usata per fare le lavagne, in virtù della sua superficie ruvida che trattiene con facilità le impronte di chi ne viene in contatto. Ci piace pensare che, con il gesso (esperienza comune a tutti noi) la lavagna fissa i messaggi immediati, mentre il ferro quelli a lungo termine.”

Qual’è il vostro costrutto teorico di riferimento, quali correnti stilistiche seguite?

Federica Casetti: Ci sono teorie alle quali ci riferiamo, a nostro parere trasversali anche in senso temporale, come la filosofia del Wabi Sabi[1] che riconosce un’affettività anche per gli oggetti; molto vicina alle nostre creazioni, ha influenzato tutti i metodi espressivi, dalla poesia all’architettura, al cibo e così via; non è riconducibile ad un periodo preciso e nel design ci sono momenti in cui è meno visibile sull’estetica “di moda”, com’è successo negli anni ’80, superpatinati, lucidi (e plastificati). Il “grunge”, invece ha riportato in auge un capo d’abbigliamento praticamente sempre esistito, il jeans sdrucito, perfetto esempio del concetto di affezione ad un oggetto, perchè più lo si indossa più diventa “nostro”. Con l’Arte Povera, i mobili in legno davano l’effetto del pezzo unico, del mobile di famiglia, usato e tramandato da generazioni: le tracce, i segni, il cambiamento di colore, ne facevano un pezzo della nostra vita.
Nel Wabi Sabi si parla soprattutto di materiali che registrano più in fretta il passare del tempo, la carta, i vegetali, la ceramica. A questo concetto noi abbiamo “impiantato” l’utilizzo del ferro, più vicino alla corrente Steampunk, che ha come principi cardine i metalli e la trasformabilità. Si ricreano oggetti punk, quindi moderni con le tecniche usate nel periodo della prima Rivoluzione Industriale, cioè delle macchine a vapore, con un largo uso di carrucole, ingranaggi e piccoli meccanismi, completamente sorpassati nell’era digitale, sostituiti dai circuiti elettronici. Questo ha influenzato anche la scelta del nostro nome: i nostri mobili sono dinamici sia perchè si trasformano col tempo e con l’uso, sia perchè si muovono, ma solo con l’interazione diretta dell’uomo. L’uomo diventa il motore consapevole della macchina e interagendo direttamente, ne percepisce il peso ed applica uno sforzo misurato all’occorrenza.

E spesso tra le strutture di ferro che voi create, crescono delle piante; ricorda molto i muri esterni delle vecchie case di campagna coperte di rampicanti secchi e verdi…

Federica Casetti: Sì! Le piante, non sono intese come soprammobili appoggiati alla superficie, ma come una parte del mobile inserita nel progetto fin dall’inizio, in aperto dialogo con la struttura che le ospita. E’ molto evidente in alcune linee lo studio fatto a priori per favorire la convivenza per esempio con un gelsomino o un’edera e per sottolineare il confronto tra l’invecchiamento del materiale ferroso e quello dell’elemento “vivo”. In MAGLIAQUADRA ci sono parti disegnate appositamente per servire da supporto ad un rampicante che cresce, si sviluppa e prende forma seguendo l’andamento del mobile. Si crea così un nuovo oggetto nel quale alcune parti in ferro diventando via via inaccessibili, assumono una patina ossidata e altre zone delle maglie vengono completamente riempite dai rami. Anche in questo modo si registra il passare del tempo: il ferro segna i tempi lunghi, mentre il vegetale ci permette di seguire nella quotidianità l’alternarsi delle stagioni. Crescendo la pianta ingloba il “supporto”; succede che alcuni rami si secchino e noi consigliamo di lasciarli comunque per creare una scultura di legno, incastonata nel ferro.
Di norma nelle nostre case ci sono alcuni mobili ai quali ci avviciniamo di rado: questo sistema ci costringe a vivere molto più a contatto in quanto è necessario curare la pianta quasi quotidianamente.

Come nasce l’idea di un mobile o di un complemento d’arredo e come viene realizzato:

Federica Casetti: l’idea nasce di solito dalla registrazione di una necessità, nel vivere quotidiano ci si rende conto che servirebbe un tavolo da spostare o trasformare a seconda del bisogno, rimanendo seduti o una libreria da alzare senza fare troppa fatica. Dopo una discussione insieme, realizziamo gli schizzi a mano, il modo migliore per dare carattere e anima alla struttura e avere una bozza delle proporzioni e del funzionamento. Il tutto viene poi trasportato al computer. I nostri mobili si basano sul principio delle “Macchine Semplici”[2], di Leonardo Da Vinci, per cui applichiamo ruote, cerniere, piani inclinati e la simulazione in 3D al computer ci permette di avere un riscontro fisico e statico, di verificare la fattibilità in termini molto concreti di movimento, di dinamica dei meccanismi, spostamento degli equilibri, peso, etc. Una volta realizzato il disegno tecnico con lo schema di costruzione, si passa al lavoro in officina, dove si scelgono profili, sfumature di colore del ferro e si crea il prototipo, si mette a punto la fase di produzione, si fanno le opportune modifiche su materiali, spessori, dimensioni per trovare la soluzione ideale, più funzionale e pratica. Anche la scelta dell’attrezzatura impiegata richiede molta attenzione, perchè sarà proprio questa che lascerà il segno preciso sul materiale, così come i vari metodi di saldatura: un “cordone” lungo darà l’effetto di una cicatrice, semplici “punti” daranno variazioni di colore alla superficie. Le saldature diverse, così come la molatura, sono quasi una “firma”, uno stile, una specie di impronta digitale, esattamente come succede per chi le lascia concretamente modellando la ceramica. Lo stesso avviene per certi bicchieri veneziani: dall’angolo di incidenza della mola, un esperto può risalire al vetraio che lo ha creato.

Oggi si parla molto di riciclo, qual è la vostra idea in proposito?

Simone Nerini: “I MOBILIdinamici sono completamente riciclabili. Il ferro ha una vita lunghissima, si smonta un pezzo ed è possibile poi riutilizzarlo o rifonderlo ex novo.
Non facciamo riciclo nel vero senso della parola, i nostri non sono oggetti che conclusa una propria vita, vengono ripresi per un’altra, con una funzione diversa. Impieghiamo materiali e accessori di meccanica nuovi, cambiando la loro identità (l’arredamento) rispetto a ciò per cui sono stati progettati e realizzati (in genere carpenteria leggera o edilizia).”

Avete partecipato al MACEF portando anche il nuovo nato di MOBILIdinamici, facciamo un bilancio?

Simone Nerini: E’ stato il nostro esordio ad una manifestazione così importante e siamo soddisfatti per i consensi e i molti contatti, di vario genere, sia per il mercato italiano che per quello estero. Il MACEF è il Salone Internazionale della Casa, si occupa in particolare di oggettistica, complemento d’arredo e finitura d’interni, vicino quindi a quella che è la nostra tipologia. Abbiamo portato le nostre linee base, ad iniziare dai coffe-table da salotto della linea INBILICO, a struttura fissa ma con ripiani scorrevoli. Di IDOLO fanno parte alcuni oggetti studiati soprattutto per essere impiegati in gallerie d’arte, mostre, adatti per negozi, musei sale espositive e gallerie d’arte, servono per presentazioni e slide show su tablet o per esporre stampe, scritti o fotografie. MAGNETICA è una struttura scatolare, con apertura superiore ad anta trasparente che contiene piccoli chiodi e uno o più magneti che, sul piano inclinato creano composizioni dinamiche e ne permettono l’utilizzo come ferma – appunti. Per la linea MAGLIAQUADRA la scelta è caduta sull’ultima creazione, un tavolo pensile pieghevole, pensato principalmente per logge o balconi che può essere utilizzato anche in interni, che siano piccoli appartamenti oppure open space multifunzione, dove saltuariamente si rende necessaria un’ulteriore ed estemporanea superficie d’appoggio. Il piede, costruito con la rete MAGLIAQUADRA, ospita una serie di supporti per piccoli vasi di piante aromatiche o verdure e portacandele. La parte “vegetale” continua a vivere tranquillamente sia con il tavolo aperto che chiuso, diventando una sorta di orto o giardino verticale.

Qual è il vostro apporto all’eccellenza dell’artigianato italiano?

Simone Nerini: I nostri sono pezzi unici, inevitabilmente. Due mobili usciti dallo stesso disegno, si differenziano per le tracce della mano che ha operato, lasciate a vista per sottolineare la cura e la non ripetibilità della lavorazione. Tutto ciò valorizza la perizia dell’artigiano che ha realizzato i pezzi. Progetto, materiale e opera sono completamente Made in Italy, con l’aggiunta di un pizzico di “aggressività”, un carattere un po’ più forte, rispetto al classico artigianato d’arredamento italiano.

Rispetto al mercato attuale che fa soprattutto richieste di serialità e di “universalità”, dove tutto deve durare poco ed essere sostituito in fretta dal “nuovo”, a fronte di una qualità spesso lasciata in secondo piano, come vi ponete?

Federica Casetti: Ci rivolgiamo certamente ad un mercato diverso. Rispetto ai grandi numeri della produzione seriale, ci sentiamo più vicini ad un mercato di nicchia, ad un cliente che cerca il pezzo unico o comunque prodotto in piccola quantità. Il nostro è un design abbastanza simile all’idea dell’abito su misura, sartoriale, o alla stampa pregiata. Tutto ciò vuole essere anche un supporto per l’artigianato di alto livello che abbiamo in Italia. Quando progettiamo un pezzo, sappiamo già quali attrezzature serviranno e scegliamo la persona che le userà per dare un certo carattere. Per noi la delocalizzazione è impensabile, non ci permetterebbe di essere presenti in officina nelle varie fasi della lavorazione, affiancando il personale.
Qui si riassume la nostra filosofia: se si inventa e si progetta un pezzo che ci deve raccontare nel tempo la sua storia, dobbiamo poterla seguire fin dall’inizio, sarebbe un errore (ed un peccato) delegare questa parte ad altri.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Biografie:

Federica Casetti
Nata a Ferrara, metalmeccanico per tradizione di famiglia, dal 1992 al 2006 vive a Venezia dove si laurea in architettura.
Nel 2008 dopo un internship presso lo Studio Asymptote di New York rientra a Venezia, all’ Universita’ IUAV, dove lavora come assistente alla didattica nel corso di Architettura degli Interni.
Attualmente e’ tornata a Ferrara, alle radici e al ferro.
Nel 2011 Insieme a l’arch. Nerini crea “MOBILIDinamici”.

Simone Nerini
Nasce a Sermide, dopo studi artistici e laurea in Architettura, matura esperienze presso atelier di Design a Bologna e vari studi di architettura tra Venezia e Ferrara.
Dal 2002 e’ titolare di uno studio di progettazione e design ad Argenta.
Dal 2003 e’ fondatore e Direttore Artistico del Festival di Cortometraggi “Zerotrenta”.
Nel 2011 Insieme a l’arch. Casetti crea “MOBILIDinamici”.

Sito: www.mobilidinamici.it

Note

1.  Difficile tradurre “Wabi Sabi”: Ostuzzi (da “Il valore dell’imperfezione”- Ostuzzi, Salvia, Rognoli, Levi – Franco Angeli) afferma: “I giapponesi hanno la mirabile tendenza a lasciare l’inspiegabile indefinito e quando si tratta di wabi sabi questa convinzione risulta quanto mai veritiera. Interrogando persone giapponesi su cosa sia il wabi sabi sembra essere impossibile ottenere una risposta precisa ed esaustiva” Nasce in Giappone e si lega alla tradizione della Cerimonia del tè. Leonard Koren nel suo libro “Wabi Sabi per artisti, designer, poeti e filosofi” (Ponte Alle Grazie, 2002) lo definisce come “la bellezza delle cose imperfette, temporanee e incompiute. E’ la bellezza delle cose umili e modeste. E’ la bellezza delle cose insolite”. Crispin Sartwell, in “I sei nomi della bellezza. L’esperienza estetica del mondo” (Einaudi, 2006) scrive “è la bellezza delle cose appassite, erose, graffiate, intime, ruvide, terrose, evanescenti, incerte, effimere. E’ una forma di bellezza che supera la dicotomia tra bellezza e bruttezza, e tra ordinario e straordinario”.

2.  Macchine semplici: le tecnologie che servono per applicare una forza maggiore della sola forza muscolare (l’uomo è la forza motrice) attraverso il principio del guadagno meccanico, attraverso l’uso di meccanismi come leve, ruote, piani inclinati, carrucole, etc. Leonardo Da Vinci ne conosceva perfettamente l’uso e le combinava insieme per costruire i propri meccanismi complessi.

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