Vite, morti e miracolo è la quarta produzione originale del  Tam Tower Art Museum di Matera, visitabile – non a caso – fino al 2 novembre 2025: una collettiva curata da Ciang e che raccoglie undici progetti di animazione impegnati nella sfida di raccontare la morte nei registri di una generazione che, più che con Kiss me Licia e Candy Candy, è cresciuta con South Park e Mucca e Pollo, o con BoJack Horseman e Bob’s Burgers. Una continua inversione dei piani dell’atteso che alterna un acido cinismo a momenti di disperata tenerezza, acerbe melanconie e intollerabile leggerezza.

Visitando una mostra al Tam è impossibile però parlare solo di opere. Intanto, per un motivo contestuale: la narrazione cittadina materana è diventata così pervasiva, invasiva e ineludibile che qualsiasi cosa avvenga nei Sassi – come complesso urbanistico e come coagulo di trascorsi antropici e culturali – non può fare a meno di confrontarcisi o di essere messa, anche proprio malgrado, in relazione con essi. Questo, in teoria, non sarebbe un problema, dato che la relazione esplicita con i contesti è da decenni un presupposto, se non addirittura il tema, di ogni progettualità artistica.

Ma il Tam solleva più o meno direttamente una questione imprevista e ancor più insidiosa: ogni città che voglia dirsi tale è una mescolanza di esigenze, identità, istanze non necessariamente convergenti, e la richiesta di estrema coerenza a una narrativa preordinata, di ortodossia a una messa in scena, è un fenomeno che va osservato ormai con una certa preoccupazione. Non più statuti di cittadinanza da indagare, ma copioni da recitare di fronte a una platea globale del turismo da non deludere nelle proprie aspettative, e talvolta perfino da non contraddire nelle proprie congetture.

Perché Matera sia ancora una città è necessario garantire e garantirsi l’accidentalità del divergente, coltivare l’opzione di non essere sempre e solo testimoni di una patente di materanità, sia essa “autentica” (qualsiasi cosa ciò voglia dire), sia essa posticcia e funzionale a narrative politiche, economiche, turistiche.

Senza lanciare strali e invettive, senza eleggere nemici o dichiararsi sotto attacco, il Tam apre la propria sede nel vivo del tessuto dei Sassi con una formula che non ha nulla di confermativo, ma che anzi spesso coltiva l’equivoco, la gag, lo sberleffo, senza timore di frequentare il kitsch, il deforme, ciò che è sopra le righe. Dietro un simulacro del cringe, il Tam cela spesso un’azione corrosiva di emersione del grottesco insito nelle pose ufficiali e istituzionali dell’arte e delle politiche culturali in generale.

È così che nel 2022, dopo una lunga trafila burocratica accompagnata dall’operazione Volevo solo aprire un museo, il Tower Art Museum inaugura con l’azione Il restauro dell’ipogeo Txakurreo, la mostra di rivelazione del fantomatico affresco prodotto da una sconosciuta civiltà scomparsa, restaurato in maniera improbabile dai tre specialisti camp col passamontagne del collettivo Canemorto: nella profanazione di ogni tabù legato alla concezione del patrimonio e dell’identità nella contemporaneità, c’è la decisa assunzione di una lateralità che contrappone l’irriverenza all’ossequio, l’azzardo alla tutela, l’impresa culturale privata al formalismo del pubblico.

Ancor più con Vite, morti e miracolo parlare solo di opere rischia di non cogliere la complessità e la problematicità delle azioni che passano per questo luogo: la commissione, la progettazione e l’esecuzione dell’impianto della mostra impiegano le risorse tecniche, relazionali, produttive e necessariamente co-curatoriali del gruppo del Tam a livelli inattesi per quella che sarebbe, in definitiva, un’esposizione di corti d’animazione. In verità ciascuna delle undici opere in mostra si espande nello spazio disponibile fino a pretendere di farsi ambiente essa stessa.

Così, per esempio, Marugenios, l’opera di Nespy5euro: un bambino si perde in un supermercato, dando vita a un plot minimale fatto però di ansie palpabili e concitazione che rievocano il senso di smarrimento dell’artista di fronte all’esperienza della tragica scomparsa della madre. Il video però è visibile attraverso l’anta di vetro di un piccolo congelatore a pozzo, a propria volta collocato in un piccolo ambiente che riproduce un supermercato con scaffali e registratore di cassa. Non basta: tutto è dipinto brutalmente di bianco e nero, e i segni sporchi e selvaggi del pennello sembrano disegnare in tre dimensioni la bozza di una reminiscenza angosciante, in cui tutto è tossico e pericoloso.

Oppure, Gita in famiglia, di Sara Priorelli: 24 secondi di animazione riprendono una tranquilla scampagnata di famiglia che termina crudelmente con l’uscita di strada dell’auto in cui viaggiano: un video che corteggia gratuitamente il senso di fastidio nelle tinte sgargianti e infantili di un’ilarità insostenibile, montato sul parabrezza di una vera Fiat Seicento incidentata condotta nei Sassi come mero supporto espositivo.

O ancora, Contromano, di Giacomo Calderoni: l’intollerabile noia e monotonia della vita emerge in una strada soffocata dal traffico, finché due motociclisti, per scampare alla sottile insidia dell’angoscia del quotidiano, decidono di corteggiare l’azzardo cercando un varco in cui sfrecciare nei due opposti sensi di marcia. Nessuno dei due deciderà di recedere da quel solo istante di euforia in cui una scelta sembra determinare davvero l’esistenza. Titoli di coda come in un colossal, proiezione in grande dimensione, e una sala scavata nella calcarenite materana che si tramuta in cinema con tanto di tende rosse di velluto a esaltare la funzione esemplare della cinematografia anche in 3 minuti e mezzo di animazione selvaggia.

Ancora in mostra, oltre alle citate, le opere video di Oscar Renni, Matteo Dang, Adina Oana Enache, Francesca Colombara, Maria Zilla, Valeria Weerasinghe, Nick Öhlo, Pietro Leddi. In tutte, la precisa e ben confezionata ultima propaggine di un’estetica tra il punk e l’urbano, in cui tutte le aspettative del gradevole vengono sistematicamente capovolte e perfino la provocazione si fa grammatica strutturata.

Vite, morti e miracolo, anche proprio malgrado, non è quindi una rassegna di corti d’animazione ma un dispositivo in cui ogni opera chiede di essere misurata contro il contesto che la ospita, contro le narrazioni che lo saturano, contro le aspettative stesse di chi osserva, così come a chiunque pensi a Matera come il presepe di Pasolini tocca ricordare l’abisso demoniaco di Brunello Rondi.

Non bisogna però cedere, forse, alla tentazione di etichettarla come banalmente trasgressiva: è un prodotto culturale codificato e maturo, allineato a estetiche e aspettative di fruizione di una generazione che per sentirsi rappresentata si confina nei propri codici e nei propri media, fino a sparire spesso dal radar di una società incartapecorita. Non una posa antagonista, ma una pura attestazione della forza di un’esistenza, strutturata e coerente a se stessa, in un registro di internazionalità che convive con l’atavico Sasso rifiutando di farsi schiacciare dall’imperativo ad annuire.

immagine per Donato Faruolo
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Donato Faruolo è nato a Potenza nel 1985. Lavora nel campo delle arti visive come curatore, redattore e progettista per l’editoria e la comunicazione visiva. Ha insegnato presso le accademie di belle arti di Palermo, Torino e infine Foggia, dove attualmente è detentore di cattedra. Dal 2019 ha assunto la direzione artistica di Porta Cœli Foundation, per cui ha curato, tra gli altri, il progetto 404. Programma per l’arte contemporanea, oltre alla costante progettazione di processi artistici nei territori periferici, incentrati sull’emersione di nuovi statuti di cittadinanza, di nuove forme di consapevolezza dell’abitare.

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