L’uomo in armi e il duca di Ferrara

Hieronymus Bosch – Last Judgment (fragment of Hell)
Hieronymus Bosch – Last Judgment (fragment of Hell)

Di nuovo sul personale. Josquin DesPrez, questa volta.

Ho sempre amato il sommo franco-fiammingo milanese, romano, ferrarese, sin da quando, in un altro secolo, toccai con mano due delle sue più complesse e toccanti composizioni. Sin da quando riuscii a impadronirmi della loro edizione critica olandese: una rarità all’epoca, da mettere sotto il cuscino la notte come ci si mette un tesoro inestimabile o il pelouche dei giochi infantili.

Della messa su L’homme Armé (la prima, quella super voces musicales) mi ha sempre affascinato l’organizzazione compositiva che, se descritta, la farebbe banalmente sembrare un arido esercizio “da scuola” e che invece si invera in un’immensa e sorprendente ricchezza di atmosfere sonore, che la pone giustamente tra i capolavori della musica occidentale.  Oltre quaranta sono le messe scritte nel rinascimento su L’Homme Armé, popolare canzone da taverna, all’epoca nota a tutti: utilizzarla in nuove composizioni (come è accaduto a tante altre composizioni coeve su melodie note) generava un livello di comunicazione allo stesso tempo prevedibile e sorprendente tra compositore e ascoltatore. La sorpresa della ricchezza compositiva e la prevedibilità della melodia nota. Tuttavia, come se il fitto discorso musicale che le voci imbastiscono sul tenor popolare non fosse sufficiente a tramutare in sorpresa la familiare melodia, Josquin la cambia d’abito in ogni sezione della messa.  Ogni volta la ripetizione del tenor sale di grado e col mutare dei gradi muta anche il tono ecclesiastico del brano: una sapienza sorprendente che stimola l’interesse uditivo dell’ascoltatore senza che questi riesca immediatamente a comprendere dove si generi la tensione emotiva e uditiva della composizione. “L’uomo in armi” conduce tutte le voci e con esse l’ascoltatore in un’ostinata ascesa ideale intrisa del simbolismo tardo medievale, che l’ascoltatore dell’epoca era capace di percepire e che il filtro dei secoli ha fatto perdere all’ascoltatore odierno.

Le circostanze della nascita della messa Hercules Dux Ferrariae la pongono d’ufficio tra i brani “d’occasione”, considerata la dedica ad Ercole I d’Este, duca di Ferrara, suo patrono nei pochi anni ferraresi. Non così per Josquin, non per una sua composizione! Aveva colto giusto Josquin nell’intravedere in quelle poche vocali tutta la loro potenzialità compositiva ed espressiva: il tenor della messa “re-ut-re-ut-re-fa-mi-re”  (tratto dalle vocali della dedicatoria) aveva il giusto sapore gregoriano e si inserivano a meraviglia nel  primo tono ecclesiastico, evocatore della forza e della virilità dorica che già Platone gli attribuiva e che ben si addiceva a celebrare i fasti dell’energico e belligerante duca.  Ercole sapeva bene quale gigante della musica andava acquistando alla sua celebrata cappella musicale quando impose la scelta di Josquin a fronte di più malleabili e meno dotati candidati. Josquin lo ripaga con la prima messa a “soggetto cavato” dove la figura del duca è messa a regnare magistralmente, ma senza ombra di servilismo, su tutta la composizione sin dal suo incipit, con la dedicatoria al soprano a simboleggiare l’autorità ducale e l’impositiva personalità del committente.
Lo stile della messa ad Ercole è ricco, severo, all’antica, evocatore di una tempra forte e scevra da compromessi quale era la figura del duca. Sono assenti i falsi bordoni, tecnica accattivante dell’epoca per riposare l’orecchio dell’ascoltatore dal tramestio conrtappuntistico. Nessuna piaggieria, insomma, proprio come voleva il duca e come era nelle corde di Josquin. La guerra de’ Cent’Anni , prima guerra propriamente mondiale, era terminata da qualche decennio: per oltre un secolo l’Europa era stata variamente coinvolta in passaggi di eserciti, carestie, pestilenze, saccheggi e l’eco delle battaglie e degl’uomini in arme risuonava ancora all’orecchio del franco-fiammingo Josquin quale portato culturale della sua generazione e il suo genio ha creato due messe dove i riferimenti bellici, la durezza e le necessità del quotidiano hanno dettato la strada verso capolavori insuperati di suoni, di voci  e di emozioni.

Giuseppe Schinaia

Giuseppe Schinaia

Matematico e musicista, da sempre in equilibrio tra i due campi culturali, ha gestito con successo ed indipendenza attività di ricerca, applicazioni e strumenti di promozione culturale. Attualmente svolge attività di ricerca in campo matematico e statistico in qualità di docente presso la Sapienza a Roma, è direttore artistico della rassegna di musica antica Trebantiqua a Trevi nel Lazio e riconosciuto concertista alle tastiere antiche, avendo al suo attivo concerti in Italia, Europa e Nordamerica in ensemble e come solista, oltre a svolgere attività di editore e ricercatore di inediti del periodo barocco per varie edizioni musicali.

2 commenti

clicca qui per inviare un commento