Il libro d’artista Lunario per sonnambuli di Zaelia Bishop (Esperidi editore – collana Traffici d’Artista) si configura come un’opera liminale, collocata tra l’oggetto editoriale e il dispositivo estetico.

Sfogliandolo, si ha l’impressione di trovarsi davanti a un varco, un attraversamento che invita il lettore a misurarsi con l’esperienza della sospensione.
L’andamento non è lineare, ma frammentato, e si inscrive in quella genealogia di libri d’artista che, a partire dalle avanguardie storiche e passando per le sperimentazioni concettuali del secondo Novecento, hanno trasformato la pagina in un campo di esperienza.
In questa prospettiva, Lunario per sonnambuli si avvicina a una fenomenologia del sonno e del sogno.
Non a caso, la figura del sonnambulo ha da sempre affascinato tanto la filosofia quanto la letteratura: da Kant, che nel suo trattato sui sogni dei visionari rifletteva sul rapporto ambiguo fra immaginazione e ragione, fino a Benjamin, che indicava lo stato onirico come chiave per comprendere la modernità, il camminare nel sonno ha incarnato l’oscillazione tra veglia e incoscienza, tra presenza e assenza.
Bishop si inserisce in questa tradizione, declinandola non in termini teorici ma attraverso un linguaggio visivo e simbolico che fa della pagina una topografia dell’interiorità.
Il nero che avvolge il volume non è un mero dato formale, ma un elemento concettuale. Colore della notte e del silenzio, della dissoluzione e della germinazione, esso rimanda tanto all’alchimia medievale quanto alle poetiche moderne dell’inconscio.
Bataille vi avrebbe riconosciuto “l’attrazione dell’informe”, mentre in termini più iconologici si potrebbe pensare al nero come spazio aurorale, luogo di apparizione di ciò che non trova espressione altrove.
In questo senso, il libro si configura come un vero e proprio “notturno visivo”, in cui il lettore è chiamato a orientarsi a tentoni, affidandosi a indizi, frammenti, segni disseminati.
Riconosco in questo lavoro di Zaelia Bishop (Roma, 1977) una continuità con la sua pratica più ampia: la raccolta di reliquie, l’uso di frammenti e oggetti apparentemente minimi, la costruzione di archivi immaginari che oscillano fra testimonianza e invenzione.
In questo libro tali elementi non compaiono mai in maniera diretta, ma si condensano in figure allusive, in apparizioni sospese che rimandano a un vissuto mai dichiarato ma sempre evocato. È un autoritratto obliquo, che si inserisce nella tradizione del livre intime, pur trasfigurandolo in chiave simbolica.
Nei capitoli in cui emergono ricordi di luoghi e gesti quotidiani – la capanna di felci, il letto del fiume, i nidi dei colombi, il ponte travolto da una piena – il Lunario per sonnambuli si rivela come un archivio mnemonico in forma poetica.
Non c’è linearità narrativa, ma una sequenza di frammenti che ricorda la struttura stessa del ricordo: discontinua, imprevedibile, punteggiata da immagini minime che si imprimono nella memoria più di eventi maggiori. È una scrittura che si avvicina a una costellazione, con la capacità di illuminare il passato attraverso schegge apparentemente insignificanti.
Le dimore, i cortili, i solai, gli alberi diventano figure archetipiche, capaci di racchiudere una memoria collettiva sotto forma di immaginazione materiale.
Il gesto della mela divisa in spicchi identici o il brillare sulla pelle del segno lasciato da una medusa sono residui biografici che, trasposti sulla pagina, acquisiscono risonanza universale.
La scrittura appare qui come reperto: ogni frase isolata, staccata dal contesto originario, funziona come una reliquia che chiede al lettore di completarla con la propria esperienza.
Bishop compone così un atlante della memoria in cui la narrazione si traveste da mito individuale, pronto a diventare condiviso. In altri passaggi, la memoria sembra dissolversi in un paesaggio visionario, popolato da figure arcaiche e simboliche.
Una collana di artigli, un cofanetto di sandalo, una maschera, un fossile, una punta di freccia: sono oggetti che appartengono a un museo immaginario, in cui il confine tra intimità e mito si cancella. Qui Bishop si avvicina a una dimensione rituale: le tre chiavi, i nodi, i falò, la gorgone rimandano a un linguaggio iniziatico, a un repertorio di soglie da attraversare.
Il libro assume così i tratti di uno spazio di transito, in cui le strutture ordinarie vengono sospese per permettere un’esperienza di trasformazione. Non a caso, molti dei luoghi evocati – la grotta, il bosco, il pozzo – appartengono a un immaginario di prova e di metamorfosi.
La sequenza “polvere delle polvere, nebbia di calce, pulviscolo d’ossa” restituisce la meditazione sulla caducità in un registro che richiama le riflessioni moderne sull’entropia e sulla dissoluzione della forma ma è soprattutto un linguaggio apocalittico e al tempo stesso intimo, in cui l’eco della tradizione iconografica si fonde con la voce del narratore.
Lunario per sonnambuli si configura dunque come un’opera che tiene insieme mito, frammento e allegoria, dettaglio quotidiano e rito iniziatico. Non si tratta soltanto di un libro d’artista, ma di un’indagine sul non-visibile: un invito a sostare nelle soglie incerte della memoria, là dove vita e immaginazione si confondono.
È, al tempo stesso, un gesto autobiografico e una dichiarazione poetica, capace di intrecciare l’opera alla vita secondo una dinamica che non si lascia mai catturare interamente, ma che continua a vibrare nella sua enigmaticità.
Micol Di Veroli (Roma, 1976) è storico dell'arte, critico e curatore indipendente. È membro dell'AICA - Associazione Internazionale dei critici d'arte. Dal 2010 è curatore della Glocal Project Consulting e collabora con diversi musei internazionali realizzando progetti volti a promuovere e a sostenere l'arte italiana all'estero.



