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Le strategie di prossimità di Alex Urso

di Barbara Caterbetti

Incontro Alex Urso (1987) proprio davanti alla sua opera pubblica Fare una comunità, a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, un angolo speciale dove il belvedere si apre su un panorama che toglie il fiato: il Mare Adriatico si perde in un abbraccio infinito e il Gran Sasso e la Majella accarezzano l’orizzonte, mentre a ovest si stagliano maestosi i Monti Sibillini e a nord il Conero e il Titano si intrecciano con il cielo.
Quanto è suggestiva quella scritta? L’ho percepito dagli occhi lucidi di una signora che indica ad Alex la foto di un suo familiare, sussurrando parole di gratitudine per aver restituito linfa alle storie dimenticate di un intero paese.

immagine per Fare una comunità, (2024). Courtesy the artist.
Fare una comunità, (2024). Courtesy the artist.

 

Mi è apparso chiaro che lui rappresenti uno di quegli artisti che non cerca luoghi deputati, ma che peregrina sempre, arriva ai margini e si riposiziona continuamente guardando alla comunità, all’individuo, alla società.
Il modo di fare arte di Alex è basato su un atto di osservazione, un’attività mentale che si riversa sui luoghi.

Ma cosa significa fare comunità?

Comunità deriva dal termine communitas e contiene in sé la parola munus, che in italiano può essere tradotta in dono, che implica lo scambio, perché una volta ricevuto deve essere contraccambiato, perché quello che rende il singolo parte di una comunità è la partecipazione che sottintende la responsabilità nei confronti dell’altro. Lo spazio pubblico, infatti, non è uno spazio dato una volta per tutte, ma ha bisogno di essere preso in carico da tutti.

Fare una comunità, inaugurata il 28 settembre 2024, nasce da una call to action, un appello che ha risvegliato la memoria degli abitanti di Ripatransone, chiamati a donare frammenti della loro vita, spolverando fotografie ingiallite: ritratti intimi, scene quotidiane, sorrisi condivisi e momenti di festa.

Da oltre 400 scatti, realizzati tra gli anni ’20 e gli anni ’80, prende forma una narrazione visiva che raccoglie l’essenza stessa del paese: un mosaico di contadini, benestanti, lavoratori umili, bambini e piccole imprese familiari, che, con la loro semplicità, raccontano la forza collettiva e l’identità di Ripatransone, un patrimonio di storie che altrimenti sarebbero svanite nel silenzio del tempo.

Mi confida che la sua famiglia ha origini calabresi e che si è trasferita nelle Marche quando lui era ancora bambino, però la vera casa che sente appartenergli non è tanto un luogo fisico, ma quella dimensione che gli permette di esprimere la sua essenza più profonda.

Un concetto che lo ha accompagna da sempre: a Milano quando frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Macerata e a Bologna all’università di Lettere o quando collabora con riviste di settore, scrivendo di arte, musica e cultura contemporanea, e anche nel suo ritorno al borgo piceno, nel 2019, dopo sette anni trascorsi a Varsavia dove ha coltivato la sua ricerca, arricchendola di esperienze come curatore per importanti istituzioni pubbliche e private, tra cui la National Gallery of Art, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Adam Mickiewicz Institute.

Lui stesso afferma che come curatore predilige le attività in luoghi e territori fragili e inconsueti.

È con questa visione che fa nascere FIUTO Art Space, a Ripatransone: una nicchia di 12 mq, frutto di una sfida personale, di un’ambizione audace… quella di dar vita a un avamposto di arte contemporanea in provincia, uno spazio indipendente, che Hakim Bey definisce T.A.Z., acronimo di Temporary Autonomous Zone, luogo che non si struttura come deputato all’esposizione o alla vendita di opere, ma come box di creatività in cui è possibile sperimentare, rimanendo parallelo al sistema e al contempo non subordinandosi a esso.

Alex Urso attua una forma di resistenza culturale e potrei descriverlo come un rabdomante che sfonda le discipline, dall’arte all’antropologia ma anche dall’antropologia all’arte.

Lui ha concepito uno strumento di emancipazione collettiva, una galleria che si disloca tra la gente, per le strade, le case e i palazzi, agendo sulla comunità, rinsaldandone la memoria, scegliendo di non dipendere da nessuno.

Una vera e propria utopia situata, concetto sviluppato dalla filosofa e teorica sociale Rahel Jaeggi, secondo la quale l’utopia non è un’idea astratta o irraggiungibile, ma una visione di futuro che si radica nel presente, ancorata nelle condizioni sociali ed esistenziali reali.

Altrove localizzati, che esistono al di fuori dell’ordine abituale e che sfuggono alle convenzioni e alle norme di comportamento quotidiane, come lo sono le utopie inverse, altrove opposti, spazi che riflettono o amplificano certi aspetti distopici della società: luoghi di isolamento, case di riposo, prigioni, ricoveri o manicomi. Questi spazi inquietano perché spezzano e aggrovigliano i nomi comuni, perché devastano la sintassi del pensiero convenzionale, insinuano le norme sintattiche, mettono in crisi gli enunciati e la loro codifica standardizzata.

L’artista attinge anche dalle utopie del tempo e lo fa scavando tra gli archivi, i mercatini, i cassetti polverosi, raccogliendo materiali che, dai margini geografici, psicologici e sociali, pone in uno spazio attuale, in un centro in cui l’immagine-opera rappresenta la scintilla, l’incontro tra due universi: arte e vita.

Nel 2014, con Musée de l’Oubli, riporta alla luce otto collage firmati sul retro da un certo Monsieur G., risalenti al 1979.

Alex li ha trovati nel 2014, in un mercatino di strada a Varsavia, in mezzo ad altri oggetti e, attraverso il filtro di chi osa guardare il mondo con occhi nuovi, ha deciso di riabilitarli, ripulendoli, risistemandoli e riparandoli, divenendo veicolo di una riflessione più profonda, quella di rendere omaggio a tutti gli artisti che la storia dell’arte non ha ritenuto degni di attenzione, attuando una sorta di Appropriation Art, un gioco di citazioni visive che sfida le convenzioni, manifestazioni d’arte che riproducono immagini, creazioni artistiche altrui.

Da un archivio, in questo caso quello privato, nasce Lontano da dove, del 2022, un collage di vecchie fotografie di famiglia.

Mosso da intime ragioni e circostanze che rispondono alle pieghe della sua stessa esistenza, l’artista ha scavato nel passato, nelle storie di emigrazione dei suoi parenti, cucendo scampoli di immagini, di mappe consumate, di figure evanescenti e di luoghi che richiamano esperienze di vita. Tuttavia i soggetti raffigurati hanno i visi scarabocchiati, distorti, non hanno volto né nome, trascendono l’individualità, interrompono la simmetria, un urlo visivo che rifiuta il conformismo e si arrende all’autenticità senza il peso delle convenzioni estetiche.

Nel 2021, dà vita alla mostra Past Continuous, presso lo Spazju Kreattiv di La Valletta, durante il festival ŻiguŻajg.

Un viaggio tra passato e presente, ispirato dagli archivi digitali di Magna Żmien. Il titolo, preso dalla forma verbale inglese, evoca l’incessante fluire del tempo: un ricordo che si protrae, un momento che non è mai fermo, reso attraverso collage, installazioni, realtà aumentata, video e quattro diorami che creano un universo immersivo, una porta sul surreale.

I diorami Alex Urso li utilizza fin da bambino, assecondando la sua esigenza di raccontarsi, valicando il limite della superficie piatta. Dispositivi ideati nel 1822 dal pittore e scenografo francese Louis Daguerre, che permettono al pubblico di vivere esperienze visive dinamiche, riletti recentemente anche da artisti come David Altmejd, il quale invita lo spettatore a riflettere sull’identità e sul corpo umano.

In ogni caso questi mondi in miniatura suggeriscono una riflessione sul nostro relazionarci con la realtà circostante, come avviene in Welcome to the Jungle, del 2017, che nasce da una profonda riflessione di Alex sul sistema dell’arte contemporanea, sulle sue labirintiche dinamiche e sui suoi protagonisti.

Un dialogo muto ma potente con i maestri del XX secolo, che in questa raccolta vengono elevati a figure mitiche e collocati in un intricato paesaggio, un ambiente di predatori, selvaggio e affascinante che rispecchia, con forza e complessità, l’essenza stessa del reticolo artistico.

Il suo operare non si configura mai come autarchico, non esiste una barriera che separa il site (galleria, museo, fiera) dal non-site (l’ambiente) ma uno scambio continuo, un divenire dialettico. Per cui accade che la sua pratica possa intrecciare estetica, etica e antropologia in una spiaggia a Ilet la Biche, un’isola al largo della costa settentrionale della Guadalupa, dove l’utopia diviene possibile.

La Biennale de La Biche, definita dal “The Guardian” come “la più piccola biennale d’arte al mondo”, curata da Urso e da Maess Anand, nel 2017 espone i lavori di 12 artisti ed è raggiungibile solo con piccole imbarcazioni, identificabile da una baracca fatiscente con tetto di lamiera, circondata da mangrovie che si ergono sopra limpide acque turchesi in un luogo di mutamento, che a causa dell’innalzamento del livello del mare, sta di fatto gradualmente sommergendosi ed è quindi destinato a scomparire in pochi decenni.

Che lavoro fanno gli artisti quando (non) sono artisti?”, con questa domanda provocatoria Alex elabora Painting Clouds, (2021-2022), una serie di 365 foto, uno scatto per ogni giorno dell’anno, esposta nel giugno del 2024 presso THEPÒSITO Art Space a Narni Scalo, in Umbria.

Anche in questo caso Alex Urso evidenzia la sua attitudine di far riflettere sul sistema dell’arte, come esso possa rivelarsi anche al di fuori dei templi istituzionali e come possa scivolare nei meandri della vita.

È nell’incontro con la comunità che l’arte acquista una nuova forza, costruendo legami più autentici e vividi, come insegna Jan Hoet a Ghent che, nel 1986, cura Chambres d’Amis, una mostra domestica diffusa, che porta le opere direttamente nelle case dei cittadini, abbattendo le barriere museali e aprendo le porte a nuove esperienze di fruizione.

È questo spirito che guida Alex a realizzare le sue strategie di prossimità, termine coniato da Félix Guattari per sostenere che la trasformazione autentica e duratura avviene nelle piccole pratiche quotidiane, nei microspazi di resistenza che gli individui e i gruppi creano all’interno delle dinamiche sociali, culturali e politiche più ampie.

D’altronde, non si può inseguire l’utopia nei gangli dei ministeri, sarebbe paradossale, è solo nel vissuto che la sua carica rivoluzionaria può esprimersi.

 

immagine per Barbara Caterbetti
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Barbara Caterbetti si è laureata in Storia e Conservazione dei Beni Culturali con una tesi in Museologia, ha conseguito diversi Master tra cui uno in ricerca storica e un altro in comunicazione e valorizzazione del patrimonio letterario, documentario e vocale. È critica d’arte, docente di Lettere e organizzatrice di eventi culturali. Ha contribuito come storica alla produzione di film-documentari. Redige cataloghi d’arte. Scrive di arte contemporanea e di cultura in generale. Collabora con alcune gallerie private e istituzioni museali. Cura il blog “Ipsumars” dedicato all’arte.

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