Fondazione SoutHeritage risponde alla chiamata di Matera 2026, Capitale mediterranea della cultura e del dialogo, e lo fa conservando il proprio galateo, il proprio rigore, il proprio codice di relazione con i pubblici e con la città. Ferdinandea. Portolano mediterraneo, visitabile fino al 5 settembre 2026, è la sua nuova proposta: una collettiva internazionale che raccoglie le opere di Latifa Echakhch, Philippe Favier, Marco Godinho, Bouchra Khalili, Runo Lagomarsino, Andrea Nolè, Edi Rama, in un discorso aperto e dubitante sulla dimensione culturale, relazionale, politica di un Mediterraneo come paradigma di spazio in continua negoziazione, anzi della continua negoziazione.

Una postura straordinariamente in sintonia con la ragione d’esistere del discorso artistico contemporaneo, che per Fondazione SoutHeritage non può che divenire, come di consueto, anche un ragionamento aperto sul medium stesso della mostra.
Matera ha ancora voglia di essere capitale. E senza aver destituito il titre de courtoisie di Capitale europea della cultura (del 2019), oggi conquista quello della capitale del dialogo insieme a Tétouan, in Marocco.
Voglia di vitalità, in seno a una Fondazione Matera-Basilicata 2019 che cerca nuovi destini per non diventare un’ennesima agenzia di spesa regionale, ma anche necessario, permanente stato di eccezione per la città: Matera, nonostante tutto, fatica a trovare un ruolo chiaro come centro di produzione e ricerca culturale e, a discapito di un patrimonio di immaginari spropositato, sembra spesso incagliarsi sull’idea di dover rispondere a un’attenzione internazionale di cui non sempre riesce a spiegarsi le ragioni, ma che ha tutta l’intenzione di capitalizzare qui e ora, prima che l’incanto svanisca.
Così quasi tutto si fa attrattore ed evento, e un’altra capitale sarà la nuova occasione per affiorare ancora sulla scena internazionale, per un riscatto che non è meta ma medicazione ricorrente, cura omeopatica. “Riscatto”, appunto, fu il motto di Matera 2019, indice di quanto l’urgenza sia quella di essere riconosciuti, risarciti, ristorati, e quindi di quanto il senso di una cittadinanza contemporanea faccia ancora trasparire uno scompenso, più che una compiuta emancipazione.
Varie le proposte della città in cartellone, tra cui, nel campo delle arti visive, si ricordano un nuovo allestimento allargato di Mediterraneo di Mimmo Jodice, per iniziativa del Ministero della Cultura presso Palazzo Lanfranchi, Musei nazionali di Matera – la cui vera novità è il bel progetto grafico dello Studio Sonnoli con relativo libro pubblicato da Marsilio – e un nuovo allestimento del tavolo di Michelangelo Pistoletto Love Difference – Mar Mediterraneo, a cura di Mariadelaide Cuozzo, presso lo splendido complesso rupestre di San Nicola dei Greci e Madonna delle Virtù, per iniziativa, tra gli altri, dell’Università degli Studi della Basilicata.
Fedele nel metodo, ma originale e sartorialmente cucito sulla congiuntura, lontanissimo dall’eventismo e da molte delle vuote convenzionalità del contemporaneo, è invece il progetto di Fondazione SoutHeritage.
Se Terre immerse è il motto del dossier di Matera 2026, Ferdinandea raccoglie il senso della sua proficua ambiguità. Emersa per origine vulcanica nel 1831 nel canale di Sicilia, Ferdinandea è l’isola che diviene campo per l’espressione delle tensioni geopolitiche dell’epoca, con la contesa tra Regno delle Due Sicilie (che la intitola a Ferdinando II), Regno Unito e Francia: una contesa paradossale, per un fazzoletto di terra che si inabisserà nel giro di pochi mesi lasciando dietro di sé l’evidenza di un’irrequietudine che è il senso stesso di ogni contesa, proclamazione e contestazione di identità.
Oggi a -6 metri sotto il livello del mare, la quota batimetrica di Ferdinandea condiziona inaspettatamente l’installazione delle opere nella cappella gentilizia di Palazzo Viceconte (già Palazzo Venusio), sede della Fondazione: ognuna di esse è infatti installata a -6 metri dal colmo della volta dello spazio, una scelta anti-ergonomica che costringe il visitatore a riconsiderare la condizione privilegiata del proprio punto di vista che pretende di farsi ordinante.
La mostra diviene quindi un fenomeno da osservare nella propria nativa energia, come ciò che accade per imperscrutabile determinazione, senza la volontà di assecondare lo sguardo dell’avventore e le relative congetture e aspettative culturali.
La ridiscussione e relativizzazione delle convenzionalità adottate nelle rappresentazioni del mondo è non a caso uno dei temi cardine della mostra.
Il “portolano” menzionato dal sottotitolo è nient’altro che una mappa di navigazione, uno strumento di orientamento per collocarsi nello spazio.
Per esempio Marco Godinho (Portogallo, 1978), con Le monde nomade (2006), nativo di un paese che è il pulviscolo di un impero coloniale scomparso e residente in Lussemburgo, espone un planisfero suddiviso in 60 strisce verticali, arrotolate a mano e fatte viaggiare in una valigia per essere allestite in ordine discrezionale: in un gesto elementare bruciano millenni di rappresentazioni politiche di uno spazio inteso come dominio, esercizio di controllo, forzata omogeneità identitaria.

Oppure Philippe Favier (Francia, 1957 — 2026), con Géographie à l’usage des gauchers (2005): in residenza per 17 mesi presso il Museo d’arte contemporanea di Lione, si trincerò dietro una parete costruita appositamente allo scopo di simulare la propria assenza, impegnato in un ipotetico viaggio di esplorazione e ricerca.
Il risultato è una serie di mappe ipotetiche e paradossali prodotte dall’artista, tanto precise e mimetiche nel linguaggio tecnico adottato senza tentennamenti, quanto funzionalmente inservibili, se non per far sì che la carta liberi immaginari piuttosto che vincolarli nella fissità di una convenzione cartografica. Fondazione SoutHeritage decide di esporre un quadrato totalmente blu, un angolo di mare uguale a qualsiasi altro, e quindi, per paradosso, uguale a un ipotetico reale.

Le mappe di Bouchra Khalili (Marocco, 1975) sono invece costellazioni di tappe migratorie: The Constellation (2011) raccoglie i tragitti insidiosi e fatali di rifugiati e apolidi provenienti dal Nord Africa, alludendo a scomposti destini scritti in stelle avare, capaci di tradire le legittime aspirazioni di realizzazione e sicurezza di ogni individuo.
Le città attraversate, punti bianchi in un campo blu congiunti da traiettorie insensate e irrazionali, rappresentano la costellazione delle tribolazioni di chi ha dovuto lasciare il proprio paese per attraversare terre altre in clandestinità, rinegoziando la propria identità sotto una minaccia esistenziale.
Orizzonti di tutt’altro genere quelli di Latifa Echakhch (Marocco, 1974), eppure ancora colmi di proiezioni desideranti e di identità che rischiano di calcificarsi o di cadere nel grottesco. Gaya (e102) horizon 3 (2010) è un orizzonte color zafferano, anch’esso a quota -6 metri, che attraversa un’intera parete della cappella.

Una linea slabbrata e colante che da sola è in grado di produrre in noi la plastica sensazione d’essere a rischio di annegamento sotto la superficie a cui allude.
La sostanza che la traccia è il colorante alimentare “Gaya”, ampiamente usato come surrogato dello zafferano nella cucina marocchina e presente nelle drogherie etniche francesi – e non troppo dissimile dai coloranti alimentari usati in Sicilia per la produzione delle arancine.
Dicono a riguardo i dispositivi di mediazione culturale presenti in sala: «l’opera trova una collocazione particolarmente significativa all’interno della mostra proprio per la sua capacità di intrecciare materiali, simboli e tensioni culturali che attraversano il Mediterraneo».
Oltre alle opere di Edi Rama, Runo Lagomarsino e Andrea Nolè, resta inoltre fruibile, nel vestibolo della cappella, Michelangelo Pistoletto. Arte come documento di dialogo: inaugurato il 19 aprile, è un progetto espositivo multilocato promosso con Fondazione Pistoletto, Institut national des beaux-arts di Tétouan e gli Istituti italiani di cultura di Tirana, Tripoli e Algeri.
Si tratta della “Dichiarazione di fondazione del Parlamento culturale mediterraneo” (Strasburgo, 2008), materializzata in uno stendardo fruibile in ogni momento della giornata e in una risma di manifesti asportabili dai visitatori.
In quest’ultima forma il progetto è presente anche lungo le coste del Mediterraneo, nelle sue molteplici sedi, reiterando ancora una volta l’attitudine permanente di Fondazione SoutHeritage di dissolvere le centralità del luogo espositivo e di questionare le gerarchie delle istituzioni culturali, come fatto già in precedenza, per esempio costituendosi come padiglione della biennale globale e diffusa Bienalsur.
Informazioni: Ferdinandea: portolano mediterraneo. Latifa Echakhch, Philippe Favier, Marco Godinho, Bouchra Khalili, Runo Lagomarsino, Andrea Nolè, Edi Rama
- Fino al 05 settembre 2026
- Fondazione SoutHeritage, Matera
- Progetto promosso e edito da Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea; redatto da Angelo Bianco-Chiaromonte; coordinato da Roberto Martino, Francesca De Michele
- Nell’ambito di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026
- Prodotto con il supporto di MiC – Ministero della Cultura; Regione Basilicata; Palazzo Viceconte – Cultura; Bgreen – Agricoltura e Partecipazioni; il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Puglia e Basilicata; la collaborazione di Galleria Alfonso Artiaco / Napoli; il patrocinio di Città di Matera
- Sedi Padiglione SoutHeritage, Via S. Potito 7 – Rioni Sassi, Matera
- Orari dal martedì al sabato, dalle 17:00 alle 20:00 – ingresso gratuito
- Info + 39 0835 231767 info@southeritage.it www.southeritage.it
Donato Faruolo è nato a Potenza nel 1985. Lavora nel campo delle arti visive come curatore, redattore e progettista per l’editoria e la comunicazione visiva. Ha insegnato presso le accademie di belle arti di Palermo, Torino e infine Foggia, dove attualmente è detentore di cattedra. Dal 2019 ha assunto la direzione artistica di Porta Cœli Foundation, per cui ha curato, tra gli altri, il progetto 404. Programma per l’arte contemporanea, oltre alla costante progettazione di processi artistici nei territori periferici, incentrati sull’emersione di nuovi statuti di cittadinanza, di nuove forme di consapevolezza dell’abitare.















