Progresso e conservazione.

Hieronymus Bosch, The Last Judgment, central panel
Hieronymus Bosch, The Last Judgment, central panel

Natura non facit saltus, sentenziava Lucrezio, preconizzando, ante litteram, un evoluzionismo più darwinista di Darwin. Ora, a prescindere dai salti che la natura compie nel corso della storia biologica, con buona pace di Lucrezio, nel campo artistico e musicale di nostro specifico interesse, trovo particolarmente stimolante analizzare in cosa consista e soprattutto come si evolva la storia dei contenuti e delle forme. Le categorie di progresso e conservazione assumono, nel campo dell’arte, contorni molto più sfumati di quanto non accada nel manicheismo socio-politico, giocoforza semplificato ad uso del “bar-sport”.

Una prospettiva  globale e a distanza dell’evoluzione della musica occidentale (non sono granchè addentro alla musica araba, a quelle orientali e ai vari epifenomeni commercial-po[p]olari, che quindi tralascio volentieri) mostra una lunga scia di densità uniforme, le cui variazioni cromatiche, dai confini indefinibili, ne fanno un variopinto continuum di forme e suoni. Nel 1560 c’è indubbiamente il giallo e nel 1835 il verde, la facile osservazione: nessuno confonderebbe un madrigale di Luca Marenzio e un’opera Daniel Auber e nessuno negherebbe che tra il giallo di Marenzio e il verde di Auber ci sia stata un’evoluzione progressiva. Ma perché e grazie a cosa il giallo non è rimasto giallo e, a sua volta il verde non è rimasto verde? Qual è la pulsione che spinge i colori a mutarsi, pur mantenendo la prospettiva globale di uniformità che il corpus della musica occidentale offre all’osservatore distante? La banale citazione dell’Ulisse dantesco non risolve il problema, anche se ne indica la strada. Meglio osservare con Galileo che “non si torna indietro”: una volta infilato in mezzo un po’ di azzurro, il giallo perde il suo color canarino, la quantità di azzurro aumenta a poco a poco ed ecco che i Vezzosi Augelli marenziani si mutano nella Zerlina auberiana, passando attraverso gialli più verdognoli e verdi ancora un po’ giallastri delle Poppee, dei Giulio Cesari, delle Cecchine, dei Fideli, dei Tancredi e di tutta una pletora evolutiva di figure e di sonorità.

Non pretendo di risolvere il problema globale in una breve pagina di riflessioni, ma posso offrire alcuni spunti per approfondire ulteriormente il discorso nel futuro.  Intravedo nel vasto panorama musicale alcuni tratti che potrebbero forse spiegarne l’evoluzione e le sue caratteristiche. A prescindere dal generale clima storico-culturale, che indubbiamente influenza le contingenze artistiche, l’evoluzione della musica può essenzialmente ridursi alle trasformazioni  di tecnica, linguaggio e forme. In pochi, rari casi queste sono avvenute assieme e universalmente; molto più spesso il progressismo dell’una si è innestato su di una conservazione delle altre, in modo da riuscire più accettabile culturalmente e socialmente. Risultando così in una scala cromatica dalle variazioni costanti, ma impercettibili a livello microscopico. Luca Marenzio stesso (e tutti i madrigalisti, anteriori, contemporanei e posteriori) hanno utilizzato linguaggi preesistenti adattandoli a nuove forme compositive e inserendole nelle mutazioni del clima culturale complessivo. I primi operisti hanno utilizzato le tecniche vocali delle prime composizioni monodiche immettendole in un contesto drammatico di più vasto respiro: il passaggio alla forma chiusa dell’opera tardo secentesca avviene per gradi e con tanti piccoli contributi, senza che ad alcuno possa esserne attribuita la paternità assoluta. Le forme strumentali seguono un’evoluzione analoga, dalle prime forme, “disordinate” al nostro orecchio moderno, per giungere all’ordine costituito delle forme classiche e per disordinarsi nuovamente nel corso del periodo romantico e post-romantico.

Senza dubbio, tuttavia, alcuni compositori hanno inserito più azzurro di altri nel giallo, per tramutarlo in verde. Ma la categoria di progressista o di conservatore è, anche per questi, attribuibile loro solo parzialmente. L’Orfeo di Monteverdi ha una forza innovatrice indubbia, ma inserisce la trama e il linguaggio innovativo all’interno delle opere dei suoi predecessori e utilizza le forme dei madrigali monodici e polifonici coevi. Più difficile è l’identificazione dei tratti di conservazione nelle ultime composizioni beethoveniane: lì si rompe con la tradizione in tutti gli aspetti della creazione artistica e l’autore può forse considerarsi l’unico saltus autentico ed incisivo della musica occidentale nella sua globalità, dovuto alla combinazione dell’individualismo beethoveniano e degli eventi storici che si compivano. Arnold Schönberg passa, con un saltus, da conservatore post-mahleriano, post-wagneriano a progressista solitario ma il suo seguito e il suo contorno lavora contro di lui e il saltus della sua rottura dodecafonica presto si stempera nelle morbidezze delle passeggiate berghiane e bouleziane. Lo stesso JS Bach, conservatore riconosciuto, porta talmente tante innovazioni nel linguaggio musicale e nella tecnica della musica per tastiera da potersi dire al tempo stesso fine ed inizio di epoche. E poi Rameau, ponte tra la musica francese per tastiera del seicento  e quella del settecento, frutto delle sue esperienze orchestrali, inserite nell’ambito operistico tradizionale. E poi tanti altri, dei quali mi riprometto un’analisi meno disordinata e più puntuale.

Giuseppe Schinaia

Giuseppe Schinaia

Matematico e musicista, da sempre in equilibrio tra i due campi culturali, ha gestito con successo ed indipendenza attività di ricerca, applicazioni e strumenti di promozione culturale. Attualmente svolge attività di ricerca in campo matematico e statistico in qualità di docente presso la Sapienza a Roma, è direttore artistico della rassegna di musica antica Trebantiqua a Trevi nel Lazio e riconosciuto concertista alle tastiere antiche, avendo al suo attivo concerti in Italia, Europa e Nordamerica in ensemble e come solista, oltre a svolgere attività di editore e ricercatore di inediti del periodo barocco per varie edizioni musicali.

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