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Chiara Valentini. Scolpire rammendando per rammentare le fragilità umane.

di Barbara Caterbetti

Chiara Valentini, scultrice, insegnante presso le Accademie di Belle arti di Bologna e di Urbino, è un’artista poliedrica, che si esprime attraverso la ricerca della materia e non solo.

Scolpisce ricamando le sue “anatomie morbide”, come lei stessa le definisce, mentre medita sulla trama e sull’ordito che incagliano i suoi pensieri, i suoi sussulti introspettivi. La sua è una scultura “a mettere” che plasma non solo cotone ma anche legno, ferro, alluminio, cera, carta… rifacendosi all’azione artigiana del fare che si dipana in un tempo allargato, dilatato e lento.

I sette anni di vita “vissuta” sull’isola di Creta, cuore della civiltà minoica, si sono incastrati dentro di lei, edificando un universo visivo tra figure mitologiche, realtà domestiche e canti onirici.

La sua prima opera che mi ha catturata è Il silenzio, ancora esposta presso lo spazio indipendente Lou Capanneau a Lapedona (FM).

È lì semplicemente strappata, squarciata, in decomposizione, ammutolita, una coda di sirena floscia, che con grande potenza manifesta quel “silenzio” che sbraita e che fa troppo rumore perché emblema dello svuotamento di valore della nostra contemporaneità. Quel silenzio perduto, lacerato e prezioso che può destare la connessione dell’uomo alla propria consapevolezza.

Per srotolare la matassa dell’artista, ho voluto iniziare proprio dalla figura della sirena, immagine antropologica di desiderio e tentazione, di bellezza e seduzione, di pericolo e inganno che ha attraversato culture e tradizioni fino ad arrivare ai giorni nostri ancora avvolta da quel velo di mistero che suscita fascinazione.

Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.”

Queste parole, tratte da Il silenzio delle sirene, di Franz Kafka, hanno ispirato il titolo dell’opera di Chiara realizzata in situ nel 2019, presso il Museo MACRO di Roma.

Le chiedo perché abbia scelto proprio la sirena: mi racconta che è affascinata dalla mitologia, un fiume che scorre attraverso il tempo, perché si erge come il tessuto connettivo dell’umanità, un imponente tapestry di simbolismi intrecciati, che riflette aspirazioni, paure e misteri ancestrali dell’essere umano. L’universo mitico costituisce l’archetipo primordiale della coscienza collettiva, in cui dèi ed eroi si ergono come epiche incarnazioni degli impulsi umani più profondi.

In Grecia Chiara ha gestito il laboratorio di scultura Lab.ast’s box e ha collaborato con il fotografo Fotis SerfasNon, proprio su quella terra che vede le creature ibride essere protagoniste di narrazioni e riflessioni sulla condizione umana.

L’ibridismo è un fenomeno di transculturazione ove le frontiere tra diverse manifestazioni si sfumano. Ci racconta di una verità sovrana, ovvero che gli esseri umani sono per metà “animali” e per metà “cultura” ed è questo il motivo per cui questi simboli ancora oggi sono vividi nel nostro immaginario.

Possono rinnovarsi e cambiare, spesso anche in modo grottesco, ma rimangono figure immediatamente leggibili, che non hanno necessità di spiegazioni perché raccontano di noi, del mistero che avvolge la nostra essenza duale, mostrandoci come utilizzare “braccio” e “mente”.

Le sirene incarnano l’amalgama di elementi avvolgenti e pericolosi, sono detentrici dell’arma di seduzione più mortale e ammaliante: il loro canto.

Allora perché Odisseo vuole ascoltarlo, sapendo di rischiare di soccombere? Perché sono esseri sapienziali, sanno leggere il futuro, conoscono il presente e il passato, la loro voce è profetica e la “curiositas” del leggendario eroe greco ha necessità di essere cibata dalla sapienza di queste donne incantatrici. “Dotte Sirene”, le chiamerà Ovidio otto secoli dopo Omero.

Alla sirena di Chiara è stata stracciata la mente, è silente, ma non muta, racconta il suo dolore immobile che risuona dappertutto, è sapiente e profetica perché con il suo silenzio ci racconta la verità.

I soggetti delle opere della scultrice richiamano l’iconografia classica, per similitudine o per contrasto, sovvertendo le regole dell’imponenza della materia monumentale. La scultura per lei è una scommessa esistenziale, la possibilità di dare forma e senso alla propria esistenza attraverso l’azione creativa, è un confronto con la propria finitezza.

Al di là della scelta dei materiali, in alcuni casi tradizionali, la scultura contemporanea ha mutato “anima” rispetto al passato, assumendo l’identità “ibrida”, caratterizzata dalla multiformità e dalle installazioni ambientali. Ce lo ha raccontato Louise Bourgeois che, già negli anni Novanta, per scolpire utilizzava i propri vestiti e gli indumenti dei suoi cari evocando il passato e le sensazioni di intimità e vulnerabilità.

Mi domando, quindi, come Chiara abbia scelto il materiale morbido: perché tesserlo, a chi si sia ispirata?

Mi confida che durante l’infanzia è stata cresciuta da sua nonna, maestra montessoriana, che le ha insegnato il gioco dell’arte tessile, tributo alla pazienza e alla maestria delle mani. Ha deciso, così, di affondare il suo ago sul tessuto donandogli una forma tridimensionale, creando metafore della ricchezza dei saperi e delle tradizioni antiche delle quali occorre conservare memoria.

Come? Attraverso il filo, riunisce e rammenda ciò che è separato, ma “rammendare” non è probabilmente “rammentare”? Ricucire insieme schegge di memoria?

Sulle sue “anatomie morbide”, come in Afrodite Cnidia, nel Gruppo del Lacoonte, in Grande Madre, in Medusa, in Venere e Dafne, nelle Tre Grazie ecc. … con il filo cremisi fa riaffiorare, ricamando, ciò che è interno all’uomo…  la spina dorsale, i reni, il cuore, il sistema circolatorio, la struttura ossea … “rammentandoci” che ciò che è celato in natura diventa manifesto per raccontarci la nostra profonda interiorità.

Nei suoi ultimi lavori, però, sembra che lei abbia deciso di abbracciare un altro ciclo creativo ed emotivo che riguarda apparentemente la scelta di nuovi materiali, come la carta, ma che lambisce soprattutto una sua evoluzione, un cambiamento profondo da cui è scaturita L’Anfora, utilizzata per la prima volta in occasione di un’installazione interattiva che ha emulato il rito purificatore del fuoco di Canopo Votivo.

Recipiente, intagliato con maestria e cura artigianale, che veniva utilizzato nell’arte funeraria egizia; un portale sacro, guida dell’anima del defunto nel suo viaggio verso l’aldilà.

Racconta l’artista…

 “L’anfora rappresenta un grande contenitore primordiale pronto ad accogliere le inquietudini dell’epoca. Il fuoco, il rogo votivo, è un elemento simbolico di trasformazione e costituisce un richiamo alle antiche tradizioni popolari secondo le quali ciò che sta per iniziare si deve fondare sulle ceneri di ciò che è stato. A testimonianza del rituale resta un solo reperto, una targa di ottone incisa, inserita nel vaso e scolpita dal fuoco, come l’Araba Fenice.”

Lei utilizza l’arte nella su funzione attiva cercando una verità che non è epidermica ma interiore e che non si raggiunge valicando l’esperienza, ma scavandola e chiarendola.

Questo appare evidente anche nella scelta della forma dell’Anfora, un contenitore finito che contiene il fluido infinito della vita e dell’esperienza, come il ventre femminile che dona nutrimento e fecondità.

I suoi due manici, inoltre, in un sublime abbraccio di contrapposizioni, manifestano la dicotomia fondamentale dell’essere: il contingente e il trascendente, il chiarore e l’oscurità.

Così l’artista descrive una delle opere esposte a marzo di quest’anno all’Art Central di Hong Kong:

Sogno ci invita nel regno dell’inconscio, dove l’anfora diventa un vaso per l’essenza eterea del proprio io più intimo. La sua forma, che ricorda gli antichi vasi usati per il sostentamento, assume ora la parvenza di una lampada mistica, da cui emergono sogni come eterei ciuffi di fumo. La figura, riposa nel sonno contro il vascello, simboleggia il potere nutriente dei sogni, che nutrono le nostre anime e accendono l’immaginazione.”

Chiara Valentini ha trasformato la fragilità umana in potenza espressiva, plasmando la materia in opere che sussurrano le storie che arrivano dai suoi segreti più profondi, celati dalle ombre delle sue gracilità.

immagine per Barbara Caterbetti
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Barbara Caterbetti si è laureata in Storia e Conservazione dei Beni Culturali con una tesi in Museologia, ha conseguito diversi Master tra cui uno in ricerca storica e un altro in comunicazione e valorizzazione del patrimonio letterario, documentario e vocale. È critica d’arte, docente di Lettere e organizzatrice di eventi culturali. Ha contribuito come storica alla produzione di film-documentari. Redige cataloghi d’arte. Scrive di arte contemporanea e di cultura in generale. Collabora con alcune gallerie private e istituzioni museali. Cura il blog “Ipsumars” dedicato all’arte.

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