Tomás Saraceno (San Miguel de Tucumán, Argentina,1973) incarna il paradigma dell’artista che si offre come elaboratore di coscienza sui propri tempi per conto di una collettività spesso paralizzata dal settorialismo, dalla rincorsa dell’interesse particolare, dalla reciproca compromissione indotta dai sistemi del capitale: una figura non confinata nell’ambito del puro visuale e dell’elaborazione di forme innocue, ma piuttosto un propulsore di processi complessi intrinsecamente pluridisciplinari, capace di attraversare trasversalmente la filosofia, l’etologia, la biologia, l’ecologia, l’antropologia, la sociologia, l’economia, per poi lasciar precipitare il risultato di una inedita messa a sistema di conoscenze in opere che sono congegni tanto alieni quanto inaspettatamente connessi con le regole sottaciute del cosmo.

Non sorprende, quindi, che tra i dispositivi individuati per questa azione di presidio sullo stato della coscienza collettiva vi sia anche un libro. Life(s) of Webs: arachnophobias, arachnophilias, and other stories, pubblicato da Nero Edizioni e in uscita il 20 gennaio 2025 con il contributo della Fondazione Matera-Basilicata 2019, è a metà tra il libro d’artista e una curiosa forma saggistica collettiva che non si accontenta di snocciolare dati e tesi a proposito di un soggetto disciplinare.

Tenta piuttosto un’operazione che ha spesso il sentore di una drammaturgia iniziatica sulla e della conoscenza: c’è una tensione simbolica “fuori luogo” per il genere letterario, un climax specifico, la nebbia di una sacralità laica, in questa indagine sul valore emblematico delle strategie di sussistenza e proliferazione dei ragni.
Si tratta di un valore che emerge tanto più chiaramente se calato nel contesto dell’analisi dei tanti segni di una crisi nel rapporto dell’essere umano con i sistemi ecologici da cui dipende la sua stessa esistenza, costatazione di crisi che è posta al centro del lavoro della comunità interdisciplinare Aracnophilia fondata dallo stesso artista.
Nella pubblicazione troviamo testi di Claudia Attimonelli, Salvatore Bevilacqua, Gianni Garrera, Laura Tripaldi, David Zeitlyn, oltre all’introduzione dello stesso Saraceno e a quella dell’ex direttrice del Polo museale della Basilicata, Anna Maria Mauro.
Il libro è stato presentato in anteprima l’11 novembre 2024, in una conferenza con l’allora direttrice della Fondazione Rita Orlando, a Palazzo Ducale, a Genova, in occasione dell’inaugurazione di Anima∞le, la mostra personale dell’artista presso la Galleria PinkSummer e visitabile fino al 1 marzo 2025.
Inatteso scoprire che l’aracnofobia che così radicalmente permea le nostre culture urbanizzate moderne è tutt’altro che un dato scontato, sostituendosi in alcune società con impianti rituali costruiti intorno a una certa saggezza del ragno come agente capace di una connessione con le forze cosmiche che l’essere umano ha fatalmente interrotto – dai culti della natura presso i nativi americani fino al tarantismo nel sud italiano.
O inattesa, per esempio, la lettura delle ragnatele come veri e propri strumenti di espansione delle potenzialità cognitive del ragno, capaci di reagire e adattarsi al contesto, di captare e trasmettere informazioni, e di assumere comportamenti “vitali” che mai penseremmo di associare a una materia “inerte” percepita quasi come uno scarto organico.
Scrive Laura Tripaldi nel suo saggio Sepher Akhavish (p. 106):
«La co-evoluzione generica della seta e del ragno […] è una chiave per interpretare il nostro rapporto con la materialità tecnologica. È possibile che la tecnologia sia dotata di un’intelligenza propria? Così come nel misticismo kabbalistico il linguaggio è una macchina combinatoria generatrice di mondi, la seta è una combinazione di elementi materiali che appare dotata di intenzionalità e autonomia, il cui processo evolutivo imprevedibile trascende la volontà del singolo ragno che la produce».
Il libro prende il titolo dall’omonima opera che Tomás Saraceno ha installato nel 2023 nella sconsacrata Chiesa del Carmine di Palazzo Lanfranchi – una delle sedi del Museo nazionale di Matera – e di questa opera vorrebbe essere estensione e sistematizzazione.
Risultato di nove anni di frequentazione con la città dei Sassi grazie a Fondazione Matera-Basilicata 2019, l’opera è un vero confessionale installato permanentemente nella chiesa per consentire di sviluppare la disposizione e la concentrazione necessarie per un nuovo rapporto di prossimità e di alleanza interspecie con il ragno: al posto del sacerdote, una delle proverbiali strutture reticolari desunte dalla ragnatela.
Un dispositivo liturgico, finanche ampolloso e sopra le righe, caratterizzato da forme gotico-rinascimentali, vetrate istoriate con ragni, e un altro grande ragno di legno incombente sulla cimasa, a creare un seducente contrasto tra repulsione dell’incognito e dell’orrorifico, e attrazione esercitata dal presentimento di un ristoro, di una catarsi nella dimensione dell’armonico.
Tra le tante infrastrutture di senso e di relazione che Tomás Saraceno prova a istaurare con l’arte, emerge l’atteggiamento dello studioso rinascimentale che si inoltra tra conoscenze non ancora ingabbiate in paradigmi, dove un atteggiamento pre-scientifico post-scientifico sconfina in un laico misticismo, in un sereno rapporto con il formulario del magico, in un’ineluttabile aspirazione al godimento delle armonie cosmiche.
È perennemente in bilico tra analisi e poesia, tra disvelamento e fascinazione, dove il peso antropologico della condivisione di una narrazione si fa epica naturale, e rende superflua la distinzione tra fatti e credenze.
Della posa rinascimentale Saraceno dismette, però, l’antropocentrismo: argentino di nascita, cresciuto esule in Italia, l’artista sviluppa rispetto e ammirazione per il ragno, capace di costruire la propria casa ovunque; ma sviluppa anche quell’atteggiamento interspecista che, destituendo la posizione del dominio umano sugli altri viventi, ricava una sottile e commovente empatia per le ragioni dell’escluso.
Donato Faruolo è nato a Potenza nel 1985. Lavora nel campo delle arti visive come curatore, redattore e progettista per l’editoria e la comunicazione visiva. Ha insegnato presso le accademie di belle arti di Palermo, Torino e infine Foggia, dove attualmente è detentore di cattedra. Dal 2019 ha assunto la direzione artistica di Porta Cœli Foundation, per cui ha curato, tra gli altri, il progetto 404. Programma per l’arte contemporanea, oltre alla costante progettazione di processi artistici nei territori periferici, incentrati sull’emersione di nuovi statuti di cittadinanza, di nuove forme di consapevolezza dell’abitare.
















