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Troppe Art Fair, nessuna centralità. La frammentazione indebolisce l’arte contemporanea in Italia

di Micol Di Veroli

Negli ultimi anni il sistema delle fiere di arte contemporanea in Italia ha conosciuto una proliferazione che non trova riscontro in nessun altro paese europeo comparabile per dimensioni, struttura del mercato e densità istituzionale. Mentre in contesti come Parigi, Londra e New York il sistema si organizza attorno a uno o due appuntamenti forti, riconosciuti e capaci di concentrare attenzione, risorse, collezionismo e discorso critico, in Italia si è affermata una logica opposta: una frammentazione diffusa in una costellazione di fiere minori che non costruiscono massa critica, non producono autorevolezza e non generano un reale effetto sistemico.

Questa dispersione non è neutra: spezzetta un mercato già fragile, diluisce l’attenzione del pubblico e degli operatori e finisce per indebolire proprio ciò che vorrebbe rafforzare.

immagine per David Teniers II (il Giovane) (1610-1690), La galleria di quadri dell'arciduca Leopoldo Guglielmo, 1640
David Teniers II (il Giovane) (1610-1690), La galleria di quadri dell’arciduca Leopoldo Guglielmo, 1640

La fiera, nel suo senso pieno, non è un semplice luogo di scambio commerciale, ma un dispositivo simbolico e culturale: un’infrastruttura di legittimazione. È il luogo in cui si concentrano reputazione, fiducia, riconoscimento; in cui si rende visibile una gerarchia di valori che è insieme economica, estetica e discorsiva. Senza questa concentrazione la fiera perde la sua funzione e diventa un evento tra gli altri, un format replicabile che simula il sistema dell’arte senza produrne gli effetti reali. È ciò che accade quando le fiere si moltiplicano oltre una soglia critica: cessano di essere nodi e diventano rumore.

La retorica che accompagna questa proliferazione è quasi sempre la stessa: più fiere significherebbero più opportunità per le gallerie, più visibilità per gli artisti, più accesso per il pubblico. Ma questa equivalenza è fallace. La visibilità che non è sostenuta da autorevolezza è una visibilità inflazionata, che non costruisce valore ma lo consuma.

Le opportunità che non sono sostenute da una reale domanda collezionistica restano potenziali, non si traducono in relazioni stabili, in fiducia, in investimento culturale ed economico. Il risultato è un circuito autoreferenziale in cui gli stessi operatori si spostano da una fiera all’altra, parlano allo stesso pubblico, vendono agli stessi acquirenti — quando vendono — senza che il sistema si allarghi realmente. In questo senso la frammentazione italiana non è semplicemente un problema quantitativo, ma qualitativo.

Non è che ci siano troppe fiere in astratto, ma che ci sono troppe fiere senza forza simbolica, senza capacità di selezione, senza un progetto culturale riconoscibile. Raramente esiste una linea curatoriale chiara, una presa di posizione, una responsabilità nei confronti del discorso sull’arte contemporanea. La fiera si riduce a piattaforma neutra, a contenitore indifferenziato e proprio per questo perde la sua funzione di orientamento, di costruzione del gusto, di legittimazione.

Il confronto con fiere come Art Basel, Frieze o Paris+ non serve a ribadire una gerarchia di scala, ma a chiarire una differenza di funzione. Quelle fiere non sono soltanto grandi: sono centrali. Non perché attraggono capitali, ma perché attraggono senso. Sono luoghi in cui si negoziano i valori del sistema, in cui si costruisce ciò che è rilevante, ciò che è visibile, ciò che conta. La loro forza non è la dimensione, ma la densità: di relazioni, di capitale simbolico, di discorso. È questa densità che in Italia viene sistematicamente dispersa.

Il paradosso è che questa dispersione avviene in un paese che avrebbe, per storia, per patrimonio e per qualità diffusa della produzione artistica e curatoriale, tutte le condizioni per costruire uno o due appuntamenti realmente forti. Ma la logica che prevale è quella dell’evento locale, dell’occasione contingente, della visibilità immediata, piuttosto che quella dell’investimento nel lungo periodo. Si preferisce moltiplicare i contenitori invece di costruire le strutture, creare appuntamenti invece di costruire istituzioni.

In questo quadro, l’idea di una possibile Art Basel italiana non va intesa come imitazione di un modello estero, ma come costruzione di una piattaforma capace di svolgere una funzione analoga: concentrare, selezionare, legittimare, connettere. Una fiera italiana realmente internazionale, con una partecipazione significativa di gallerie di alto profilo provenienti dall’estero, non servirebbe solo ad attrarre collezionisti, ma a modificare qualitativamente il tipo di collezionismo che attraversa il paese. Porterebbe un collezionismo meno episodico e più strutturato, meno turistico e più progettuale, meno orientato all’acquisto occasionale e più alla costruzione di collezioni come pratiche culturali. Ma una simile fiera non potrebbe funzionare da sola.

Dovrebbe essere accompagnata da una costellazione di eventi museali ed espositivi di alto livello, non come contorno spettacolare, ma come parte integrante dell’ecosistema. Mostre ambiziose, progetti di ricerca, riletture storiche, committenze e programmi pubblici capaci di dare profondità culturale al momento fieristico. Solo così la fiera cesserebbe di essere una parentesi commerciale e diventerebbe un catalizzatore sistemico.

Ciò che manca oggi all’Italia non è l’energia, né la competenza, né la produzione artistica, ma una struttura capace di trasformare queste risorse in credibilità. Il problema non è l’assenza di qualità, ma l’assenza di dispositivi che la rendano visibile, riconoscibile a livello internazionale. Finché continueremo a moltiplicare i punti senza costruire un centro, a distribuire attenzione senza creare densità, resteremo in una dinamica di perenne rincorsa.

Ripensare le fiere in Italia significa allora accettare una perdita apparente — meno eventi, meno date in calendario, meno visibilità diffusa — per guadagnare qualcosa di più sostanziale: concentrazione, riconoscibilità, autorevolezza. Significa uscire dalla logica dell’espansione quantitativa per entrare in quella della costruzione qualitativa. Significa riconoscere che un sistema dell’arte non si misura dal numero dei suoi appuntamenti, ma dalla forza dei suoi nodi. Solo così l’Italia potrebbe smettere di essere un luogo che ospita l’arte contemporanea per diventare un luogo che la struttura, la orienta e la rende pensabile come parte integrante del sistema dell’arte internazionale.

immagine per Micol Di Veroli
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Micol Di Veroli (Roma, 1976) è storico dell'arte, critico e curatore indipendente. È membro dell'AICA - Associazione Internazionale dei critici d'arte. Dal 2010 è curatore della Glocal Project Consulting e collabora con diversi musei internazionali realizzando progetti volti a promuovere e a sostenere l'arte italiana all'estero.

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