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Monocromi: dallo spirito del blu alla carne del rosso

di Daniele Vazquez

Il mondo non è mai in bianco o nero (cfr. Urla in Favore di Sade, G. Debord, 1953). Debord, a soli diciannove anni, pretendeva coscientemente di risolvere, con un’azione di prepotenza, la questione del “NON SO!” dinnanzi al segreto della propria epoca e questo lo portò vicino al suicidio.

Debord era un lettrista di estrema sinistra che, in fondo, come tutti coloro che erano del milieu di Isou, aveva solamente a quell’età una grandissima ambizione e sete di gloria. Il nostro si salvò dai propri tentativi di suicidio per un soffio grazie ai genitori.

Il suo film di allora, il primo, Hurlements en faveur de Sade, era una situazione violenta, una provocazione bella e buona che si spingeva fino a risolvere in un modo o nell’altro il mistero che lo assillava. Così, un’opera ostile alla stessa storia dell’arte e a bassissimo costo, cioè un film a intervalli di schermi tutti bianchi e neri, con un audio confuso, in realtà, nel quale si sentono cani che abbaiano e amori tra minorenni, produsse sia le condizioni della soluzione sia un profondo risentimento al Festival di Cannes nel quale fu presentato.

Ovviamente, sarebbe inutile cercare quella soluzione vera e propria in quel film osceno. Il mondo ha trovato la sua, meravigliosa, al mistero di quell’epoca nel “blu oltremare” o “blu lapislazzulo”. Il colore dell’oceano delle coste della Galizia, dove Martin Codax amava il suo amico di Vigo e dove la casta contadina dell’entroterra si innamorava delle sue amiche “cantigueiras”, così, perché gli uomini erano in massa salpati sulle navi, in guerra o per mare.

Quella casta contadina, oltre a scoprirsi lesbica, osteggiata dal destino, si faceva del resto ingravidare anche dalle onde blu dell’Oceano, aspettando suo marito smammato e pensando che quelle fossero piene della sborra dei marinai. Ma, soprattutto, a scoprire che quel colore curasse da una fattura di magia nera e, in realtà, una apparente malattia inguaribile lo sapevano davvero soltanto i gesuiti che presero a tingere del blu oltremare il manto delle Madonne fin dal Medioevo e si gridava al “Miracolo”.

Non è poi così strano che Debord abbia sempre invidiato Yves Klein per essere arrivato prima di lui a comprenderlo. Non è un mistero che frequentassero lo stesso bar. I Lettristi di Debord, Ivain e Rumney e i Nuovi Realisti, Klein e Restany, erano di casa allo straordinario Chez Moineau dai primi anni ‘50.

Alla fine, chi aveva ragione? Debord o Klein. Chi aveva ragione oppure chi aveva la soluzione grandiosa senza ragione? Debord, ragione? Debord non era nel torto a non voler fare quella mostra con Klein nella quale avrebbe dovuto esporre i suoi cinque piani psicogeografici assieme a quel primo blu salvifico per le masse moderne.

Sì, perché Klein aveva rubato a Debord l’idea del monocromo cinematografico (bianco o nero). Ma poi, Debord che voleva a ogni modo? Era sua l’idea o non di Malevich col suo quadrato nero?

immagine per Yves Klein, Antropometria blu
Yves Klein, Antropometria blu

Debord si è commiserato tutta la vita per il suo errore e ha alla fine scelto per colui che divide in due dall’epoca stessa delle Madonne blu, il Diavolo. Mentre Klein con la sua tela deve aver rubato a Debord l’idea, è vero, ma ha rubato a tutti quei segreti in realtà, tra cui anche quello del colore della Madonna: il blu oltremare, un punto di blu unico al mondo. Di quale pigmentazione attestata è questo manto? È il Blue Kremer oltremarino! Ora, sulla soluzione contesa tra Debord e Klein, Debord fu attirato dalla superficie materiale del solo blue oltremarino, ovvero dal Kremer, appunto; invece esso è detto e conosciuto come Dunke (pronuncia: tunk’e) e Klein, questa cosa, dentro il sistema dell’arte, l’ha capita meglio di Debord che ne era fuori. Inoltre, l’Enciclopedia Britannica allude forse ai segreti delle cinque sfumature del blu Klein, dirottando l’attenzione, in coscienza, su cinque colori degli elementi marginali nelle perfomance che accompagnano l’esposizione del Blue Klein: ovvero il rouge feu, lo stesso del rossetto delle donne più belle e da sturbo di Parigi. Tutta Parigi è in realtà nel colore delle bocche delle donne, il Tamiya (colorazione usata per i lucidalabbra delle parigine); il Water Lily, il cui nome proviene dalle acque dei fiumi e dei laghi con le ninfeacee e le vere e proprie Ninfe. Il Live Nude, ovvero il rosa carne, colorazione che va tutta interpretata secondo le abitudini di Klein stesso nella Parigi degli anni ’50, cioè: giovanissimi artisti che vivevano alcolizzati e andavano negli “striptease” della città (l’interpretazione che vuole siano auto-referenziate al mondo dell’arte, ovvero come Living Brushes non è realistica comunque, è depistaggio). E infine il quinto colore o quintessenza: mancante lo stesso anche in altri indizi che si trovano!

Da dove ha preso quel Blu? Questa trovata dove l’ha presa esattamente Klein? La risposta è nella storia dell’arte stessa e nell’eccellenza italiana: nel celebre “verdaccio” di Cennino Cennini o verderame di Napoli.

Questo verdaccio era composto di azzurrite (miniere d’argento italiane) e il verde malachite (giacimenti dall’Ungheria), detriti di lapislazzulo (o Lithos, portato da Marco Polo e dalla Compagnia di Gesù dalla Cina). Cennino Cennini usa tre livelli di scrittura per spiegare come si produce il “verdaccio”. Questa è la citazione fondamentale dalla versione originale:

“Togli indacho bacchadeo e ttrialo perfettissimamente, con acqua, e meschola con esso un pocho di biacca in tavola, e in muro un pocho di biancho sangiovanni. Torna simigliante all’azzurro”.

Ora leggete così e non altrimenti. Chiedo di non aver un brutto fantasma per quello che sto per scrivere e di fare uno sforzo un po’ al contrario, senza distrarvi dalle tinte un po’ fosche di questa veridica e stravagante interpretazione:

“Togli”, come il nome della gabella del Regno di Napoli sul vino che lo faceva costare sia all’oste che all’avventore. Il tributo era stato approntato per le norme igieniche. Secondo uno studio cazzaro dell’APR, a Napoli ci si ammalava di tumore per il tufo del Vesuvio; questo materiale era usato per le strutture edilizie e l’infermità veniva attribuita erroneamente agli alimenti in nero.

Quindi questo “togli” è un togli vero e proprio, “togli il tufo”/oppure “fai esattamente il contrario”: “metti”. Dunque, andando allo strato profondo significa con qualche elemento lessicale greve: “Metti nel tornio (da “il Torni”, il pittore detto “l’Indaco”, della stessa epoca di Cennini) la “Tanna”, il Vino (“La Baccante”), la Santissima Trinità, ovvero, per l’APR, il mirto tritato o pestato sotto copertura che si può vedere soprattutto in un’opera esemplare del periodo tra le tante piante presenti nella Venere di Botticelli, quella proprio alle sue spalle. Questo come primissimo rimando analogico.

Approfondendo, potrebbe essere anche il mirto mortella del Cilento che si ritrova nelle statue e in tutte le strutture della Villa di Poggioreale, questo palazzo era la stessa residenza degli Aragonesi, storicamente si tratta di un vero e proprio mirteto in rilievo. Di questo “Ttriallo” resta da dire che, oltre ad essere una citazione depistante, messa volutamente per l’Inquisizione e che ci accompagna, secondo i nostri studi, verso la grande letteratura licenziosa popolaresca dell’epoca e, in particolar modo, alla perfettissima donnaccia del popolo (troia).

Il passaggio citato continua a questo modo: aggiungere “vino di mescita” e un po’ di “chinino” (biacca) da servire nella futura “tavola” (cfr. “Palazzo Strozzi”, tavola realizzata da Leonardo Da Vinci e altre tavole, essendo esattamente riferimenti al tavolo di anatomico o dell’ospedale). Inoltre, “Allume di rocca” (il laccio emostatico), l’“Iperico” (Erba di San Giovanni) e il finale… è affidato a Dio, o si torna a Napoli vivi o si torna in Cielo, si prega insomma di tornare alla vita.

Dunque per finire il futuro Blue Klein, questo gradiente di colore tanto storicizzato è un colore che riprende la tradizione della medicina tradizionale del Sud d’Italia per la cura, ora è affermabile apertamente a molti, del tumore da Tufo (della lava del Vesuvio) e che lo studio sul blu del Cennini (il verdaccio) non è che 1) la ricetta per fare un blu nuovo 2) la ricetta di un superalcolico 3) la cura tradizionalmente in uso per una malattia.

1) Al primo livello è Storia dell’Arte (il verdaccio).

2) Al secondo è inganno alla Chiesa di Roma e al Regno di Napoli (vino misto ad altro nel tornio).

3) Al terzo, il i misterioso, è rimedio medico.

La prima tela di Klein blu ha, che crediate o no all’APR, questa storia.

Rosso Schifano parte 2. La vera storia.

Per i critici italiani più avveduti, il Blue Klein è ispirato invece che al film di Guy Debord ai monocromi di Mario Schifano e alle opere degli artisti di Piazza del Popolo (cosiddetta Pop Art Romana).

immagine per Mario Schifano, un monocromo rosso, Minerva Auctions, ora collezione privata
Mario Schifano, un monocromo rosso, Minerva Auctions, ora collezione privata

Per questi critici, in effetti, tutto sembra iniziare in realtà il 16 novembre 1960, alla galleria La Salita di Gian Tomaso Liverani vicino a Piazza del Popolo nella quale sia era tenuta una importante mostra di giovani artisti (Mario Schifano, Francesco Lo Savio, Franco Angeli, Tano Festa, Giuseppe Uncini). Il catalogo di quella mostra, foglio piegato in quattro con scritto in maiuscolo “5 pittori” e “Roma ‘60” vi era uno manifesto dello stesso Pierre Restany, dal titolo ENTRE-DEUX ROMAIN, contrassegnato Paris, Novembre 1960.

La presenza a questa mostra di Pierre Restany è da tutti i critici in realtà considerata poco chiara. Egli aveva anche precedentemente, infatti, organizzato la mostra I Nouveaux Réalistes alla Galleria Le Noci di Milano, il 16 aprile 1960. Qui vi fu pubblicato il primo manifesto del gruppo. Tuttavia i critici italiani contestano oggi che la prima mostra a La Salita sia del 24 marzo 1959, in assenza di Schifano e Lo Savio.

Si fa credere con una certa disonestà, a questo modo, che Restany si sia ispirato impropriamente al lavoro degli artisti di Piazza del Popolo per i suoi Nouveaux Réalistes e che il Rosso-Schifano possa aver preceduto di pochissimo il Blue Klein. Tutto questo perché la mostra all’Apollinaire di Parigi deve ancora avvenire nel maggio 1960. Da questa interpretazione errata e una costruzione con molta probabilità concordata dai critici italiani e dallo stesso Restany, si vuole far evincere l’origine romana del monocromo à la Klein.

Invece la prima mostra di un monocromo blu va fatta risalire decisamente al gennaio 1957.

immagine per Mario Schifano, un monocromo blu, 1961
Mario Schifano, un monocromo blu, 1961

I critici sono stati presi di mira quando Alice Becker-Ho, ex Alice Debord ha aperto il suo archivio segreto che man mano oggi vene pubblicato dalle edizioni Gallimard. Becker-Ho ha tutelato nel suo archivio oltre al lavoro di Debord anche, in qualche modo, quello dello stesso Klein. Come risulta da una cartolina storica tra Guy Debord e Ralph Rumeny, il Console della psicogeografia, inviata da Milano a Parigi nel 1957, si dimostra che Klein fin da allora aveva esposto il suo monocromo blu alla galleria Le Noci; e come la prima esposizione ufficiale non sia neanche quella con Debord.

Questa doveva essere la prima esposizione psicogeografica del mondo alla Taptoe di Buxelles, il 2 febbraio 1957. Qualche mese prima, Klein, in una personale all’Apollinaire di Parigi, nel gennaio 1957, appunto, mostra il primo monocromo blu.

Dunque Klein ha sì copiato, ma da Debord e non da Schifano o dai suoi amici.

Questa nascita del monocromo Rosso è dunque posteriore a quella del monocromo Blue e le origini in generale di questo non è da ricercare a Piazza del Popolo tra i frequentatori del Bar Rosati, ma tra i frequentatori del Bistrot Chez Moineau, dove Klein e il suo amico psicogeografo Rumney, poi compagno della figlia di Peggy Guggenheim, si univano alle prime due équipe psicogeografiche di Parigi.

Una équipe, quella politicizzata e razionalista, era guidata da Guy Debord e l’altra, esoterica e mistica era guidata da Gilles Ivain (fin dal 1953). Debord e Becker-Ho hanno preservato il segreto del Klein ai danni del quale Restany e i critici italiani si accorderanno per creare un falso mito delle origini per far credere che quello tra Parigi, Milano e Roma fosse uno stesso movimento.

Dunque il Rosso Schifano è stato giocato male dagli stessi storici dell’arte, finito in futuro in una partita corrotta, in mani sbagliate, di critici avidi di prestigio e in quelle interessate dei mercanti, perché esso, in effetti, era risolutivo per concludere del tutto il discorso sul Blue Klein.

In fact, in realtà, se il Blu Klein deriva dal blu oltremare ed è colore spirituale, il rosso deriva dal colore della carne ed è colore mondano. Utilizzando la sua radice indoeuropea *roh, il senso originario si evince dalla radice pre-indoeuropea *kurn, ovvero la radice originaria per carne. Se il Blu Klein è questo Spirito, ciò che vien dopo è poi quella carne rosso sangue del monocromo di Schifano.

Se poi pensiamo che la radice indoeuropea *rot che sta per “ruota”, radice che proviene da *roh con l’aggiunta della dentale sorda poi divenuta per la legge di Verner *rod, con la dentale sonora, abbia il senso propriamente di Rosso e poi del fiore Rosa Rossa. Possiamo sostenere che quella carne rossa come l’emergere del continente europeo, sotto il segno della nuova carne di un nuovo padre, migliore della precedente, infatti *EU-*ROH-*PA. per cui abbiamo ora a disposizione un commento del tutto differente da quella del mito dello stupro della ninfa Europa da parte di Zeus, oppure certamente in realtà una versione più veridica.

Dunque il Blue Klein rappresenta lo Spirito Europeo e il Rosso la sua carne risorta, letteralmente una risurrezione della carne, certamente qualcosa riguardante eventi dovuti all’invenzione della “carretta”, e per simbolizzazione, poi, la forma del calice della “Rosa Rossa”, fiore del giardino di Venere.

To be continued…

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Daniele Vazquez è antropologo, psicogeografo, urbanista e scrittore di science fiction. Tra i fondatori del Luther Blissett Project, ha fatto parte e fa parte di numerosi gruppi anti-artistici, attivisti e di ricerca indipendenti sulle forme di vita urbane, tra i quali l’Associazione Psicogeografica Romana. Ha pubblicato contributi per diversi libri, articoli per numerose riviste e nel 2010 il volume Manuale di Psicogeografia, nel 2012 il romanzo La comunità dei sogni, nel 2015 La fine della città postmoderna, nel 2016 ha fatto parte dell’équipe di ricercatori che ha lavorato al volume Sviluppo e benessere sostenibili. Una lettura per l’Italia, nel 2018, con Cobol Pongide, il libro patafisico Ufociclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile e, con Laura Martini, la raccolta di scritti del Centro di Ricerca dei Luoghi Singolari: Che cosa è un luogo singolare?

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