Immaginiamo di entrare in un appartamento condiviso: tre stanze, collegate da uno spazio comune, per coinquiline che partecipano alla creazione di una dimensione artistica eterogenea e lineare. Le porte sono chiuse ma, una volta varcata la soglia, si accede a luoghi in cui prendono vita performance e piccoli rituali. È quanto accade in Roommates – ATTO III, un progetto espositivo articolato in quattro atti, a cura di Gemma Gulisano, presso Spazio Studi Arte, nel quartiere Prati di Roma.
A questo terzo atto partecipano Carola Spina, Ilaria Maciocci e il Collettivo G.M.R.G.P (Gestione Motrice Romana Gioie e Piaceri).

L’esposizione è pensata svincolata da un preciso ordine di visita: c’è solo, in effetti, un invito a entrare con discrezione per lasciarsi guidare dal microcosmo performativo che si dischiude stanza dopo stanza.
Room 1 – Carola Spina
Dall’isola di pietra, è la performance collocata nella room 1 di Carola Spina (Latina, 1998), artista visiva, legata al teatro e alla danza.
La troviamo seduta scomodamente su banchi di scuola impilati, a piedi nudi e con la testa inclinata a causa del soffitto basso, condizione di disagio che accentua la dimensione del gesto performativo.
Il libro che ha tra le mani e che legge in modo continuativo è Papalagi, discorsi del capo Tuiavii di Tiavea, delle isole Samoa, del 1920, a cura di Erich Scheurmann.
Il Papalagi (appellativo attribuito all’uomo bianco proprio dal capo indegno Tuiavii), forte nelle proprie convinzioni, più distante che mai dal mondo naturale e ingabbiato nel proprio ruolo, si avvicina con molta cura alla rappresentazione dell’uomo moderno sempre più distante dalla natura, convinto di avere il diritto di possedere tempo e verità, due elementi che tuttavia, in fin dei conti, sfuggono al controllo umano.
Il Papalagi ha tutto a sua disposizione, ma finisce per annientare ciò che di spirituale risiede in lui. In questo lungo racconto la dicotomia tra il mondo naturale e quello artificioso e soffocante creato dall’uomo per sé stesso, si fa ancor più manifesto.
Carola Spina, sedendo in una posizione disagevole sottolinea il paradosso della nostra epoca, la convinzione che ci è propria (dettata in parte dall’abitudine e da un contesto di sicurezza) che la comodità ci sia dovuta, che sia un merito acquisito, un errore, invece, che rischia di privarci di una necessaria dimensione trasversale.
Room 2 – Ilaria Maciocci
Il lavoro di Ilaria Maciocci (Roma, 2000), artista visiva e danzatrice, s’intitola Teatrino (2024–2025). Si tratta, come indica il titolo stesso, di un piccolo teatro realizzato con legno di recupero e disegni a china su carta di riso.
L’artista fa scorrere tra le mani una pellicola, mostrando immagini apparentemente slegate, evocative, che sembrano celebrare antichi ricordi e storie dallo sfondo epico.
La performance riflette sul bisogno di protezione della fantasia e della creatività, lontane dalle pressioni del mondo esterno, spesso disallineato rispetto alla sensibilità del singolo.
La casa, elemento fondamentale nella ricerca dell’artista, diventa così metafora di rifugio: un luogo in cui esprimersi, creare, distruggere e ritrovare sé stessi. È anche uno spazio della memoria, che ci riporta all’infanzia, al tempo dei sogni grandi e delle visioni pure.
Room 3 – Collettivo G.M.R.G.P.
Il Collettivo G.M.R.G.P. (fondato da Gaia Maria Rampello e Giorgia Papucci) presenta What is free will? And why is everyone talking about it?, una riflessione visiva sul libero arbitrio.
Il pavimento è ricoperto da un prato sintetico e due fotografie, appese come piccoli quadri, fungono da portali verso mondi apparentemente onirici: quella che potrebbe essere la stessa persona in entrambe le istantanee giace distesa, forse svenuta, e ha tra le mani un libro che riporta lo stesso titolo della mostra.
Accanto al corpo, un’arancia appena morsa, un richiamo simbolico alla mela della conoscenza. I due soggetti hanno forse avuto accesso alla verità, ottenendo, appunto, il libero arbitrio. A sottolinearlo sono i diversi elementi rappresentati nei due scatti: un mouse, un portafoglio, un metro, il prato sintetico che si materializza nell’allestimento stesso e i lacci, intesi come legami invisibili.
Un richiamo ad una sorta di artificio e di simulazione in cui ciascuno di noi è immerso, entro il quale ci muoviamo più o meno consapevolmente, prendendo le misure di uno spazio a cui non apparteniamo e in cui diventa sempre più difficile dimostrare l’autenticità della nostra libertà. Da qui, dunque, le domande: perché tutti parlano di libero arbitrio? Scegliamo davvero di aderire alla verità?
Informazioni: Roommates – ATTO III
- fino all’11 giugno 2025
- Spazio Studi Arte – Via Ennio Quirino Visconti 20, Roma
- spaziostudiarte@gmail.com
È laureata in Media, Comunicazione digitale e Giornalismo e collabora con diverse riviste culturali. Oltre alla passione per l'esplorazione dei meccanismi che governano il rapporto tra cinema, arte contemporanea e comunicazione, ambiti in cui è specializzata, s'interessa alle modalità con cui tali discipline si influenzano e si intrecciano reciprocamente, dando vita a nuovi sistemi di espressione e di trasmissione del messaggio culturale.


















