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I missionari in India ed il gesuita che li dipinse

Quando i primi sacerdoti cattolici arrivarono in India per fare opera di evangelizzazione, scoprirono che erano stati preceduti nientemeno che da uno dei dodici apostoli, quel San Tommaso meglio noto agli annali della chiesa come “Tommaso il dubitatore” che, secondo la leggenda, era arrivato in India a bordo di un vascello romano nell’anno 52 dc. Nel distretto di Cochin esisteva infatti una comunità di indiani convertiti al cristianesimo da San Tommaso. La comunità fondata dal grande dubitatore rispondeva al nome di Chiesa Cristiana Siriana e il suo fondatore San Tommaso subì il martirio nell’anno 72 dc per mano di fanatici bramini.

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Fin qui la leggenda di San Tommaso. Meglio nota è, invece, quella di San Francesco Saverio, anche perchè i suoi resti sono esposti oggi, in una bara di vetro, nella cattedrale gesuitica di Goa. Francesco Saverio, il Patrono dell’Oriente, era stato tra i primi ad abbracciare il servizio missionario della Compagnia di Gesù. Era sbarcato a Goa, in India, nel maggio del 1542 ed appena cinque mesi dopo era già impegnato ad insegnare il catechismo ai pescatori di perle dell’India meridionale.
La sua opera di evangelizzazione lo portò fino a Ceylon, e poi in Malacca e nelle Filippine. Nel 1549 arrivò in Giappone dove fondò varie comunità cattoliche. Nel 1552, mentre era sulla via della Cina, prossima tappa della sua missione evangelica, si ammalò e morì nell’isola di Sancian, prossima alla costa cinese. Dello zelo apostolico del grande missionario gesuita reca testimonianza il gran numero di paesi asiatici dove predicò il Vangelo durante un periodo di dieci anni. Francesco Saverio fu proclamato santo da Papa Gregorio XV, insieme a Sant’Ignazio di Loyola, nel 1622.

La cultura cristiana associata a San Tommaso traeva la sua influenza dalla Siria Orientale ma si fondeva in breve con elementi indigeni ed anche europei nella regione del Kerala. Il legame con la Siria non era dunque etnico, ma storico, religioso e liturgico. Furono gli olandesi a coniare la definizione di cristiani siriani per distinguere i seguaci di San Tommaso, che usavano il siriaco come linguaggio liturgico, dai cattolici di più recente evangelizzazione che seguivano la liturgia latina. I cristiani di San Tommaso incontrarono per la prima volta i portoghesi nel 1498 quando il navigatore Vasco da Gama sbarcò sulla costa dell’India meridionale. I Cristiani Siriani erano stretti d’assedio dai rajas di Calicut e Cochin e pertanto furono ben lieti di allearsi con i portoghesi, protesi ad impiantare un promettente commercio con l’India, ancorato al cosiddetto “oro nero” del tempo, il pepe, una delle spezie che avrebbero fatto la fortuna degli importatori portoghesi in Europa.

I portoghesi si insediarono a Goa con un governo coloniale e imposero il loro controllo anche sulla comunità cristiano siriana. Fu l’avvio di una intensa conflittualità che doveva durare secoli e che alla fine sfociare nell’ennesimo confronto con la nuova chiesa anglicana introdotta dagli inglesi. I dissidi e gli scismi tra le varie chiese furono complicati anche da un costante coinvolgimento nella politica regionale. I Cristiano Siriani emersero da secoli di lotta con una grossa eredità di privilegi che vanno dalla proprietà di vasti appezzamenti al predominio culturale e educativo. La comunità è parte integrante del sistema delle caste indiane dove in generale gode di uno stato di élite.

Con mia grande sorpresa, avendo incontrato una famiglia di cristiano siriani frequentando un corso  di cucina indiana, ho sentito la padrona di casa parlare, con un certo compiacimento, di come i cattolici di liturgia siriana si considerino superiori, in termini di status sociale-economico oltre che di casta, rispetto ai cattolici di discendenza gesuita. San Francesco Saverio aveva infatti convertito prevalentemente i pescatori, ossia individui di bassa condizione sociale. La mentalità della casta continua insomma a determinare per il bene e per il male lo sviluppo presente e quello futuro dell’India. In particolare, la gerarchia di casta tra i gruppi cristiani in uno stato come quello del Kerala è più polarizzata che non quella del sistema hindu proprio perchè il numero delle caste tra i cristiani è inferiore a quello delle caste e sottocaste dell’ordine gerarchico hindu.

L’opera di evangelizzazione in Asia fu sospinta dal fondatore stesso della Società del Gesù, Sant’Ignazio di Loyola, che per anni inviò missionari gesuiti a Goa con il compito di creare scuole, collegi e seminari. Goa fu il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’India e dell’intera Asia. Dopo la conquista nel 1510 da parte di Alfonso de Albuquerque, che vi costruì la prima chiesa cattolica, quella di Santa Caterina, patrona dei navigatori, Goa divenne un centro ecclesiastico come pochi al mondo, diffondendo la fede cattolica attraverso non meno di cinquanta chiese, in aggiunta a conventi, ospizi e istituzioni varie. L’originale insediamento, esposto alle minacce provenienti dal mare e dalla costa, non durò a lungo e la capitale amministrativa fu trasferita a Panjim. Molte delle chiese furono abbandonate e scomparvero, ma le più belle rimangono ed attorniano un grande spiazzo.

La più grande è la cattedrale, costruita nel 1571 e dedicata a Santa Caterina, con il palazzo dell’arcivescovato. La più bella è la Cattedrale del Bom Jesus, edificata nello stile gesuitico nel 1582. È qui che riposano i resti di San Francesco Saverio, esposti ai fedeli ogni dieci anni in una grande urna di argento e cristallo a tenuta d’aria, cesellata da un orafo fiorentino del diciassettesimo secolo. L’artistico mausoleo che ospita la tomba, concepito dallo scultore fiorentino Giovanni Battista Foggini, fu donato dall’ultimo Medici, il Granduca Cosimo III. La facciata barocca della basilica, in pietra rosso scura, è di una sfarzosa ricchezza, con tre grandi rosoni nella parte superiore e tre finestroni al disotto. L’interno presenta una profusione di marmo intarsiato con pietre semipreziose.
Il Bom Jesus fu la prima chiesa in India elevata nel 1948 allo stato di basilica minore. Il grande altare dorato con scene della vita del Santo dona un senso di austerità che invita alla preghiera. Purtroppo, la folla di visitatori che si accalca dinanzi al mausoleo non può che disturbare coloro che si propongono di rendere silenzioso omaggio al Grande Missionario gesuita. Questo oggi è il prezzo che si paga per ammirare un luogo giustamente proclamato World Heritage Site.

Le sorprese dell’arte missionaria in India arricchiscono il percorso del visitatore nelle zone costiere dell’India Meridionale dove l’opera dei gesuiti ha lasciato tracce durature nei campi più svariati, dall’istruzione alle opere pubbliche, dalle scuole e collegi agli ospedali. Ma sono le chiese che parlano dei secoli di evangelizzazione e della dedizione dei gesuiti che qui impiantarono province ecclesiastiche e fiorenti diocesi come quella di Mangalore. È in questa diocesi, nella cappella del Collegio di San Aloisio Gonzaga, che ho fatto la conoscenza di un pittore gesuita italiano del quale qui si parla come l’erede di Michelangelo trapiantato in India. Si chiamava Antonio Moscheni, era nato a Stezzano, vicino Bergamo, nel 1854 ed aveva tratto l’ispirazione alla pittura ammirando i grandi affreschi in Vaticano, in primis la Cappella Sistina. Pur avendo studiato presso l’Accademia di Carrara a Bergamo, non era, a voler essere caritatevoli, un pittore eccelso. Ma dipingere alla maniera di un Michelangelo e di un Giotto era la sua ragione di vita in quello sperduto angolo di mondo dove era finito una volta presi i voti di missionario della Compagnia del Gesù, sulle orme di Francesco Saverio.

Era arrivato a Mangalore, in una regione povera del Kerala nota come Canara del Sud, nel 1889 e si era messo subito al lavoro per affrescare la cappella del Collegio di San Aloisio costruito nel 1882. Impiegò due anni ad affrescare la chiesa di Mangalore. Ne affrescò ogni centimetro quadrato in quella che è una commovente apoteosi del martirio missionario. I dipinti nel soffitto in verità non sono affreschi ma tele che celebrano la vita e le opere di San Aloisio, il figlio maggiore del Marchese di Castiglione che rinunciò al titolo e alla ricchezze terrene per servire i poveri. Le dodici cappelle laterali presentano affreschi dedicati alla Vergine, agli Apostoli ed a vari santi. Tra gli affreschi nella parte bassa del soffitto spicca la rappresentazione di San Tommaso, l’Apostolo dell’India, ucciso mentre pregava da una lancia che tiene in mano. Sono decine i santi martiri raffigurati dal pittore gesuita: a partire da San Pietro, crocifisso a Roma, a San Filippo crocifisso a Hierapolis, a San Giacomo il Vecchio e San Giacomo il Giovane. E poi San Simone ucciso in Persia, San Bartolomeo che predicò in India e quindi in Armenia dove fu decapitato, San Taddeo che evangelizzò in Mesopotamia e conobbe il martirio in Persia.

C’è una vera panoplia di padri della chiesa, profeti e dottori della chiesa, e naturalmente di santi gesuiti, da San Pedro Claver, che fu l’Apostolo dei Negri, a San Giovanni Berchmans, un gesuita scolastico. Fra le sante spiccano Sant’Angela Merici e Santa Teresa di Avila. È una profusione di martiri che lascia quasi attoniti, molti sconosciuti come Rodolfo Acquaviva che si recò alla corte del Grande Moghul Akbar divenendone consigliere per poi essere ucciso a Goa. Gli affreschi rappresentano una grande apologia, ma senza teatralità, dei gesuiti ricordando figure come San Giuseppe Pignatelli, anch’egli religioso della Compagnia del Gesù, che quando i gesuiti furono espulsi dai domini del Portogallo e deportati dalla Spagna, trovò rifugio per l’ordine in Russia. Le navate infine recano affreschi della vita del Cristo, dall’infanzia ai miracoli, dalla predicazione alla crocifissione. Nè poteva mancare l’Ultima Cena, dove le ingenuità della rappresentazione (al pittore gesuita non riuscivano bene le mani michelangiolesche) sono più che compensate dalla smisurata fede che sprigiona dai volti degli apostoli e dai pennelli dell’artista della provincia bergamasca.

La cappella fu eretta con immensi sacrifici in una terra dove l’evangelizzazione era difficile e pericolosa. I pochi mezzi non permettevano l’ostentazione ma i gesuiti avevano trovato il modo di importare una quantità di mattoni da Bergamo per pavimentare la cappella. Colonne e pareti sono in faux marble che rivela l’usura del tempo. In nessuna delle opera del Fratello Moscheni, che lavorò anche a Bombay e Cochin, appare la sua firma. Fedele al motto dei gesuiti, operò per la più grande gloria di Dio. La mancanza di prodotti per la pittura lo costrinse ad improvvisare colori creati con tinte vegetali. Lavorando da solo, affrescò ben 829 metri quadrati dell’interno della chiesa di San Aloisio in poco più di due anni. Ad un secolo dall’esecuzione dell’opera, ci sono voluti quattro anni per il restauro degli affreschi affidato a sette specialisti. Antonio Moscheni non era Michelangelo ma la sua opera, pur mostrando tutti i suoi limiti artistici, è pervasa di una grande spiritualità che illumina i volti di santi e martiri con una carica umana che non può non impressionare il visitatore: la semplicità della composizione rende stupendamente l’immagine della beatitudine.

Il Collegio di San Aloisio ha oggi 14.000 studenti, solo in parte cattolici, ed è un vero gioiello dell’istruzione universitaria impartita dall’ordine dei gesuiti nel mondo. Dall’alto di una collina che si affaccia sull’Oceano Indiano questa istitutuzione ricorda al visitatore che i sacrifici e il martirio dei gesuiti nello sconfinato subcontinente hanno dato frutti nel corso dei secoli. Anche quello di Antonio Moscheni fu un sacrificio, lontano dalla sua Bergamo ma vicino a Dio sulle traballanti impalcature di una cappella che onorava un grande santo gesuita. Se un giorno viaggerà sulle orme di Giovanni Paolo Secondo in India, Papa Francesco non mancherà certo di rendere omaggio all’opera di un pittore gesuita che nel suo piccolo ma con incredibile perseveranza esaltò lo spirito missionario di San Tommaso, San Francesco Saverio e di una costellazione di santi e martiri di tutto il globo.

1 commento

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  • Caro Marino, vedo con piacere che continua la tua opera di “riscoperta” per ciò che i missionari hanno realizzato e lasciato in giro per il mondo. Complimenti ancora.

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