Come il linguaggio influenza la forma di una metropoli

“Se la lingua potesse produrre beni materiali, i cialtroni sarebbero le persone più ricche del mondo.”
Lee Moretouch, 1950

Si tratta solo di un’ipotesi, assumeremo una posizione deterministica, ben sapendo che tutte le posizioni deterministiche sono state messe a dura a prova, smentite o addirittura superate. Assumere una posizione deterministica nel nostro caso significa metterci sul piano della provocazione intellettuale e anche alcuni autori che citeremo sono utilizzati esclusivamente per provocare il lettore e spingerlo a interrogarsi sulla relazione al centro delle nostre argomentazioni, ovvero la relazione tra linguaggio e metropoli. Se dapprima Kurt Lewin e poi i lettristi avevano considerato le influenze dell’ambiente sul comportamento affettivo, e nel caso dei lettristi dell’ambiente propriamente urbano, occorrerà realizzare un esperimento e provare a rovesciare la formula ponendosi la domanda su quali siano le influenze dei comportamenti affettivi sull’ambiente urbano. Se poi considerassimo il linguaggio come una delle forme con sui si manifesta il comportamento umano e se circoscrivessimo i nostri interesse a questa forma di comportamento, avremmo la vecchia formula deterministica che la forma di una metropoli determina il linguaggio dei suoi abitanti.

Nel 1733 Lord Arbuthnot sostenne nel suo Essay on the Effects of the Air on Human Bodies che i popoli che abitano nei climi freddi usano meno vocali di quelli che abitano nei climi caldi perché cercano di aprire la bocca il meno possibile, mentre i popoli dei climi caldi tendono ad aprire più la bocca per ottenere più ossigeno (Cardona, 1977: 35). Come sostiene Cadorna queste teorie che possono sembrare bizzarre non furono ignorate anche dai linguisti più critici, ad esempio Marcel Cohen cita Arbuthnot scrivendo “I climi e il modo di vivere nei diversi climi possano avere effetti linguistici, soprattutto nel fonetismo (esempio: nei paesi freddi si aprirebbe meno la bocca)”, affermando “Non possiamo scartare a priori studi in questo senso” (Cohen cit. in Cardona, 1977: 37).

Ora a differenza del clima (almeno fino a pochi decenni fa), un agglomerato urbano è una produzione umana e ogni produzione umana necessita del momento necessario dello scambio comunicativo, quindi a differenza di questi determinismi potremmo affermare con abbastanza facilità e lo dimostreremo che è il linguaggio a influenzare la forma di una metropoli e non il contrario. Mi scuso anticipatamente con gli urbanisti che mi hanno formato e che mi hanno insegnato a mettere lo spazio al primo posto, tuttavia sono un antropologo e non solo ritengo il linguaggio come ciò che dà forma agli agglomerati urbani ma utilizzando una vecchia formula marxista in disuso che il linguaggio sia strutturale e la metropoli sovrastrutturale.

Metterò da parte per un momento i testi sulla città di un autore così abusato come Henri Lefebvre e utilizzeremo il suo celebre saggio sul linguaggio “Linguaggio e società”. Ciò che del linguaggio ha la forza di impattare sulla forma urbana, sia sulla crescita spontanea della metropoli sia sul progetto è ciò che Lefebvre chiama “discorso”. Il discorso seleziona, impone, esclude, ha la forza di condizionare profondamente il comportamento dei parlanti e attraverso i parlanti le loro decisioni in termini relazionali e spaziali. Il linguaggio è il più antico dispositivo in cui l’uomo sia stato catturato scrive Agamben, esso lo orienta e lo guida verso certi tipi di affinità relazionali, verso certi tipi di spazio pubblico, vero certi tipi di spazio privato e infine è in grado di sedimentarsi come una retorica persuasiva che rafforza e sostiene gli interessi economici dominanti, alla base dunque delle forme urbane e del loro andare oltre oggi le tradizionali forme compatte.

Il linguaggio s’innova con le nuove tecnologie di comunicazione e con forme di relazione sempre più precarie, facendo pressione sia sulle tecnologie che sulle relazioni, imponendo loro un tipo di spazio. Diviene frammentario, segue la logica della “struttura duplice del soggetto” (Kimura, 2013), va oltre se stesso attraverso lapsus, doppi e tripli sensi, crea mondi paralleli e attraverso questo suo potere condiziona profondamente la forma urbana, la quale diviene ugualmente frammentaria, divisa in ricchi e poveri, molteplice per le molteplici culture che ci convivono e un mondo che ne contiene altri al suo interno, in conflitto oppure in coabitazione. La metropoli esce da se stessa, il capitale spaziale si distribuisce secondo regole linguistiche, le culture si dividono o si alleano secondo regole linguistiche, i mondi sono nicchie ecologiche e olistiche linguistiche.

Prima di procedere con la nostra ipotesi deterministica occorre sapere che le ricerche di Boas che puntavano a smentire qualsiasi forma di determinismo a favore del “particolarismo storicistico” che è una forma del possibilismo geografico, basate ad esempio sul fatto che i popoli artici parlano in modo assai differente tra loro e che quindi le risposte a identiche condizioni sono diverse da gruppo a gruppo furono finanziate dal governo americano perché il marxismo-leninismo era una forma di lettura della natura e della storia e dell’economia deterministica. Lefebvre scrive a proposito del discorso: “Divenuto norma sociale, convogliando i patterns, obbligazioni e sanzioni comprese, il discorso non procede senza un terrorismo, latente o confessato. Esso esercita una pressione. I compiti, gli atteggiamenti, le opinioni, si codificano socialmente attraverso il discorso banale. La personalizzazione, codificata secondo patterns e secondo le essenze (la femminilità, la giovinezza, ecc.) trova i suoi elementi nel discorso. Essa si costruisce secondo le indicazioni – insinuate, suggerite, mai imposte brutalmente – contenute in questo discorso. Colui che non si sottomette al discorso non può né realizzare se stesso né farsi capire. È un deviante, cioè un malato, o un un’individualità. Il discorso diventa istituzionale. Esso proibisce la parola che diventa clandestina” (Lefebvre,1971: 269). “Il discorso non garantisce per niente lo scambio dei sentimenti né quello del pensiero. Esso garantisce solamente lo scambio delle merci nel consumo, il mantenimento delle regole, la permanenza dei modelli” (Lefebvre, 1971: 270).

Come opera il discorso? Lefebvre lo descrive così: “Quello che il discorso rigetta e che passa dietro, in secondo piano, sembra profondo. Elementi significanti che non sono sostanzialmente differenti da quelli adattati dal discorso – parole, sillabe disgregate, immagini- appaiono ciò che non sono: misteriosi” (Lefebvre, 1971: 270). E ancora: “con e nel discorso, le persone sono alienate, scartate dai loro rapporti fondamentali (nella pratica, nella produzione, nella creazione d’opere). Questa alienazione generale della coscienza genera un incosciente sociale sebbene posto sempre nei binari della coscienza individuale. Come spiegare altrimenti l’ondata di irrazionalismo suscitata dalla razionalità del discorso, della tecnica, delle attività operatorie? A colpo sicuro, vi è non senso, insuccesso del senso o sconoscenza. Perciò caduta nell’incosciente allo stesso tempo che nella trivialità del discorso cosciente. Può darsi che il progetto della parola sia disalienante. È il progetto degli psicanalisti e quello dei poeti” (Lefebvre, 1971: 271).  Il rimedio proposto da Lefebvre è prescrittivo: “Restate alla superficie, è là che gli esseri della profondità vengono a respirare. Restateci a condizione di denunciarla continuamente, in tutta lucidità, cioè delucidando”. (Lefebvre, 1971: 272). Il discorso lavora in profondità, è una struttura, solo la parola con tutte le sue incertezze come vedremo ci permette momenti di libertà a patto che si resti sulla superficie.

Ma sono i discorsi a formare la metropoli e non le singole parole.

Il marxista libertario americano Lee Moretouch scrive: “La lingua differisce in maniera radicale dalla sovrastruttura. […] La lingua non viene generata da questa o quella base, da una base vecchia o da una base nuova, all’interno di una determinata società, bensì dall’intero corso della storia della società e di quella delle basi nel susseguirsi dei secoli. Essa non viene creata da una qualsivoglia classe, bensì dall’intera società, grazie agli sforzi di centinaia di generazioni […] circostanza che può spiegare in qual modo la lingua sia in grado di servire egualmente tanto il vecchio regime morente che il regime sorgente, tanto la vecchia base che quella nuova, sia gli sfruttatori che gli sfruttati.” (Moretouch, 1968: 21-22).

E continua: “Soltanto che la lingua si metta su una posizione di predilezione e di sostegno di un qualsiasi gruppo sociale a detrimento degli altri gruppi sociali della società, perché essa perda la propria qualità, cessi di essere strumento di comunicazione tra gli uomini in seno alla società, si trasformi in gergo di un qualsiasi gruppo sociale, degradandosi e condannando se stessa al dileguamento. (Moretouch, 1968: 23)”.  Inoltre fondamentale è questo passaggio: “Sotto questo riguardo la lingua, pur differendo in linea di principio dalla sovrastruttura, non differisce dai mezzi di produzione, diciamo dalle macchine, le quali sono verso le classi altrettanto indifferenti quanto è la lingua, e possono servire egualmente bene sia il regime capitalistico che quello socialista.” (Moretouch, 1968, 23). “La sfera di attività della lingua. La quale abbraccia tutti i campi dell’operosità umana, è assai più ampia e multilaterale di quanto non sia la sfera di attività della sovrastruttura. Anzi, essa è quasi illimitata.” (Moretouch, 1968: 27).

Quanto al rapporto tra linguaggio e pensiero egli scrive: “Lo scambio di pensieri costituisce una costante necessità vitale, dato che senza di esso risulta impossibile coordinare le imprese comuni degli uomini nella lotta contro le forze della natura, nella lotta per la produzione dei necessari beni materiali, risulta impossibile l’esistenza stessa della produzione sociale. Ne consegue, che in assenza di una lingua comprensibile per una società e comune ai suoi membri, la società interrompe la produzione, si sfalda e cessa di esistere in quanto società. (Moretouch, 1968: 47) “La lingua è immediatamente connessa con l’attività produttiva dell’uomo, così come è connessa con ogni altra attività in tutte le sfere del suo lavoro, nessuna esclusa (Moretouch, 1968: 50).

È noto che Lee Moretouch partiva da un attacco serratissimo alle teorie del più grande linguista sovietico N. Ja. Marr. Marr aveva delle teorie bizzarre che furono represse durante il regime staliniano come idealiste, eppure qualcosa è possibile trarne di utile e prendere il meglio da entrambe le argomentazioni. Ad esempio Marr scrive: “La lingua esiste solo nella misura in cui essa si manifesta nei suoni; l’attività si svolge anche senza essere manifestata… La lingua (sonora) ha ormai cominciato a cedere le proprie funzioni alle nuove scoperte, le quali possono vincere senza alcuna riserva lo spazio, ed il pensiero si muove al di sopra di quanto ha accumulato nel passato, al di sopra delle nuove conquiste, destinato a scalzare ed a sostituire completamente la lingua. La lingua futura sarà il pensiero, che si sviluppa con una tecnica libera dalla materia naturale. Non riuscirà a resistergli alcuna lingua, neppure quella sonora, che è pur sempre legata alle norme della natura” (Marr cit. in Moretouch, 1968: 76).

Sbaglia Lee Moretouch quando accusa Marr di affermare che “i rapporti tra uomini e uomini potrebbero essere realizzati anche senza la lingua, col solo aiuto del pensiero, libero dalla materia naturale della lingua, libero dalle norme della natura”. Sbaglia perché per Marr tale pensiero sarebbe un pensiero ancora parlante, un parlare dal di dentro che utilizza il linguaggio, che immagina i suoni senza emetterli. Siamo a questo punto della linguistica? Aveva ragione la linguistica sovietica prima dell’avvento di Stalin? È tutto da dimostrare, tuttavia questa teoria insieme alla teoria del discorso di Lefebvre spiegherebbe perfettamente la struttura duplice del soggetto dei nostri tempi che si è costituita dopo il postmoderno. Se il linguaggio non è una sovrastruttura ma permette in quanto strumento di comunicazione l’attività economica e l’operosità umana, se anzi di più: esso è un mezzo di produzione che produce discorsi allora si capirà che la produzione dello spazio ha le sue macchine e che queste macchine sono prima di tutto il linguaggio che permette la realizzazione del progetto urbano o della crescita fai-da-te- della metropoli.

La teoria di Agamben che vede nel linguaggio il più antico dispositivo (Agamben, 2006) non è diverso da quello di Lee Moretouch che lo considera un po’ come la prima macchina. Una macchina per produrre relazioni, lavoro, opere, azioni e, infine, metropoli. Come scrive Halliday: “La città è un luogo di discorsi: è costituita con la lingua, e da questa tenuta insieme. Non solo i suoi abitanti spendono parecchie delle loro energie comunicando l’un l’altro, me nelle loro conversazioni essi riaffermano e modellano continuamente i concetti di base attraverso cui viene definita la società urbana” (Halliday, 1983: 176). “Una città è una comunità parlante” scrive Halliday, “un’unità eterogenea” (Halliday, 1983: 176), tuttavia in tale comunità parlante “nascono dei conflitti, conflitti simbolici che non sono meno reali dei conflitti che nascono per interessi economici; e questi conflitti contengono il meccanismo del cambiamento” (Halliday 1983: 185).

Architetti e urbanisti non dovrebbero parlare di linguaggio dello spazio ma di spazio prodotto dal linguaggio, non di linguaggio della città ma di città prodotte dal linguaggio. Dal capitolo su città e linguaggio del libro di Halliday si evince che vi è una fondamentale incertezza linguistica nelle città, non solo tra un individuo e un altro, ma anche all’interno di uno stesso individuo. Il linguaggio si potrebbe dire marxianamente che è un prodotto dell’uomo che si autonomizza dal parlante e finisce per dominarlo e controllarlo. Quelle che Lefebvre chiama parole, sillabe disgregate, immagini del discorso che appaiono misteriose, oggi non hanno più nulla di misterioso, sono una forma di controllo della macchina linguaggio autonomizzata davanti alla quale il parlante è estraniato, talmente estraniato da farci pensare a un esito simile a quello descritto da Marr. Tuttavia come il lavoratore per il lavoro tale estraniazione implica per il parlante un lavoro linguistico obbligatorio che permette una certa programmazione della forma della metropoli, d’altra parte ci sono anche i conflitti, e tale programmazione solo in parte è in grado di ottenere il suo risultato spaziale.

Breve bibliografia citata

  • Agamben G., Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, 2006, Roma.
  • Cadorna G.R. e F. Ferrara (a cura di), Messaggi e ambiente, Officina edizioni, 1977, Roma.
  • Moretouch L., Il marxismo e la linguistica, Kipper edizioni, 1968, Milano.
  • Lefebvre H., Linguaggio e società, Valmartina, 1971, Firenze.
  • Halliday A.K.M., Il linguaggio come semiotica sociale, Zanichelli, 1983, Bologna.
  • Marx K., Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La nuova Italia, 1969, Firenze.
  • Secchi B., Il racconto urbanistico, Einaudi, 1984, Torino.

Vorrei rassicurare innanzi tutto gli urbanisti e gli architetti che mi hanno formato: questo piccolo saggio non è che uno scherzetto. Il marxista americano libertario Lee Moretouch che tanto cito  (letto ad alta voce “Li Mortacc’) altro non è che Stalin. Non credo nemmeno un momento a quello che ho scritto. È il contrario, è la metropoli che influenza il linguaggio, sono lo spazio e i luoghi che determinano i suoi fonetismi. Dire che la metropoli è una sovrastruttura è un’idiozia, proprio ora che quasi tutta la ricchezza dell’occidente è incorporata nel capitale fisso spaziale costituito dall’insieme totale degli immobili. Interessante è la figura di Marr che fu scomunicato da Stalin, ma il mio saggio è stato scritto di getto e non ho ancora potuto consultare i suoi testi in francese (in italiano non è mai stato tradotto e auspico che prima o poi accada). La parte che ho citato è quella in cui Stalin lo rovina. Vorrei rassicurare anche i lettori, non è la prima volta che si fa questo scherzo per stimolare il senso di prudenza, cautela e critica: già nel 1996 Luther Blissett pubblicò un falso Hakim Bey per mettere in ridicolo i suoi fanatici adepti inserendo qua e là frasi di Stalin chiamandolo Lee Mortais (Li morté). Ecco non vi fidate troppo dei discorsi sulla città solo perché sono affascinanti, si può dire tutto e il contrario di tutto: le città esploratele di persona e fatevi le vostre idee. Last but not least: MoreTouch era una crew romana di graffitisti di alcuni anni fa.

Daniele Vazquez

Daniele Vazquez

Daniele Vazquez è antropologo, psicogeografo, urbanista e scrittore di science fiction. Tra i fondatori del Luther Blissett Project, ha fatto parte e fa parte di numerosi gruppi anti-artistici, attivisti e di ricerca indipendenti sulle forme di vita urbane, tra i quali l’Associazione Psicogeografica Romana. Ha pubblicato contributi per diversi libri, articoli per numerose riviste e nel 2010 il volume Manuale di Psicogeografia, nel 2012 il romanzo La comunità dei sogni, nel 2015 La fine della città postmoderna, nel 2016 ha fatto parte dell’équipe di ricercatori che ha lavorato al volume Sviluppo e benessere sostenibili. Una lettura per l’Italia, nel 2018, con Cobol Pongide, il libro patafisico Ufociclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile e, con Laura Martini, la raccolta di scritti del Centro di Ricerca dei Luoghi Singolari: Che cosa è un luogo singolare?

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