Kerstin Brätsch e il collettivo KAYA alla Fondazione Memmo di Roma

Le scuderie di Palazzo Ruspoli, storico immobile sito nel cuore di Roma, si animano ciclicamente di mostre dai contenuti vitali e interessanti. Uno sguardo aperto capace di mettere in relazione diversi linguaggi connettendo lo storico tessuto urbano romano con quello internazionale. Una relazione aperta e continua tra artisti e città che si consolida in un’esperienza vissuta in loco.

Dopo la collettiva Conversation Piece Part IV, la Fondazione Memmo vede protagonista l’artista Kerstin Brätsch in Ruine, e il collettivo KAYA in KOVO.

Kerstin Brätsch
Kerstin Brätsch e il collettivo KAYA alla Fondazione Memmo di Roma.

La pittura della Brätsch (Amburgo, 1979) guarda alle tecniche dell’artigianato ma il passato a cui fa riferimento (Ruine: rovine) non è retorico, bensì pronto a reinventarsi con modalità e simbologie innovative. La connessione tra questi due mondi, in apparenza antitetici, è visibile nelle opere frutto di collaborazioni a quattro mani con maestri di alto profilo come Dirk Lange (maestro tedesco della marmorizzazione) e Walter Cipriani (artigiano romano), con il quale l’artista collaborerà per la serie di opere in stuccomarmo dopo il periodo di residenza a Roma.

Proprio come si evince dal titolo, la mostra è doppia ed entrambe sono immersive ed esperienziali, caratterizzate da allestimenti e modalità di fruizione differenti ma egualmente suggestionanti.

Nel corpo centrale della Fondazione l’allestimento ci avvolge in un’atmosfera ovattata dove grandi pareti rivestite in plastica trasparente filtrano la luce illuminando dolcemente le opere. Uno dei primi lavori che vediamo è quello in collaborazione con Dirk Lange nei marbling paintings. Queste pitture ricoprono le intere pareti investendo lo spettatore in un vortice ipnotico che lo disorienta. Questi lavori, Unstable Talismatic Rendering, sono realizzati tramite una tecnica molto particolare in cui l’artista fa gocciolare inchiostri variopinti e solventi su una superficie liquida per creare un motivo che successivamente rimarrà impresso nelle trame della carta in maniera, paradossalmente, autonoma. Questa modalità non è particolare solo dal punto di vista tecnico ma anche metodologico. Con esse si pone un focus sul ruolo dell’artista il quale orienta il corso del colore a suo piacimento ma poi è la pittura che, impiegando (a favore o contro) la forza di gravità, la repulsione e l’adesione, si muove e si compone quasi autonomamente dalla mente creatrice.

Kerstin Brätsch
Kerstin Brätsch e il collettivo KAYA alla Fondazione Memmo di Roma.

Per la Brätsch la pittura è il filtro delle esperienze vissute e quindi in un continuo e incessante mutamento perché ovviamente ognuna viene influenzata dall’ambiente in cui nasce.

Nella seconda sala ci troviamo di fronte a finti marmi resi attraverso l’antico uso dello stucco (scagliola), un lavoro che ha visto protagonista proprio l’artigiano Walter Cipriani. La tecnica rimanda ad un intonaco importato dalla Baviera nel XVI secolo usato per imitare la corporeità del marmo. Una serie di lavori che comunicano con le pitture per colori e ipnotismo ma, a differenza dell’autonomia della pittura che s’imprime sulla carta, qui il processo risulta più resistente “dove la mano sostituisce il segno fluido del pennello”.

Opere caleidoscopiche che evocano fattezze di volti umani di un futuro dal sapore passato. I resti delle paste utilizzate sono disposti a terra come se fossero dei ritrovamenti archeologici. Un passato che si trova a cavallo tra il presente e il futuro che resiste allo scorrere del tempo e dello spazio.

 

Nel secondo blocco troviamo i lavori di KAYA, un progetto creativo messo in atto dalla Brätsch e da Debo Eilers in forma di collettivo, nato nel 2010, dove i linguaggi distintivi degli artisti (quello pittorico e scultoreo) si incontrano e si scontrano creando opere ibride particolari, non classificabili nelle tradizionali categorie a cui siamo abituati.

L’ambiente è avvolto da un’atmosfera sonora completamente surreale che inquieta e sconvolge. Sculture composte da elementi e simboli locali completamente rivisitati, pelli che calano dal soffitto non per occludere ma per celare creando giochi di luci e ombre che riflettono sugli specchi sporchi (ora a terra, ora a parete) usati durante il periodo di residenza dagli artisti. Lampade posizionate a terra che, come piccole lanterne, emanano una luce calda sì, ma fioca, che non illumina ma gioca con lo spazio accentuando la tenebrosa atmosfera.

Info mostra

  • Kerstin Brätsch: Ruine; KAYA: KOVO
  • A cura di Francesco Stocchi
  • Fondazione Memmo
  • Via Fontanella Borghese 56b, 00186- Roma
  • venerdì 4 maggio a domenica 11 novembre 2018.
  • Tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso) – Ingresso libero
  • Contatti: +39 06 68136598; http://www.fondazionememmo.it
  • Informazioni: Benedetta Rivelli,  +39 06 68136598| artecontemporanea@fondazionememmo.it
Valentina Muzi

Valentina Muzi

Valentina Muzi nasce e vive a Roma. Diplomata in lingue nel 2011 presso il liceo G.V. Catullo, matura esperienze all’estero e si specializza in lingua francese e spagnola con corsi di approfondimento. La passione per l’arte l’ha portata a iscriversi alla Facoltà di Studi Storico-Artistici dell’Università di Roma La Sapienza, parallelamente ha frequentato un Executive Master in Management dei Beni Culturali presso la Business School del Sole24Ore di Roma. Dal 2016 svolge attività di traduzione di cataloghi, stesura di testi critici e curatela. Dal 2017 svolge l’attività di giornalista di taglio critico e finanziario per riviste di settore. Attualmente è membro del Board Strategico presso l’Associazione culturale Arteprima nonprofit, Social Media Manager ed è Responsabile organizzativa della piattaforma Arteprima Academy.

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