Il mondo ha fame di alterità. In un panorama di globalità residuale, connotato dalla capillarità delle comunicazioni, dal decadere delle grandi narrazioni e dalla messa in discussione perfino delle categorie cognitive di verità, identità e non-contraddizione, gli immaginari e il loro corollario di aspirazioni di fruizione culturale e turistica si mettono in cerca di serbatoi inesplorati ai quali attingere per soddisfare un nuovo bisogno di “autenticità”: qualsiasi cosa questa formula riesca ancora a designare, è comunque l’espressione di un’esigenza irrisolta, di uno scompenso che necessita di essere analizzato.

Fin dalle rivoluzioni industriali, l’inurbamento massivo e coattivo e lo spopolamento inesorabile delle cosiddette “aree interne” hanno portato al raggrumarsi degli interessi e delle aspirazioni di enormi masse di persone – con relative implicazioni economiche e culturali – in poche grandi città.

Specie con il decadere del modello industriale post-bellico, ciò ha però determinato per milioni di esseri umani la condizione di una vita spesa con grave povertà esperienziale, in contraddizione con le più fondamentali promesse delle migrazioni moderne.

Città sempre più escludenti e competitive hanno trascinato i propri abitanti in inattese e inaccettabili condizioni di disagio, comportando il depauperamento di ciò che di “accessorio” rende una vita degna di essere vissuta. Ossia una certa idea delle relazioni e della cultura, la cui radicalità la metropoli prometteva di sostituire con una “secolarizzazione” funzionalista, e di conseguenza quel bisogno ammutolito di abitare discorsi che, anche nostro malgrado, ci riguardino in maniera più profonda e sensata.

Sorge la richiesta di un coinvolgimento organico in una sfera di prossimità sociale e civile che ci tragga d’impaccio da quella continua sensazione di precarietà che ci fa sentire sempre di passaggio, ospiti o perfino parassiti di città ridotte a scenografie.

È la condizione di un netto impoverimento di quella che il sociologo Georg Simmel chiamava “vita dello spirito”, un’esistenza cioè privata della radicalità di un rapporto con la natura, con la forma urbana che si abita, con le sue comunità umane e con i grandi sistemi simbolico-antropologici che le tengono insieme. La perdita, insomma, della percezione di sé come parte integrante, organica e funzionale di un cosmo.

Con questo non si vuole tessere un’acritica elegia delle provincie, che, totalmente prive di prospettive strategiche di lungo corso, sono spesso ricettacolo di patologie sociali e psicologiche, di frustrazioni e dipendenze tossiche. Ma quello del loro spopolamento non è solo un problema delle periferie, ed è un tema il cui presidio è certo interesse dei centri. E capiremo perché.

Dal boom economico in poi, la cultura del secondo Novecento è punteggiata da innumerevoli episodi che narrano di questa irreparabile frattura con un’Italia rurale e diffusa, che pure spesso determinava condizioni di insopportabile povertà da esorcizzare, ma in cui il senso di ogni azione era legato all’economia di un ecosistema: dalle preoccupazioni di Pier Paolo Pasolini per il sorgere della società dei consumi e della televisione, al Marcovaldo di Italo Calvino; dai film para-antropologici di Luigi Di Gianni alle massive campagne fotografiche di Strand, Zavattini o Cartier-Bresson; da I Basilischi di Lina Wertmuller, alle nuove periferie romane dell’Eclisse di Michelangelo Antonioni; dall’Artemio/Renato Pozzetto di Il ragazzo di campagna a Rocco e i suoi Fratelli di Luchino Visconti; fino al prototipo della vita impiegatizia che sterilizza anche sogni e aspirazioni che è il Fantozzi di Paolo Villaggio.

immagine per 05 Luciano Salce, Fantozzi, 1975
Luciano Salce, Fantozzi, 1975

Tutto racconta di un processo – non solo italiano, ma peculiarmente italiano – di inurbamento e conformazione ai canoni e ai ritmi della vita della metropoli, dove l’aspirazione a condizioni materiali migliori e a un accesso più semplice ai consumi si traduce, negli effetti, nella rinuncia ad altri settori determinanti della qualità della vita, spesso decaduti nel riassetto delle scale valoriali e aspirazionali.

Si genera una condizione di disagio che è spesso indecifrabile, una sensazione di frustrazione e impotenza di fronte alla sfida di determinare la propria vita e la propria condizione di benessere, oltre quel soddisfacimento funzionale che una volta imprigionava Fantozzi e che oggi è il nuovo orizzonte del desiderio per tante esistenze precarizzate.

Da un certo punto di vista, è una complessa sindrome di revisione del sé in base a parametrizzazioni che instaurano un gioco dove il fallimento è sistemico e preventivo. Una questione posta oggi al centro della filosofia diagnostica e disillusa di pensatori come Byung-chul Han. Si pensi a La società della stanchezza (2010) oppure a La scomparsa dei riti (2019): sono testi a volte quasi elementari che hanno il pregio di fondare un’immagine di riferimento per quella dimensione prestazionale che priva l’uomo del senso della propria finitezza, e quindi della propria proporzione con il cosmo, nel contesto del tardo capitalismo odierno.

Ma quell’idea di revisione radicale dei presupposti di partecipazione organica e funzionale ai nostri sistemi antropici, e quel senso di malinconia per il fallimento delle promesse di illimitata emancipazione poste dal moderno, si possono intravvedere nel pensiero di ciascuno dei teorizzatori dell’estenuata posa dei nostri tempi.

Pescando quasi a caso, tra le più ovvie e lampanti banalità del citazionismo contemporaneo, viene da pensare a Jean-François Lyotard o a Gianni Vattimo, a Jean-Paul Sartre o a Theodor W. Adorno, a Jane Jacobs o a Marc Augé, a Francis Fukuyama o a Zygmunt Bauman, a Jean Baudrillard o a Paul Virilio, a Serge Latouche o a Naomi Klein…

Una costellazione spuria e divergente di concetti fondamentali alla costruzione di una medesima cognizione del sé nel presente sembra girare tutta intorno a un senso di decadimento di quelle ragioni di audacia che consentivano all’uomo, più o meno fino agli anni ’70 del Novecento, di muoversi in un habitat che sentiva colmo di opportunità e di spunti per la determinazione di sé, e che oggi vengono pesantemente rivalutati, non solo per via di un mutato contesto politico, culturale ed economico (guerra, crisi finanziaria, destrutturazione delle spinte globaliste, recente esperienza pandemica…) ma anche per una diversa disposizione a rinunciare a porzioni di qualità della vita per un avvenire caratterizzato da forti incognite.

Inseguire l’aspirazione e la necessità di opportunità economiche e di consumo migliori comporta, paradossalmente, un condizionamento tale per cui viviamo sempre più spesso in luoghi verso i quali non sentiamo nessun forte legame, né di origine, né di affinità elettiva, né di scelta efficiente e conveniente.

Se il legame di origine, ancorché non determinante né determinato dal soggetto, offre ancora e comunque una “ragione” per vivere in un luogo, così non avviene lì dove siamo condotti dalla necessità di soddisfare i nostri bisogni, che siano materiali o indotti. Viviamo in quei luoghi in cui la vita ci costringe a cercare dimora: una forma di esistenza sempre più nomadica e precaria, non solo in senso economico.

Un disgiungimento fatale del rapporto simbiotico tra abitante e habitat, in cui il contesto è interpretato come ostile su un piano che va al di là della sopravvivenza materiale, e verso cui si sviluppa spesso un rapporto di reciproco parassitismo, di reciproca incuria, di reciproco depauperamento, tipico dei rapporti in cui non vi è gratificazione, empatia, appartenenza.

L’immagine del contadino di Marcellinara evocata dall’antropologo Ernesto De Martino (La fine del mondo, 1964) che, perduta la vista del campanile del proprio paese, fulcro di un intero ambiente esistenziale, è preso dal panico dello “spaesamento”, a decenni di distanza acquisisce una nuova attualità.

Gli antropologi di oggi, ad esempio, leggono nel nuovo interesse globale verso drammaturgie ancestrali come quella del Maggio di Accettura – il rito del matrimonio degli alberi di ascendenza arcaica, in provincia di Matera – una sorta di «risposta ritualizzata allo squallore della vita urbanizzata».

Quella che si delinea è quindi una sorta di crisi dell’intero impianto simbolico che è alla base di una vita sociale profondamente messa in discussione, e con essa la salute e la qualità di quella citata vita dello spirito.

Che ruolo svolgono, nei miei immaginari e nella mia facoltà di orientamento, i luoghi e le emergenze che incontro nei miei percorsi quotidiani?

Quale rapporto c’è tra il mio lavoro e la percezione del contributo che offro a un progresso sociale?

Che tipo di solidità e complessità sottende i rapporti che intrattengo con le persone con le quali impiego la maggior parte del tempo della mia vita?

Quale parallelismo esiste tra la mia azione nel mondo sociale, civile ed economico e la mia crescita individuale?

Quali ricordi, quali ritualità, quali emotività, quali riverberi di profondità antropologica agiscono in me nel contesto in cui trascorro fette importanti della mia esistenza, e quante e quali speranze ho di poter racimolare empatia e condivisione intorno a essi?

Sono tutte domande che, in chi si trova a vivere in una città che solo parzialmente ha potuto scegliere per elezione e arricchimento personale, vengono quotidianamente messe a tacere dal bilancio che si fa sulle proprie esistenze, per non scoprire di trovarsi incastrati tra la necessità di non restare e l’impossibilità di andare via.

A questa profonda esigenza di carattere esistenziale risponde una nuova condizione di carattere economico: sempre più spesso la domanda dei consumi è orientata (o ripiegata) verso esperienze invece che merci, e sempre più spesso le esigenze delle nicchie sono determinanti nell’orientamento dei mercati.

Ecco che il fenomeno della cosiddetta “coda lunga” (Chris Anderson, 2004) costruisce un contesto in cui ripensare le strategie di sviluppo dei nostri territori: accanto alla domanda di massa per merci sempre più standardizzate, una quota sempre maggiore del mercato è occupata da una miriade di piccole domande diverse per piccole specificità.

Una modalità della domanda che è alimentata e può essere soddisfatta dalle modalità di distribuzione e di informazione concesse dai canali di internet, e che, vista globalmente, acquisisce proporzioni non più trascurabili, paragonabili, nel volume complessivo, alla distribuzione di massa. E quindi alle esigenze della produzione e dell’industria contemporanea.

Che cosa comporta questo? Comporta la possibilità che esista un’effettiva praticabilità tecnica, logistica ed economica di una modalità dell’abitare che si discosti dal modello del turismo di massa.

La tendenza che possiamo subodorare è quella di un decadimento nell’appeal di una modalità del viaggio fatto senza eccessivo investimento economico ed emotivo, verso luoghi tratti dalla lista dei “posti da visitare assolutamente”, allo scopo di veder confermate aspettative già preordinate in esperienze pronte a essere esperite da un turista ridotto a target-medio, a utente di un servizio.

Il termine stesso “turismo” sembra spesso non poter descrivere una domanda di alterità non predisposta, di quell’autenticità così difficile da definire proprio perché spaventosamente lontana da ogni messa in scena del territorio a favore di occhi esterni.

Il viaggiatore contemporaneo ama piuttosto sfatare e ridicolizzare tutti quegli scenari per fotografie sulle reti sociali che richiedono di restringere l’inquadratura quel tanto che è necessario a non mostrare degrado, conformismo, omologazione e preordinazione della domanda, non solo turistica o esperienziale, ma esistenziale, da tenere appena fuori dai margini dell’immagine.

Dopo aver secolarizzato e funzionalizzato tutto, orfani di liturgie e congetture a cui non potremo mai più tornare a credere ma che erano pur sempre in grado di farsi dispositivo per sintonizzarci con il cosmo, resta quindi inevaso il bisogno di una visceralità e di una fondatezza che non potranno mai essere tradotte nei termini di un’experience turistica o nel vocabolario del marketing.

Appare fuorviante, mistificante, mortifera l’idea che a questa istanza quasi esistenziale si possa rispondere con qualche escursione riparativa del sabato pomeriggio in scenari di folklore: serve piuttosto un’alleanza radicale tra la città e le aree interne, non per le ipocrite e asfittiche argomentazioni tirate fuori durante la pandemia da Covid-19 – e lì sepolte – ma per la tenuta di un intero sistema antropologico e degli immaginari.

Un’alleanza che aiuti le città a uscire dal loop in cui si trovano, ostaggio di se stesse e delle proprie narrazioni, idrovore di centralità e narcisismo che stanno perdendo ogni aura proprio nel momento in cui provano a definirsi come effimeri sfogatoi di frustrazioni: pensiamo alla vera emergenza di nuclei turistificati come Venezia, Napoli, Milano, Palermo, Matera… in cui si rischia che non rimanga più nulla di cultura perché potrebbe non rimanere più nulla del senso profondo dell’abitare.

E un’alleanza che aiuti le mille fondamentali eccentricità italiane a ridefinire i propri statuti di cittadinanza, a emanciparsi finalmente dal complesso di minorità che le ha spalmate di cemento, eternit e alluminio anodizzato negli ultimi settant’anni, e a non simulare irraggiungibili protagonismi turistici mettendo una coppola in testa ai camerieri e qualche murales di nostalgia agropastorale per le vie dei borghi.

In un assurdo e peculiare angolo di pianeta come l’Italia, incredibilmente disseminato di specificità, eccellenza e densità, serve pensare a una profonda presenza della produzione culturale contemporanea che si innervi organicamente su tutto il territorio, con forme di presidio o di rete che assomiglino alla distribuzione delle scuole o degli acquedotti – finché anch’essi resisteranno – più che al MAXXI o agli Uffizi.

Serve che le arti costruiscano quella ritualità di cui siamo orfani, un dispositivo per l’elaborazione degli enormi e infinitesimi dilemmi del vivere presente. Serve che la spinta su ricerca e innovazione dei linguaggi non sia un esercizio autoreferenziale per l’avvicendamento del nuovo, ma una funzione vitale degli organi della nostra società.

Serve che gli artisti imparino e insegnino continuamente, ogni giorno in modo diverso, cosa vuol dire essere abitanti e cittadini di un luogo, onorando e attualizzando l’etimo della parola “tradizione”.

Serve che le città – così come il modello del museo contemporaneo – si facciano non “Palazzo” ma centro di un’azione diffusa, punto di collezione e propulsione di esperienze, coordinamento di processi complessi e compositi. Serve che i centri si avvalgano delle periferie, e che le periferie guardino ai centri come a nodi neurali.

Serve che nessuno si senta escluso dalla fatica di essere contemporanei, di vivere nell’oggi pensando al futuro.

immagine per Donato Faruolo
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Donato Faruolo è nato a Potenza nel 1985. Lavora nel campo delle arti visive come curatore, redattore e progettista per l’editoria e la comunicazione visiva. Ha insegnato presso le accademie di belle arti di Palermo, Torino e infine Foggia, dove attualmente è detentore di cattedra. Dal 2019 ha assunto la direzione artistica di Porta Cœli Foundation, per cui ha curato, tra gli altri, il progetto 404. Programma per l’arte contemporanea, oltre alla costante progettazione di processi artistici nei territori periferici, incentrati sull’emersione di nuovi statuti di cittadinanza, di nuove forme di consapevolezza dell’abitare.

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