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Tommaso Lisanti l’alieno

di Donato Faruolo

Non avevo idea di chi fosse Tommaso Lisanti. Ora ho invece diversi dubbi a riguardo, e questo è un bene.
Scomparso lo scorso anno (2023) a Roma, l’artista (nato a Ferrandina, Matera nel 1956) sembra aver avuto ben pochi trascorsi in Basilicata, sua regione d’origine. Ha però attraversato trasversalmente gruppi e correnti, come la cerchia di Gino De Dominicis, la galleria Pio Monti, la Transavanguardia, conservando sempre una curiosa lateralità, fino al ritiro dalle scene e dai mercati degli ultimi anni. Un vero alieno.

Oggi Fondazione SoutHeritage gli dedica una mostra per Genius loci, un ciclo riservato ai fenomeni culturali più rilevanti sul territorio regionale, concependolo come azione fondamentale nell’ambito del contemporaneo.

Non è però una retrospettiva, non un’antologica, non una mostra enciclopedica o un’azione banalmente divulgativa. Né tantomeno una veglia funebre al cadavere eccellente. È invece un’azione vitale, con un piglio organico e deciso, un impulso direzionale, animata paradossalmente dallo spirito di una potenziale estensione dell’agire dell’artista oltre la vita.

Ma soprattutto è una nuova tappa di quel processo di revisione del dispositivo-mostra e del protocollo-opera che Fondazione SoutHeritage porta avanti da diversi anni, con risvolti di grande interesse sul profilo teorico e metodologico, spinto alle estreme propaggini delle consuetudini espositive, curatoriali, allestitive, installative, critiche. Fin quasi all’abisso dei processi di significazione, lì dove si intravede il bagliore oscuro di una novità ancora indecifrata, sensazione sempre più rara nell’esperienza dell’arte.

In mostra, il risultato di una sorta di sondaggio archeologico negli archivi e nei magazzini di Tommaso Lisanti. Un sondaggio capace di isolare una traccia nel suo lavoro incentrata sul ricorso all’immagine dell’alieno (stavolta inteso proprio nel senso di extraterrestre), in una radice critica che Angelo Bianco Chiaromonte riconduce alle fascinazioni spaziali e fantascientifiche dell’epoca, così come alla passione dell’artista per Giotto o il Rinascimento fiammingo, o a una sorta di mitologia postindustriale tra l’apocalittico e l’esaltato, o ancora alle iconografie enigmatiche di De Dominicis. Un campione che lascia intuire un’eterogeneità di temi, formati e linguaggi fuori dal campo visivo, ma che aiuta a costruire una specifica mitogonia potenziale per l’alieno Lisanti.

Non mancano azioni spregiudicate, quasi scorrette e fuorvianti, azzardi che ritagliano un ruolo sdrucciolo e anti-epigrafico per la mostra.

Come quando il dipinto con la sagoma di un disco volante è affisso sul vecchio affresco ottocentesco all’ingresso della cappella-padiglione, allo scopo di alludere alla Madonna dell’ufo di Palazzo Vecchio. O come quando su una parete si compongono come partiture di un’opera potenziale, animata da un linguaggio anch’esso potenziale, brani di opere incompiute come fossero parti di un polittico finito.

Esiti poetici di una strategia di redazione della mostra che quasi cerca riparo in una generatività del linguaggio artistico freddamente metodica e spregiudicata al contempo, per ritagliare all’accadimento espositivo una potenzialità di azione nella significazione che è chiara e denunciata, senza per questo ricorrere ad atteggiamenti affabulatori, dichiarativi, normativi.

All’attenzione di SoutHeritage per Lisanti, segue anche quella di Momart Matera, che condurrà tre opere dell’artista in fiera a Verona. E anche questo è un ottimo segnale.

Meritoria e feconda azione culturale, non si rassegna alla mera trasmissione di contenuti, ma comprende e illustra con chiarezza come il medium-mostra non possa (e forse non sia mai stato) un tramite innocente, un ambasciatore senza pena. Quando lo stolto indica l’opera, il saggio guarda la mostra.

immagine per Donato Faruolo
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Donato Faruolo è nato a Potenza nel 1985. Lavora nel campo delle arti visive come curatore, redattore e progettista per l’editoria e la comunicazione visiva. Ha insegnato presso le accademie di belle arti di Palermo, Torino e infine Foggia, dove attualmente è detentore di cattedra. Dal 2019 ha assunto la direzione artistica di Porta Cœli Foundation, per cui ha curato, tra gli altri, il progetto 404. Programma per l’arte contemporanea, oltre alla costante progettazione di processi artistici nei territori periferici, incentrati sull’emersione di nuovi statuti di cittadinanza, di nuove forme di consapevolezza dell’abitare.

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