Quella volta in cui il cinema fu della gente e la gente del cinema.

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Zavattini, Pontecorvo, Pasolini e Mazzarella. Venezia 1968

“Una dimensione fatata, un sogno da batticuore”, ecco come Federico Fellini aveva definito Cinecittà, quando ci era arrivato con quel tramvetto azzurro, attraversando chilometri di campagna, costellati da ruderi dell’acquedotto romano.

Cinecittà, “la fabbrica dei sogni”, definizione a suo avviso “un po’ banale, ma anche molto vera”, quel giorno gli dava il benvenuto: di certo quella strada che da via Tuscolana conduce a Porta Furba sarà stata anche più bella….

E se quel vecchio tram potesse divenire d’un tratto una specie di macchina del tempo (scommetto che al Maestro l’idea sarebbe piaciuta!), potremmo tutti prendere posto accanto a lui e fare un salto nel passato, fino a quell’aprile 1937, quando gli studi di Cinecittà furono inaugurati…
Come poteva apparire il paesaggio circostante, non ancora deturpato da palazzi altissimi, mentre sotto il segno del gladio romano e di una farsa all’antica (fu proiettato, come primo film, I due misantropi), veniva inaugurata la Città del Cinema?

Cosa piacesse al pubblico italiano, a quel tempo, non è difficile dirlo: non certo i film musicali americani, molto di più la romanza, la canzone melodica napoletana ed il bel canto, ma alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, istituita ben cinque anni prima, solo uno dei film prodotti a Cinecittà nel 1937, fu selezionato (Il Signor Max). Mentre a vincerla fu un film di costume, girato nei vecchi stabilimenti Cinus e Titanus alla Farnesina: Scipione l’Africano, che aveva avuto scarso successo di pubblico, con il protagonista, Annibale Ninchi, cugino della nota caratterista, nel quale faceva la prima comparsa anche Alberto Sordi, a soli 17 anni.

La manifestazione veneziana rappresentò un collegamento con il resto del mondo, almeno sin quando il regime non ne proibì il concorso ai cineasti stranieri.
A quel tempo, il palazzo di stile modernista dove a tutt’oggi si tiene la mostra, non era ancora stato costruito e la manifestazione si teneva nelle sale dell’Hotel Excelsior, al Lido di Venezia.
Quella mostra ebbe subito una grande risonanza, e, nonostante uno statuto stilato in perfetto stile fascista, che poneva in primo piano la competizione nella rassegna, richiamò tanti nomi celebri.
Ma negli anni che seguirono, l’ambiguità di quelle premesse non tardò a sollevare gli animi: era una mostra d’arte o si stava affilando un’altra arma per sostenere uno strapotere?

Pur subendo pesanti pressioni politiche, tra un carico di allegria e tristezza, aspirazioni e delusioni, sorrisi e lacrime, la mostra stava ugualmente prendendo quota verso la sua destinazione: una delle tre manifestazioni del cinema (assieme al Festival di Cannes ed al Festival di Berlino), con cui la vecchia Europa dimostrava la valenza dei suoi cineasti ed attori, spesso in contrapposizione alle glorie degli Oscar di Hollywood.
Sfogliando i vecchi giornali d’epoca, non ho avuto dubbi sul desiderio di quella manifestazione di sfuggire alle strettoie della censura dell’epoca. La poca libertà di cui poté godere, influenzò, infatti, tutta la sua storia, sempre volta ad emanciparsi da regole vetuste.

Un fermento, quello del nostro cinema, che anche quando appare perduto, tra le nostre favole amare o ironiche, si risveglia e sorprende. E noi, dai finestrini del nostro tram azzurro della memoria, vediamo le figure farsi via, via più nitide ed apparire come in una scena di un possibile film…

Infatti, a ben guardare, accadde qualcosa di travolgente che poté scuotere alle fondamenta quell’istituzione e furono quei moti che nel 1968 sconvolsero il mondo, con l’arte ed il cinema che ne furono i vessilli ispiratori.
Gli studenti in lotta, il sorgere di nuovi ideali e le speranze per un mondo migliore, senza guerre, senza sopraffazioni, senza disparità…

A Venezia, quei venti di libertà soffiarono sulla Biennale e portarono all’abolizione della competizione nella Mostra del Cinema, persino le premiazioni furono sospese, a favore di una rassegna con nuove sezioni; si tentava di realizzare un cinema più vicino alle persone e di ottenere dal parlamento un cambiamento del vecchio statuto fascista.

E proprio in quei giorni si aprì un breve capitolo glorioso, che vi voglio raccontare, in cui l’impegno sfociò non solo nella contestazione, ma in un piano segreto. A congetturarlo un manipolo di idealisti, reduci da una militanza che aveva avuto inizio nei sotterranei dell’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e che aveva progettato una vera e propria rivoluzione della concezione della mostra.
Tra loro ci furono registi di calibro come Marco Ferreri, Citto Maselli, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, lo sceneggiatore e scrittore Ugo Pirro, l’indimenticato Nanni Loy ed altri spiriti illuminati, che, in quell’edizione del 1972, provarono a sovvertire le regole e ad inventare un nuovo modo di fare cinema, che fosse a portata della gente, cui tutti potessero partecipare, dibattere, contribuire.
Con i loro sogni e le loro speranze sbarcarono a Venezia in Campo Santa Margherita e lì crearono il cuore di una “contromanifestazione”, con l’ardore di chi è certo che le cose possano essere cambiate: “Fu la prima volta che il cinema si impadronì della gente e la gente si impadronì del cinema, un grande atto d’amore”, scriveva mio zio, Fabrizio Gabella, che vi prese parte.

Ed ecco che in quei giorni, il cinema era divenuto davvero “popolare”, perché se ne poteva discutere assieme e gli autori non ebbero barriere a separarli dai loro spettatori.
Si rivendicava il diritto di fare cinema come atto di partecipazione sociale, si lanciavano volantini nel bar dell’Excelsior e sulle scale del Palazzo del Cinema: furono davvero giornate splendenti per il cinema italiano.
Persino i critici aderivano all’invito e si spostavano da una, all’altra mostra, dal Lido alla sala stampa dei “ribelli”… si sussurra che anche Gian Luigi Rondi si recasse in visita a Campo Santa Margherita e l’anno successivo, in polemica con gli organizzatori, abbandonò il suo incarico presso la mostra. Anche se nel 1983, l’illustre critico cinematografico recentemente scomparso, sarebbe tornato a dirigerla, ma sopratutto a difendere l’amore per il cinema, cui aveva dedicato la vita, come ricordava tempo fa in un’intervista.

Ma nel 1972 tutto sembrò essere pronto: l’animo della gente, il momento storico, la chiarezza degli obiettivi… E quando tutto refluì, come spesso accade nella storia, quella battaglia non servì a sanare le ferite che sarebbero state inferte al cinema italiano durante gli anni ottanta e novanta, dalla televisione. Quando la televisione iniziò a produrre il cinema e non viceversa: una specie di boomerang causato dalla divisione di interessi nella politica.
Anche se poi il tempo non perdona, e Nemesi, in forma di Internet, ha reso onore ad una retroguardia che si era arresa non senza onore.

D’altronde non fu proprio Venezia, con i suoi anni senza premiazioni, le sue disfatte ed i silenzi, a mantenere viva la speranza, per un made in Italy che potesse risorgere dalla tempra dei nostri registi? Tra graffiti internazionali e un po’ di Italian kitsch, c’era anche molto di buono da fare e da produrre.

Io mi auguro che il cinema torni ad essere della gente e direi che potremmo scommetterci, considerando la sezione autonoma istituita all’interno della mostra nel 2004: Venice’s days, le giornate degli autori.
Complice la tecnologia, fruibile per tutti, le porte della mostra si potrebbero aprire alle nuove leve, che ora creano anche sulle piattaforme del web, in una dimensione virtuale, ma spesso efficacissima. Ma anche a chi sperimenta, ai giovani talenti che vogliono proporre nuovi stili e a coloro che prediligono ancora le sale come luogo eletto del cinema.

Purché gli ideali e le denunce non rimangano dove si vuole che siano, tra gli ectoplasmi di Campo Santa Margherita…

 

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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