“L’arte del passato non ha la stessa consistenza di una volta. La sua autorità si è persa. Al suo posto c’è il linguaggio delle immagini. Adesso ciò che realmente conta è chi usa questo linguaggio e con quali fini. Grazie alla fotografia e all’occhio elettronico, l’immagine della Venere può essere ammirata da milioni di persone, in qualsiasi parte del mondo allo stesso momento.”
Questo era l’inizio di una serie televisiva seminale intitolata Ways of Seeing, andata in onda per la prima volta nel 1972 sulla britannica BBC television ed in parte tratta dal saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin.
La voce fuoricampo era quella di John Peter Berger, grande scrittore nonché critico d’arte londinese. Oggi questa serie documentaristica potrebbe sembrare un po’ datata, ma è impossibile negare che il dialogo aperto da Berger è quanto mai attuale.

La larga diffusione dell’immagine e la facilità della sua produzione mediante mezzi digitali alla portata di tutti ha in qualche modo abituato il nostro occhio ad accettare il falso, la copia dell’originale.
È quindi la fisicità dell’opera che riesce a trasmettere ancora qualcosa al di là degli inganni percettivi delle immagini digitali, che in sostanza divengono copie infinite di una data opera.
Ma siamo sicuri di avere ancora bisogno del supporto fisico per provare un’emozione? Siamo sicuri che quello stesso supporto non rappresenti anch’esso una copia?
Dipende, del resto anche il “falso” documentario di Orson Welles intitolato F come Falso, Verità e Menzogne (1973) si interroga sulla valenza della copia e su come essa, se non smascherata, abbia la stessa consistenza dell’originale.
Nel film, Orson Welles narra direttamente allo spettatore diverse storie riguardanti quadri falsi e veri, falsari di professione e critici d’arte che scambiano i quadri dei falsari per veri.
![immagine per Falsificazione nell'arte - Orson Welles, F come Falso, Verità e Menzogne [F for Fake] (1973)](https://www.artapartofculture.net/new/wp-content/uploads/2024/11/F-For-Fake.webp)
Il concetto di falso è solitamente legato alla truffa, al raggiro, a una forma imperfetta o comunque mal eseguita che mai e poi mai potrebbe essere uguale all’originale.
Eppure, dovremmo prendere in considerazione la potenza creativa del falso, ammesso di riuscire a comprendere l’impalpabile consistenza del vero. A questo punto la fisicità di una data opera non è che l’immagine-copia del reale e a sua volta non può che fornirci un’emozione posticcia.
A validare la realtà dovrebbero venirci in aiuto storici e critici dell’arte. Ma quando anche i critici sbagliano, come nel famoso caso del ritrovamento delle Teste di Modigliani (prodotte nell’estate del 1984 da tre ragazzi muniti di trapano), allora chi può testimoniare l’esistenza di un falso?
Nel 1984 Dario Durbè, storico d’arte e soprintendente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, caldeggiò la veridicità delle Teste di Modigliani.
In realtà, lo storico scrisse anche un libro dove è possibile leggere le seguenti parole: “Poche parole per descrivere un episodio e delle emozioni che avrebbero richiesto lo spazio di un intero libro. Mi sono sentito vicino a Modigliani, come se quella pietra avesse il potere di metterci in un contatto fisico e annullare i settantacinque anni che separavano il gesto amaro di lui dalla gloria del nostro ritrovamento”.
Nell’inganno caddero anche Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan. Insomma, per loro la fisicità di quelle teste era divenuta la sola ed unica realtà.

Un amico di un altro amico una volta mostrò a Picasso un Picasso. “No, è un falso” rispose il pittore. Lo stesso amico si procurò un altro presunto Picasso e Picasso disse che anche questo era un falso.
Se ne procurò un altro ancora ma anche questa volta Picasso affermò che era falso. “Ma Pablo”, replicò l’amico “ti ho visto con i miei occhi mentre lo dipingevi.” “Posso dipingere un Picasso falso al pari di chiunque altro”, rispose Picasso.
Il dialogo, per quanto ironico possa sembrare, ci offre la misura di quanto l’arte possa rappresentare una menzogna che aiuta a comprendere la verità.
Del resto, anche parlando del grande Mario Schifano, si racconta che il maestro usasse autenticare i falsi, firmando questi ultimi di proprio pugno, seduta stante.
Schifano, Picasso e Warhol sono forse gli artisti più falsificati dell’era contemporanea ma di riflesso anche i più amati.
Il falso è dunque parte integrante dell’arte contemporanea ed anche se il caro Walter Benjamin ci aveva messo in guardia contro copie ed affini, è innegabile che la falsificazione ha la sua valenza concettuale e la sua buona dose di abilità, dunque anche un fascino non indifferente, proprio come l’opera originale.

Il fenomeno della falsificazione nell’arte non è un mero accidente contemporaneo, ma un fenomeno storico che affonda le radici nell’antichità. Questo dialogo tra vero e falso, tra originale e copia, non è solo una questione di autenticità ma di percezione culturale e di valore.
La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, come teorizzato da Benjamin, ha effettivamente alterato la nostra relazione con l’originale, ma ha anche aperto nuove strade per la creatività e l’interpretazione.
La fotografia, il cinema, e ora i mezzi digitali, hanno ampliato l’accesso all’arte, democratizzandola ma anche esponendola al rischio della banalizzazione. Eppure, in questa democratizzazione risiede anche la possibilità di una più ampia partecipazione culturale, di un dialogo continuo tra il passato e il presente.
Uno dei temi centrali della riflessione di Benjamin è il concetto di “aura” dell’opera d’arte, ovvero quella qualità unica che deriva dalla sua presenza fisica nel tempo e nello spazio. L’aura è legata alla singolarità dell’opera, alla sua autenticità e alla sua storia.
Con l’avvento della riproducibilità tecnica, questa aura rischia di perdersi, poiché la copia, per quanto perfetta, non può mai replicare la presenza dell’originale.
Tuttavia, la riproducibilità ha anche i suoi lati positivi. Ha permesso la diffusione dell’arte su scala globale, rendendola accessibile a un pubblico molto più ampio. Questo ha contribuito alla formazione di una cultura visiva condivisa, in cui le immagini diventano un linguaggio universale.
Il problema sorge quando la riproduzione diventa indistinguibile dall’originale, non solo visivamente ma anche concettualmente, mettendo in crisi il concetto stesso di autenticità.
La percezione del falso nell’arte da parte del pubblico è un tema affascinante che merita una riflessione approfondita. La reazione del pubblico alla scoperta di un falso può variare notevolmente, influenzata da fattori culturali, educativi e psicologici. In alcuni casi, il pubblico può sentirsi tradito e disilluso, mentre in altri può essere affascinato dall’abilità del falsario e dalla storia dietro il falso.
L’arte contemporanea, con la sua tendenza a sfidare le convenzioni e a esplorare nuovi territori, ha contribuito a creare una maggiore apertura verso il concetto di falso.
Opere come quelle di Sherrie Levine o i ready-made di Marcel Duchamp invitano il pubblico a riflettere sulla natura dell’originalità e sul valore dell’autenticità.
Questo approccio ha portato a una maggiore accettazione del falso come parte integrante del discorso artistico, piuttosto che come un semplice inganno.
Nell’era postmoderna, il concetto di autenticità è diventato ancora più complesso e sfumato. La postmodernità mette in discussione le nozioni tradizionali di originalità e autenticità, proponendo invece un approccio più relativistico e pluralistico. In questo contesto, il falso può essere visto non solo come un inganno, ma come una forma di espressione artistica legittima.
Gli artisti postmoderni spesso giocano con l’idea di copia e riproduzione, creando opere che sfidano le convenzioni e invitano il pubblico a riflettere sulla natura dell’arte e dell’autenticità. Questo approccio ha portato a una maggiore accettazione del falso come parte integrante del discorso artistico, piuttosto che come un semplice inganno.
L’era digitale ha portato nuove sfide e opportunità per la falsificazione dell’arte. Da un lato, la tecnologia ha reso più facile la produzione e la distribuzione di falsi. Dall’altro, ha anche fornito strumenti più sofisticati per la loro identificazione.
L’uso di tecniche avanzate come l’analisi dei pigmenti, la spettroscopia e l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il campo dell’autenticazione dell’arte. Allo stesso tempo, l’arte digitale stessa sta diventando un nuovo campo di battaglia per la questione dell’autenticità.
Con la diffusione degli NFT (Non-Fungible Tokens), il concetto di originalità sta subendo una trasformazione radicale. Gli NFT permettono di certificare la proprietà e l’autenticità di opere digitali, ma sollevano anche nuove domande sulla natura dell’arte e sul valore dell’originale in un mondo in cui tutto può essere replicato all’infinito.
Il futuro della falsificazione nell’arte è difficile da prevedere, ma è probabile che continuerà a evolversi e a sfidare le nostre concezioni di autenticità e valore. La tecnologia digitale e le nuove forme di produzione e distribuzione dell’arte offriranno nuove opportunità e nuove sfide per la falsificazione.
Allo stesso tempo, la crescente consapevolezza e sofisticazione del pubblico e degli esperti renderanno sempre più difficile per i falsari passare inosservati.
La falsificazione continuerà a essere una parte affascinante e controversa del mondo dell’arte, invitandoci a riflettere sulle tensioni e le contraddizioni che definiscono la nostra comprensione dell’autenticità e del valore.
In conclusione, la falsificazione nell’arte non è semplicemente un problema da risolvere, ma un fenomeno complesso che ci invita a riflettere sulla natura dell’arte e dell’autenticità.
Attraverso la falsificazione, possiamo esplorare le tensioni e le contraddizioni che definiscono il mondo dell’arte, mettendo in discussione le nostre concezioni di valore e di autenticità.
Micol Di Veroli (Roma, 1976) è storico dell'arte, critico e curatore indipendente. È membro dell'AICA - Associazione Internazionale dei critici d'arte. Dal 2010 è curatore della Glocal Project Consulting e collabora con diversi musei internazionali realizzando progetti volti a promuovere e a sostenere l'arte italiana all'estero.












