In principio fu il respiro e poi discese il punto, al quale ne seguirono altri, molti altri, fino a formare dei paesaggi di forme. Se entrate in una sala dove siano esposte le opere di Waqas Khan avrete la sensazione di condividere lo spazio con qualcosa che respiri, di vivente, fatta eccezione per eventuali altri visitatori. Nel mio caso ebbi la fortuna di essere solo, in attesa dell’autore per intervistarlo, e poterne così ascoltare il ritmo leggero.
Arriva con un gran sorriso, ha l’aspetto di qualcuno che avrebbe potuto, in un’altra epoca, passare un tempo lunghissimo a trascrivere libri, nel medioevo per esempio, lui, però, non trascrive libri ma respiri. Traccia dei segni molto piccoli su delle superfici molto grandi e spesso le ricopre ma se hai la possibilità di osservare da vicino ti accorgi che estese porzioni di spazio sono in realtà vuote, questo da, penso, la stessa sensazione che deve aver avuto Ernest Rutherford quando realizzò che l’atomo per lo più è composto di spazio vuoto dove però l’energia è molta. Rutherford (1871- 1937), fisico, una volta disse che se un l’atomo fosse espanso alle dimensioni della Basilica di S. Pietro a Roma il suo nucleo sarebbe equiparabile alle dimensioni di un grano di sale.
Waqas Khan nasce ad Akhtarabad in Pakistan nel 1982, si diploma in Belle arti al National College of Arts (NCA) di Lahore nel 2008, si era avvicinato all’arte visitando degli amici nel loro studio dove passava il tempo disegnando piccoli tratti e forme su minuscoli fogli, così cominciò tutto. Avrebbe disegnato per ore senza voler mai smettere. La sua prima personale fu al NCA dal titolo Dot (A perfect circle), nel 2013 vinse il prestigioso Jameel Art Price del Victoria and Albert Museum di Londra.
“Cominciai a scuola a porre piccoli punti o tratti sulla carta, per lungo tempo, ed ho sempre visto il mio lavoro in un modo molto architettonico, facevo dei modelli mettendo tratti vicini uno all’altro e se tu vedi i miei primi lavori son molto piccoli e costituiscono il nucleo iniziale di quello che faccio ora.” Il rapidograph lo appoggia appena sul foglio lasciando un punto, la successione di punti tutti uguali ma diversi come inspirare ed espirare lo sia uno dall’altro. Le sue opere consistono in questo, sono, certe volte, un susseguirsi di punti, altre dei tratti ondulatori che creano degli effetti tridimensionali ondosi. “Quando inizio un nuovo lavoro mi sento connesso con la profondità di me stesso ma poi quando i segni cominciano ad essere tracciati mi disconnetto completamente e diventa qualcosa d’altro, di esterno a me.”
Lo spazio ed il vuoto danzano insieme nelle sue opere come farebbe Shiva con Shakti in una delle rappresentazioni mitologiche non molto distanti dai luoghi dove è cresciuto, il Pakistan, né molto lontano dalla sua visione della religione.
“È ovvio che ciò che faccio sia vicino ad una concezione religiosa del mondo ma io non parlo né di religione né di politica. Ho sempre una idea, prima di tutto, sento da dentro venir fuori qualcosa, non proviene da nessun altro posto, è semplicemente dentro di me e affiora alla superficie come delle onde leggere, come una connessione, un dialogo.”
Parlare con quest’uomo trasmette una sensazione di serenità, tutto, in lui: il tono morbido della voce, la risolutezza calma dei suoi occhi quando ti spiega cosa stia facendo, come un cantore di un’esperienza millenaria.
“Ascoltavo quelle storie da mio nonno, sono cresciuto ascoltandole, ma io non parlo del Sufismo, della religione, parlo invece dell’amore, dello stare connessi, tutto è connesso. Infatti quello che faccio quando vengo qui è incontrare le persone perché altrimenti lavoro soltanto, passo ore ed ore a lavorare. Ad un certo punto mi son accorto che trattenevo il respiro per non perdere la precisione del tratto, incredibile no? Il corpo si adatta a qualsiasi cosa anche a dei momentanei stop. Aver imparato a respirare nel porre il pennino sulla carta è stato per me di vitale importanza.”
Sembra, il modo in cui Waqas Khan crea le sue opere, come un dio possa aver dato vita al creato, un respiro emesso che dia la forza di accadere ad un punto, un segno che dia a sua volta la vita ad un altro e poi ad una altro ancora.
“La religione è parte della mia vita, amo il Sufismo perché è espressione di amore, la politica anche mi interessa ma nessuna di queste due cose ha una relazione diretta con il mio lavoro che è del tutto estemporaneo ed intuitivo.”
La miniatura e il Sufismo, due elementi di stampo fortemente religioso nella tradizione afghana e musulmana:
“Nel Sufismo si raccontano delle storie, bellissime storie fonte di grande ispirazione ma queste non son presenti nelle mie opere dove al contrario esiste solo il presente del segno scritto in questo istante con l’energia dello stato attuale, è più un processo di costruzione un tassello dopo l’altro.”
Alla Galleria Krinzinger (Seilerstaette, Vienna) dove ha avuto una sua importante personale appena conclusasi, una delle immagini principali occupava tutta la parete di fondo di una grande sala ed era di circa due metri di grandezza: un tratto rosso di Rapidograph circolare, che ricordava da vicino una delle più grandi scoperte recenti della scienza: la radiazione cosmica di fondo, ovvero una leggerissima variazione della temperatura uniforme che ricopre tutto l’universo. Ha sicuramente lo stesso impatto di stupore nell’osservarla. Piccole variazioni di un’estesa formazione nello spazio.
“Il mio lavoro consiste nel porre un tratto e lasciarlo andare, come un’onda che sale e scende, un momento di comunione con il tutto.”
Waqas Khan crede con forza in un amore universale, in quello che accomuna ed unisce le donne e gli uomini uno con l’altro, potrebbe essere l’atto semplice del condurre un respiro dentro e fuori il nostro corpo come invito ad essere vicini tra noi. Lavora per ore tenendo un pennarello in mano, con precisione, senza movimenti inutili, trasferendo la forza interiore, l’energia in quel semplice gesto. Il risultato sono segni grafici, punti o linee che ricoprono le superfici, ci si immergono, in una regolarità che non disdegna di essere interrotta da tasselli mancanti ma come un’architettura cresce e riempie lo spazio.
“Ho cominciato a lavorare su piccoli fogli perché non avevo a disposizione altro, uso il pennarello con tutte e due le mani e questo costa un grandissimo dispendio di energie, poi son passato a superfici più grandi con naturalezza. Il tutto si riduce ad essere esattamente li dove poggia il tuo punto e separato da tutto il resto, al principio ho qualcosa in mente perché quando non lavoro la mia mente viaggia, pensa, poi quando mi metto all’opera allora ogni cosa si immerge nel silenzio ed in quel momento diventi veramente uno con il tratto. L’unica libertà che mi prendo è fermarmi ed andare a fare due passi e li qualcosa sale dall’inconscio alla mia mente, allora, in quel momento, dialogo con lei e vedo delle cose.”
Il lavoro di Waqas Khan ricorda quello di un tessitore, un tessitore di tratti, lui mette sulla carta dei motivi che sono universali come il linguaggio che parla, delle linee che uniscono e tengono unito lo spazio circostante.
“Il mio lavoro sembrerebbe come tessere un tessuto, potrebbe sembrarlo, ma non mi pongo nell’ottica di dirmi ora faccio così o non lo faccio, è tutto molto più semplice ed è un lavoro aperto, non esistono definizioni linguistiche, ognuno può trarre le proprie conclusioni, spesso pensano come possa essere che un uomo della mia statura si concentri tutto se stesso su dei tratti così piccoli. Ma il punto è che quello che faccio è cosi immenso per me, mi da un senso di realizzazione che non ho mai avuto in altre cose fatte.”
Mi chiede se fumo, rispondo di no, si scusa e va a fumare, io rimango solo con le parole dette e con le sue opere, una grande forza interiore tiene insieme ogni singolo tassello ma questo non è frutto di una qualche tensione bensì di armonia e di energia, un qualcosa che si trova al di la delle singolarità di tutti noi.
“Per me il lavoro è amore, è vita, quando son li a creare dimentico qualsiasi cosa, non penso, concentro semplicemente tutta la mia energia nei punti, nei tratti, entro in uno stato di trance, quasi, un ritmo in cui è immerso tutto ciò che esiste, perché ognuno lo ha quel ritmo, bisogna solo ascoltarlo.”
Mi chiedo, gli chiedo, se ci sia qualcosa che lo spaventi:
“Quello che mi spaventa di più sono tutte queste sette in cui si divide l’umanità, questo dimenticarsi di appartenere ad un’unica famiglia, comprendere che siamo in fondo tutti connessi tra noi, ecco questo mi fa paura.”
Dario Lombardi nasce a Roma, si diploma all’Istituto Superiore di Fotografia. Vive e lavora a Vienna come freelance. Ha affrontato diversi generi nella sua professione, dalla fotografia di scena, teatro e danza, passando per la moda ed arrivando al ritratto. Si confronta negli ultimi lavori con la tematica dell’essere umano ed il suo rapporto con il contesto in cui vive. Nel 2008 espone “Hinsichtlich”, reportage sulla donna che veste il velo come scelta religiosa e come confine tra la sfera privata e pubblica. Nel 2009 pubblica insieme con Gianluca Amadei una serie di interviste e ritratti sulla scena professionale ed artistica dei designers in Polonia, dal titolo “Discovering Women in Polish Design”. Attualmente si occupa della mostra-installazione “Timensions” per il Singapore Art Museum 2012, una ricerca sul rapporto tra l’uomo e lo spazio/tempo.
















