Dr. Pira – Che c’entra l’Hip Hop con l’alienologia ce lo rivela il libro del fumettista ufociclista

Il Dr. Pira lo conoscevo come PIRA666, l’avevo visto per la prima volta a un concerto di micromusica a Roma, al Linux, allora era una ragazzino della scena elettronica 8Bit (nel suo caso Death Metal): erano gli anni Duemila.

Poi l’ho rivisto diverse volte, l’ultima, dopo tanto tempo su una bicicletta insieme a un gruppo di ufociclisti, ciclisti psicogeografi che se vanno in giro alla ricerca di IR3; mai avrei pensato di trovarmelo ora a scrivere e fare fumetti sulla relazione tra Hip Hop e alieni in modo tanto erudito per la Rizzoli.

Il ragazzo, un prodigio da sempre, è uscito dal ghetto (da tempo).

immagine per Dr. Pira, La vera storia dell'Hip Hop
Dr. Pira, La vera storia dell’Hip Hop

Diciamolo: la tesi del libro che l’Hip Hop sia un grande complotto di proporzioni planetarie che agisce allo stesso tempo allo scoperto, dappertutto e proprio per questo nel più assoluto anonimato è davvero credibile.

Anche se il saggio e i fumetti incedono pieni di humour, alle volte viene il sospetto che il Dr. Pira faccia solo finta di prendere per i fondelli il lettore. D’altronde, per queste cose si rischia la vita.

New York, Bronx. Anni Settanta. C’erano le feste esclusive della Disco alle quali non si entrava tanto facilmente, ma quelli che vi erano entrati avevano sentito i pezzi ed erano bellissimi. Soprattutto il Breakdown, il Break, dopo il Break tutti si mettevano ballare con più energia: quella doveva essere la parte migliore pensarono gli imbucati.

Dr. Pira scrive:

“Se un pezzo funk era già bello, un pezzo fatto solo degli stacchi di batteria sarebbe stato incredibile”.

Non c’erano i campionatori, c’erano solo i giradischi del ghetto e Dj Kool Herc escogita il “merry go around” (girotondo) per suonare i break di due dischi contemporaneamente all’infinito.

Poi arriva Grandmaster Flash e inventa il Backspin, due Break da due dischi uguali; ma il Backspin è troppo piatto, così fu necessario accompagnarlo con un microfono aperto e così nacque il Rap. I ballerini che si muovevano al tempo di Break erano i Breakdancer. E intanto, lateralmente, nascono i primi Writer come taki 183 e i primi graffiti.

Da questo terreno tanto fecondo, in mezzo a disoccupazione e criminalità, esce fuori Afrika Bambaataa che porterà anche una cultura, o per dirla tutta: una cosmogonia.

Fin qui è tutto risaputo, ma Dr. Pira scavando ha scoperto che c’è qualcosa di davvero ancora più sorprendente alla base dell’Hip Hop.

Ad esempio, la cosa strana che non tutti sanno è che in un’intervista su due Afrika Bambaataa parla di alieni e sostiene che occorra portare l’Hip Hop ai fratelli delle altre galassie per farli divertire. Il creatore della Zulu Nation, ovvero della cultura dei primi Block Party, in breve il raggiungimento della Conoscenza attraverso lo studio e la pratica delle quattro arti – Danza, Canto, Musica, Disegno – credeva negli alieni.

L’ipotesi alienologica (cioè della dritta aliena ai Dj hip hop) torna spesso.

Ad esempio: chi c’era dietro il black out di New York del 1977, evento traumatico per gli omicidi, gli incendi, un improvviso boom delle nascite nove mesi dopo e tanti furti, soprattutto elettrodomestici, non tanto lavatrici e frigoriferi, ma amplificatori, giradischi, casse e microfoni?

E poi perché le feste della Zulu Nation avevano un aspetto e uno stile così spaziali? Dr. Pira si domanda se ciò non fosse dovuto a una tendenza dei terrestri a festeggiare l’arrivo degli alieni con delle celebrazioni.

E poi da dove vengono i movimenti della Breakdance, perché sembrano imitare l’assenza di gravità e i movimenti meccanici di un automa (Popping)? Che bisogno c’era di ingombranti pietre biomagnetizzate se c’erano gli amplificatori che si potevano mettere in cerchio nei Block Party, cosa che effettivamente hanno sempre fatto? E quali livelli di energia biomagnetica raggiungevano disposti in tale maniera? Potevano richiamare un flotilla di UFO?

A un certo punto è arrivata la tecnica dello sScratch, cioè del mandare avanti e indietro il disco senza alzare la puntina; per Dr. Pira si tratta di un metodo per il viaggio nel tempo, per andare nel futuro e nel passato e, in effetti, Dj Qbert – un maestro dello Scratch – sostiene che “i terrestri sono troppo primitivi rispetto ad altre civiltà. Anche la musica terrestre è un’espressione primitiva. Io faccio musica come la farebbe una civiltà più avanzata”.

Inoltre, nella Zulu Nation occorre studiare le Infinity Lessons: una sorta di iniziazione, dodici lezioni dove l’assunto base è che divinità aliene hanno aiutato l’umanità nella sua evoluzione. Poi, il primo disco inciso al volo, quasi per caso, nel 1979, Rapper’s Delight, di Sugarhill Gang, successo immediato che vende un milione di copie.

Quanto ai Writers, perché hanno scelto le gallerie della metro così come i graffitisti primitivi sceglievano le caverne? Perché i vagoni? Si tratta di messaggi stilosi incomprensibili agli umani diretti agli alieni?

Scritte che non si leggono ma sfidano le leggi della fisica molecolare come il Wildstyle! Insomma tutto farebbe credere che l’Hip Hop abbia ricevuto un aiutino inaspettato da esseri di altri mondi.

Il passaggio alla West Coast e il Gangsta rap si allontanarono inizialmente dal messaggio alieno fino a The Chronic di Dr. Dre, il disco che ha guarito Los Angeles. La West Coast riscopre allora il rapporto dell’Hip Hop con gli alieni; solo che qui non c’è lo stile, c’è qualcosa di più dello stile: c’è lo Swag, traducibile per Pira con “svago”; stile + svago, il massimo risultato della consapevole distruzione della parte più grossa e pesante del cervello, proprio quella che non ci permette di entrare in profondo contatto con altre forme di vita della galassia.

Tuttavia, per il Dr. Pira, l’hip hop non ha inventato nulla e la vera Old School si troverebbe nell’Antica Grecia: i quattro elementi (fuoco-writing; aria- djing; terra – breakdance; acqua- flow) più il quinto, la Conoscenza. I quattro elementi sono organizzati come i quattro punti di una piramide la cui base è la Conoscenza e la punta è lo swag.

Il libro si rivela essere allora molto di più della “vera storia dell’Hip Hop”, ma un manuale per raggiungere una conoscenza superiore e attraverso questa, lo swag.

Chi più ha Swag più avrà possibilità di essere salvato dagli alieni e addotto via da questo pianeta a rischio implosione.

Daniele Vazquez

Daniele Vazquez

Daniele Vazquez è antropologo urbano, scrittore e dottore di ricerca in urbanistica (Università IUAV di Venezia). Tra i primi aderenti al Luther Blissett Project ha fondato e fatto parte di numerosi gruppi artistici, attivisti e di ricerca indipendenti sulle forme di vita urbane, tra i quali Luoghisingolari.net. Ha scritto e scrive per numerosi libri, cataloghi, atti di convegni e riviste, tra queste ultime: Drome magazine, NIM magazine, Basic Income Network, Arch’it, Artapartofcult(ure), Archivio di Studi Urbani e Regionali (ASUR) e Critica degli Ordinamenti Spaziali (CRIOS). Ha pubblicato nel 2010 il libro “Manuale di Psicogeografia” (edizioni Nerosubianco) e nel 2012 il romanzo di fantascienza “La comunità dei sogni” (edizioni Gilgamesh).

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