di

Pionieri # 12. Roma e Ranxerox, la capitale inattesa a 30 anni dal cyberpunk

Questo articolo nasce come ispirazione da un breve passaggio di un discorso di Massimiliano Ercolani (www.dokclab.wordpress.com) durante la presentazione della sua mostra One Piece, One Exibition #1 HE.G.O. – Heuristic Geonemic Organism che si tenne nel Luglio del 2012 nello spazio The Room Gallery a Roma, in cui si faceva cenno al rapporto tra geonemia ed euristica e all’immaginario cyberpunk con la Roma contemporanea. A mio avviso, quella Roma trova oggi perfetta aderenza nella preveggente visione dei due grandi autori del fumetto italiano degli anni ’80: Stefano Tamburini e Tanino Liberatore.

C’era una volta un apparecchio di elettrofotografia prodotto dalla Haloid Company di Rochester (New York), che per motivi di appeal commerciale prese poi il nome di Xerox (derivato da xerografia quindi da due radici greche che significano “scrittura a secco”). Era il 1948. L’Azienda statunitense si affermò su scala mondiale nel 1959 con il famoso modello Xerox 914. Divenuta poi una multinazionale aprì nel 1961 una sede a Milano con il nome commercializzato in Europa di Rank Xerox.

Diciassette anni dopo nel 1978 un “androide coatto” con sembianze umane dotato di una grande forza fisica, una feroce violenza, e costruito con i pezzi di una fotocopiatrice e altra non identificata elettronica low-fi si aggira per Roma: il suo nome è Rank Xerox. Ma niente paura, il personaggio in questione è un antieroe dei fumetti creato dalla fantasia e dai disegni di Stefano Tamburini e di Andrea Pazienza (che preparava i bozzetti a matita) coadiuvati dal grande talento di Tanino Liberatore che ne ha ereditato poi il segno portandolo nella versione grafica più evoluta con un tratto definito poi da molti michelangiolesco.

L’iniziale nome di battesimo del coatto cyberpunk, Rank Xerox, per motivi legali divenne poi Ranxerox. Infatti, nel febbraio del 1980 la filiale italiana della Rank Xerox chiede in una lettera che il nome venisse cambiato onde evitare che il marchio fosse  associato ad un personaggio poco raccomandabile e dipendente dal Vinavil «le cui imprese sono un concentrato di violenza, oscenità e turpiloquio» (cit.), annunciando che, in caso contrario, si sarebbe vista costretta ad agire per vie legali.

Tuttavia non mi soffermerò molto di più sull’originalità del personaggio e sulla sua biografia. Quello che mi preme di più sottolineare è che, ad oltre 35 anni di tempo, i due autori sono stati gli unici ad avere una visione così sinistramente sfavillante di come la Capitale si sarebbe avviata verso un processo di incuria e decadimento che si è innescato soprattutto negli ultimi anni.

Dalle materiche e ruvide tavole ne esce una metropoli distopica afflitta dalla corruzione, dal degrado e dalla violenza, dove tecno-coatti si aggirano padroni della città svuotata da ogni presenza di autorità e di legalità. La Roma di oggi è l’unica metropoli del mondo occidentale dove si sta realizzando ad oltre 30 anni di tempo la suggestione cyberpunk. La scena urbana e la tecnologia che le fa da ossatura intaccata dal degrado e dal vandalismo si trasforma in un dispositivo corrotto, malfunzionante, maleodorante. E’ un’esperienza che può fare chiunque prendendo le sole 2 linee della metropolitana di cui la capitale d’Italia è ancora dotata. Stazioni fatiscenti dove puoi vedere tubi – corrugati pendere da contro-soffitti ammuffiti. Lampade fluorescenti fulminate, ronzanti, senza schermi protettivi. Monitor che rimandano pubblicità e news in cui alla pulizia e la nitidezza dei pixel fa da contrasto uno scenario sudicio e danneggiato. Muri imbrattati con tag da sedicenti mediocri writers. Sportelli di dispositivi di sicurezza aperti e manomessi. Convogli della metro imbrattati con le superfici vetrate aggredite da vernici e dall’acido fluoridico. All’interno delle stazioni e nei sottopassaggi sciamano indisturbate bande di minorenni nomadi dedite allo scippo e al furto con destrezza. Stazioni che basta un normale acquazzone a mettere in crisi, ad allagare come condotti fognari.

La situazione non è migliore in superficie.

Gli autobus subiscono spesso la stessa sorte dei convogli della metropolitana. Anche qui vetri imbrattati, graffiati, sedili danneggiati mentre gli schermi diffondo immagini pubblicitarie e una voce rassicurante ti segnala la prossima fermata riportandoti ad un’atmosfera high-tech da confortevole air terminal di aeroporto, poi guardandoti intorno vedi solo un ambiente già ossidato dal tempo e dall’incuria. Il tecno-coatto dell’entourage di Ranxerox lo ritrovi nelle moltitudini di smartphone-dotati a bassa alfabetizzazione scolastica, allevati in serie come cavie da anni di tv spazzatura, abbigliati con precisi codici di appartenenza e tagli da militanti suburbani che si riversano negli shopping mall, nelle piazze e nelle strade commerciali della città dal centro alla periferia senza alcuna distinzione. Anche qui il degrado è senza soluzione di continuità. Negli arredi urbani distrutti, nei segnali stradali piegati e resi illeggibili dalle tags e da strati di stikers senza più etica e militanza, nei marciapiedi lerci e sconnessi, nell’alienante presenza di bancarelle abusive mafia-dirette tutte uguali che vendono all’infinito sempre gli stessi articoli dall’EUR ai Parioli, dal Tuscolano a Prati. Cartelli pubblicitari illegali, muri imbrattati da scritte e manifesti e tutto quello che esiste da quota zero a circa 3 metri è vandalizzato, abusato, manomesso.

La tecnologia indossata dai cittadini che si muovono in questo scenario urbano è sicuramente un elemento stridente e dissonante. Una frenetica corrente di smartphone, tablet, smartwatch da polso e altri dispositivi digitali che tengono in costante comunicazione con la Rete individui che a volte non si esprimono correttamente neanche nella propria lingua e ignorano anche cosa esiste aldilà del proprio isolato. E’ un medioevo dei suk affollati e multietnici. Come un continuo flusso dove si è perso il concetto di comunità e di collettività, di memoria storica. Esiste solo una arrogante individualità che va conquistata giorno dopo giorno, passo dopo passo segnando il territorio, marcando il territorio, divorando tutto ciò che è spazio pubblico per piegarlo alle proprie esigenze, alle proprie necessità di sopravvivenza in accampamenti urbani dal centro storico ai bordi del GRA.

Anche le automobili più glaciali e tecnologicamente avanzate le vedi abusivamente divorare il suolo pubblico. Parcheggiate in bella mostra sotto ai monumenti assediati dalle lamiere, o ancora altre auto aggrovigliate sotto le facciate barocche delle fatiscenti facciate di palazzi storici. Tutto fa uno strano effetto. Una strana distorsione spazio temporale, oltre ad essere una pratica illegale fin troppo tollerata. Roma è un “fantastico caotico laboratorio” dove trovano patria tutti quei personaggi, familiari a quelle atmosfere riconducibili anche al capolavoro di Ridley Scott, Blade Runner. Non a caso Bruce Sterling considerato uno dei padri fondatori della cultura cyberpunk ha definito a posteriori il cyberpunk come:

“un nuovo tipo di integrazione. Il sovrapporsi di mondi che erano formalmente separati: il regno dell’high tech e il moderno pop underground”.

A Roma in più ad esaltare lo scenario c’è un peso e una stratificazione della storia che impatta come una pressante forza gravitazionale.

Ritornando alle tavole del duo Tamburini-Liberatore in alcune pubblicazioni di Ranxerox dei primi anni ’80, possiamo vedere una degradata fermata di una linea M3 (ottimista, dal momento che siamo ancora fermi a 2 linee con una terza bloccata tra mille difficoltà) addirittura a Piazza Farnese. La stazione è sporca, poco illuminata, c’è la presenza di infiltrazioni di acqua e di muffe, cavi male assicurati, presenta i tipici segni di assenza di manutenzione. Ci sono manifesti abusivi laceri attaccati sui pilastri e qualche tag. Come non associarla allo stato pietoso di alcune fermate della metropolitana romana?

E ancora: stavolta ci troviamo a Ponte Garibaldi altezza Isola Tiberina. Il biondo Tevere è diventato una specie di Lete, morto dell’oblio. Le acque color argilla sono quasi immobili e paludose e tra i suoi argini si muovono come ombre comunità di emarginati che sopravvivono tra immondizia, rottami e scarti della città. Scene oggi consuete: delle tendopoli e baraccopoli sorte sugli argini del fiume dal centro alla periferia. Addirittura il relitto di elicottero è adagiato sotto le arcate del ponte. Sopra, la morsa del traffico che paralizza le strade e la speculazione edilizia, con alcune suggestioni wrightiane di un Guggenheim parking hanno divorato il tessuto storico sovrapponendosi e in alcuni casi fagocitandolo. La qualità dell’aria descritta è quella che si respira mediamente a oggi a Roma e che crea in questi giorni il risibile provvedimento delle targhe alterne o delle domeniche ecologiche frutto del fallimento e dell’immobilità di tutte le amministrazioni capitoline di sempre; dissesto rafforzato dai recenti capitoli di corruzione sul tema del trasporto pubblico. Cito il testo:

“Ponte Garibaldi, ore 20.30: a quest’ora l’aria è così densa di monossido di carbonio da poter quasi udire nei polmoni della gente il fruscio delle cellule cancerose che proliferano allegramente come spermatozoi nei testicoli di un ragazzo in buona salute…” .

Questo non è stato scritto oggi ma nel 1983.

Proseguendo il nostro viaggio in questa Capitale distopica ma neanche tanto lontana da quella reale, vediamo ancora rampe di metropolitana deteriorate, maxi grafica pubblicitaria onnipresente, telecamere di videosorveglianza che poi nessuno sembra videosorvegliare, banchine affollate da romani, da turisti e da una presenza premonitrice di “zingare dell’est Europa” (testuale) con prole a seguito. Uno scenario consueto di chi oggi si serve quotidianamente della subway romana. Ancora un esempio, il resto lo potete scoprire da soli osservando attentamente le tavole pubblicate nell’articolo. Ci troviamo alla Stazione Termini. In primo piano uno scooter, mezzo prediletto per lo spostamento veloce e disinvolto dei romani del nuovo millennio e come quinta scenica Il dinosauro con il fregio lineare in alluminio di Amerigo Imre Toth che è ancora perfettamente riconoscibile. Il grande fronte di Montuori e Vitellozzi del 1950 presenta i segni del tempo. Sulla sommità ci sono superfetazioni tecnologiche come grandi antenne, forse un eliporto dove un elicottero sta per atterrare e sulla grande pensilina la presenza di innesti di immensi impianti termoidraulici che perforano la facciata. Anche qui l’atmosfera è opacizzata da pulviscolo di particolato inquinante. Quello che non hanno previsto i 2 autori è che la storica torre-faro della Osram installata in occasione delle olimpiadi romane del 1960 è stata rimossa nei lavori di riqualificazione di Piazza dei Cinquecento dei primi anni 2000.

Traendo le dovute conclusioni, i romani e i turisti che vengono a trascorrere le loro sempre più brevi vacanze in una metropoli in totale fallimento, una città che offre loro sempre meno, possono però avere il privilegio di vivere un’esperienza più unica che rara: la saldatura del mondo high-tech con il pop metropolitano più trash e meticciato condito con una presenza di monumenti e testimonianze storiche e artistiche eccezionali, rare nel mondo. Il cyberpunk dopo 30 anni è qui, ora tra noi, e ne siamo tutti i giorni, nostro malgrado, i veri protagonisti.

3 commenti

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

La frase della settimana…

Loading

Archivi PDF

Gli articoli non più online li trovi negli Archivi:
Articoli in PDF per mese