Siamo tra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo e il quartiere di San Lorenzo, nella Capitale, diviene il punto di riferimento di artisti romani e non. Tra questi anche coloro che daranno poi vita allo spazio rigenerato che ospita oggi la Fondazione Pastificio Cerere, come, tra gli altri, Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Piero Pizzi Cannella. È in questo contesto che si forma Giovanni Termini (Assoro, Enna, 1972), dentro un luogo di sperimentazione e di crescita destinato a influenzare la maggior parte dei suoi lavori futuri.
La sua personale La promessa del vuoto, a cura di Simone Ciglia, visitabile presso gli spazi della Fondazione fino al 29 marzo, è un patto, un accordo tacito col visitatore, invitato a constatare che la praticità e il mediato impiego di oggetti di uso comune assumono, in sequenze apparentemente fortuite, un significato di causa-effetto condizionante e inevitabile.

A dichiararlo è già la prima installazione, La Disciplina delle Eccezioni (2025), una porta con un maniglione antipanico che, tuttavia, è impossibile aprire perché bloccata nella sua funzionalità da un pannello in legno.
Termini probabilmente vuole dirci che, sebbene quell’intralcio ostacoli concretamente la nostra capacità d’azione, avremo pur sempre la capacità d’intervenire modificando o rimuovendo l’agente impediente. Solo così potremo accedere, appunto, alla “promessa” che ci attende.
Questo equilibrio è reso altrettanto esplicito dalla struttura posizionata nello spazio espositivo che segue, La Promessa del Vuoto (2025), composta da diversi frullatori fra loro collegati.
Dalla concezione di tempo e spazio Termini introduce il movimento come rappresentazione di uno scambio meccanico e irriducibile, elemento concettuale che risuona con maggior potenza all’interno dell’ex fabbrica della Fondazione Pastificio Cerere.
Se lo spazio assume una valenza di spartizione tra la possibilità e il suo confine, il tempo ribadisce invece la centralità e l’importanza della meccanicità, in un flusso incessante e ripetitivo.
Con la proiezione del video Tempo imperfetto (2016) viene inquadrato l’impianto di un telaio in continua funzione: il tempo a ripetersi che degli oggetti di uso comune, di natura convenzionale, ne rivela l’intreccio e i conflitti che vi abitano.

L’ambiente espositivo si conclude con l’ultima installazione, Ipotesi (2018-2020). Una sedia a sdraio nera in legno verniciato e nylon che riduce lo spazio all’essenziale. Posizionata in modo inusuale, privata quindi della sua funzione classica, si fa tridimensionale e reinterpretabile.
Emergono un costante esercizio di privazione di significato dell’oggetto, un’attenzione alla riformulazione della materia e la parziale negazione del fattore estetico.
È ciò che si percepisce anche dai lavori passati dell’artista, come l’opera Inclinata (2019) o, più ironicamente, l’installazione Ping Pong (2017), in cui il celebre tavolo da gioco si compone di parti in neon, oppure, ancora, nell’opera intitolata Bilancia (2015), una struttura in ferro, legno e muschio, esposta in ambiente esterno, lasciata alla corrosione della natura circostante.
Con La promessa del vuoto Giovanni Termini continua quindi a indagare la relazione tra la funzionalità dell’oggetto, la sua esistenza all’interno di un contesto socio-culturale che lo pone al centro e, infine, ciò che di esso resta una volta privato del suo “guscio di significato”. Un viaggio, in sostanza, dall’uso comune delle cose alla loro essenza.
È laureata in Media, Comunicazione digitale e Giornalismo e collabora con diverse riviste culturali. Oltre alla passione per l'esplorazione dei meccanismi che governano il rapporto tra cinema, arte contemporanea e comunicazione, ambiti in cui è specializzata, s'interessa alle modalità con cui tali discipline si influenzano e si intrecciano reciprocamente, dando vita a nuovi sistemi di espressione e di trasmissione del messaggio culturale.














