L’uomo dall’elmo d’oro

Ho sempre avvertito un contrasto tra l’attenzione tributata all’opera di un grande artista e quella rivolta alla sua scuola. Per quanto magnifica, la coerenza non paga mai abbastanza, almeno non tanto quanto l’interesse tributato ad un caposcuola. Ma se accadesse il contrario? Se fossimo invitati a considerare un capolavoro e poi scoprissimo che non era opera dell’autore cui era stato accreditato, o se non ne conoscessimo affatto il vero autore, saremmo in grado di continuare ad apprezzarlo come merita?

Quando questa domanda era rivolta a mio nonno, a proposito di un quadro esposto nel suo ufficio, dimostrava quella capacità che hanno i romani di ostentare indulgenza, ascoltava con attenzione, guardando negli occhi il suo interlocutore e poi, con gentilezza, rivolgeva una domanda:

Lei dice?”.

Il tono cortese non era di disapprovazione:

E’ una copia del famoso Rembrandt?

Lei dice?

Ovviamente quel quadro era una riproduzione, ma nonno amava scherzarci su, lasciando intendere che potesse trattarsi di un originale. Ritraeva un anziano guerriero con un elmo d’oro sul capo ed io lo ricordo da sempre sulla parete più ampia dell’ufficio, sopra la scrivania.

L’immagine dipinta sembrava immensamente triste, come lo erano i racconti della battaglia del Piave, con cui spesso mi intratteneva il nonno. Le sue parole avevano un tono simile a quel quadro: mesto e pieno di solenne dignità, mentre mi narrava della prima guerra mondiale, quando era stato ufficiale del genio pontieri. Le sue storie si concludevano sempre con l’esibire la spilla del Cavalierato di Vittorio Veneto e le cicatrici della pallottola che gli aveva trapassato il cranio, lasciandolo miracolosamente illeso.

Saranno state quelle impressioni, quella teatralità non priva di orgoglio, a farmi pensare che il volto del ritratto fosse quello del padre di mio padre? Oggi ne sorrido anch’io.
Senz’altro quel quadro aveva impresso un senso di solennità al vecchio ufficio, con la gigantesca scrivania dalle zampe di leone e le poltrone di pelle scura, con i bottoni; la luce sollevava pulviscoli luminosi, filtrando dalle ampie vetrate e potevi ascoltare i rumori di quel rione romano, provenire dabbasso: il chiacchiericcio di un mercato, il suono dei filobus che riecheggiava monotono.

Sarebbero passati molti anni, prima che potessi vedere l’originale di quel quadro, in un museo di Berlino e, quando accadde, ne fui emozionata e delusa al contempo: vederlo mi fece sentire di nuovo bambina nella grande casa dei nonni, sebbene il quadro apparisse di dimensioni assai più ridotte di quanto ricordassi. Ma non fu la sola ragione della mia delusione.

Chiunque osservi con attenzione quel dipinto, può convenire che appaia assai più di un semplice ritratto: grave e melanconico, pieno di riflessività e di stoico coraggio; scommetto che avrà esercitato su molta gente un incantesimo speciale, forse perché il contrasto tra lo splendore dell’elmo e l’incarnato del vecchio, rendono partecipi delle forze oscure del mondo di Rembrandt.

Come Jacob Rosenberg, studioso della Harvard University asserì in Life and work of Rembrandt (Vita ed opere di Rembrandt):

In tutti i suoi lavori si percepisce una fusione tra il reale e la visione, e questo dipinto provoca le sensazioni della musica, piuttosto che quelle di un’opera pittorica”.

Simile ad un magico incontro tra vedere e sentire, trapelano qualità sonore immaginifiche, che esaltano stati d’animo contrastanti, tra tristezza e meraviglia.

Nel suo libro, Rosenberg pose a contraltare del proprio apprezzamento, l’analisi della genesi dell’opera. Si prodigò per scoprire chi ne fosse stato il modello, rintracciandolo nel fratello maggiore di Rembrandt, un calzolaio di Leyden (l’odierna Leida, nei Paesi Bassi): un volto che nell’estro del pittore sarebbe divenuto maestoso.
Il ritratto, datato 1650, realizzato su tela con tecnica ad olio, è ora custodito nello Staatliche Museum di Berlino e, durante quella visita, seppi che il suo valore ammontava a più di 20 milioni di marchi.

Eppure, a dispetto di tutto ciò, un mistero si era fatto avanti a proposito di questo quadro, fino ad allora considerato l’opera più prestigiosa di Rembrandt, l’acme della sua genialità pittorica, esaltato come uno dei capolavori più sublimi di ogni tempo… Attraverso numerosi test tecnici e comparazioni effettuate sulla tela, gli studiosi sono concordi, quasi all’unanimità, che questo quadro non sia stato dipinto dal grande pittore. Il curatore della sezione dei dipinti danesi e fiamminghi al museo di Berlino, fu chiarissimo in proposito:

“È un originale della sua scuola, non già un falso o una copia, e come tale ha un suo proprio valore”.

Questo mi fece riflettere su come la prima valutazione di un’opera d’arte fosse di tipo emozionale: se ne poteva trarre più o meno piacere nell’osservarla, ma sapevo bene che dopo l’impatto estetico, si passava al confronto con altre opere artistiche, al periodo storico ed all’autore, ossia alla lettura iconografica, che è una specie di lettura tecnica del linguaggio dell’opera.

Ma questo non spiegava la mia delusione.

Mi chiedevo se non fosse un po’ come per Amleto: potremmo attribuire a questo dramma teatrale un diverso valore, se invece di essere stato scritto da un leggendario Shakespeare, fosse stato opera di un onorevole Sir Francis Bacon?
Allo stesso modo, l’Odissea: il fatto di non sapere se il nome “Omero” fosse appartenuto ad un uomo, ad una donna o celasse il lavoro di più autori, toglieva forse valore al poema?

Suppongo si tratti della stessa istanza da cui discende una particolare metafisica della percezione, che fece dire al filosofo George Berkeley, in un suo trattato: “Se un albero di una foresta cade, mentre nessuno si trova lì, produce rumore allo stesso modo?”.

A lui fece eco Einstein, duecento anni dopo, quando domandò al suo allievo Niels Bohr:

“…la luna esisterebbe lo stesso, qualora nessuno potesse vederla?”.

Ebbene: conoscere l’autore di un’opera geniale, rende quest’opera diversa in qualche modo? Ne sancisce il valore? E non conoscerlo affatto?

La Cappella Sistina sarebbe meno bella se si scoprisse non essere stata opera di Michelangelo?

È pur vero che la storia è disseminata di istanze negate, una sorta di processo di apprendimento attraverso la punizione, un feedback negativo ben noto agli studiosi: la conoscenza si fonda spesso su concetti che vengono via, via invalidati nel susseguirsi delle epoche.
Molti dei fatti resi noti dalla scienza come verità assolute, che erano insegnati a scuola generazioni fa, si sono rivelati falsi, molte reminiscenze hanno mostrato le loro ambiguità.

A questo proposito la Duchessa di Sanseverina, indimenticabile eroina del romanzo La Chartreuse de Parme di Stendhal, constatò:

J’ai a vu tomber tant de choses que j’avais crues éternelles” (“Ho visto decadere tante cose che avevo creduto eterne”).

E dunque, cosa possiamo salvare dall’obsolescenza dei giudizi?

Di certo, al cospetto di un capolavoro dell’arte, sia esso pittorico, musicale o d’altro tipo, si gode di un arricchimento che permette di entrare in risonanza con esso e questo avviene a prescindere dal suo autore, o dalle intenzioni che lo avevano mosso.
Ecco perché alcuni capolavori artistici vengono considerati patrimonio dell’umanità: non è possibile ascrivere loro un valore in termini economici.

Come L’uomo dall’elmo d’oro, essi resisteranno in tutto il loro pregio, al sicuro da qualunque caducità della ragione o dei suoi autori, veri o presunti che siano.

Perché l’opera d’arte, che sia davvero tale, si sottrae alle leggi del mondo, per proseguire il suo viaggio nell’intimo di ciascuno di noi.

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

9 commenti

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  • Intense e interessanti riflessioni Jo !!! Anche secondo me l opera é eternamente valida di per sé, l autore é importantissimo ma la notorietà dell autore dipende molto anche dal trovarsi nel posto giusto al momento giusto e a contatto con le persone giuste, quindi evviva gli autori non noti che han trovato il modo… la loro opera… di entrare in contatto con noi !

  • Grazie Paola per il tuo entusiasmo. Sono un’inguaribile ottimista e credo che l’arte trionfi sempre. Rembrandt era figlio di un mugnaio e di una certa fortuna che ottenne con i suoi quadri non fece tesoro, visto che viveva al di sopra dei propri mezzi. Ma di certo la sua arte ha influenzato chi l’abbia conosciuto. Forse non sappiamo chi abbia dipinto L’uomo dall’elmo d’oro, ma sappiamo che l’arte salva l’arte.

  • Bello,bello questo approfondimento del dipinto l’ uomo dall’elmo d’oro!Sapere il nome dell’ autore non include il valore del dipinto,ma è importante quello che trasmette guardandolo.Come hai scritto tu Jo,potrebbe avere qualsiasi nome o provenienza: se un quadro ti colpisce fa’ lo stesso effetto di una poesia che ha la rima giusta al posto giusto.L’ arte è una qualità umana che ci eleva ,e ci rende immortali.

  • L’eterna diatriba tra soggettivismo e oggettivismo. Il mondo esiste perché pensato, visto, annusato, toccato dall’uomo? Oppure sta lì solido ed indifferente alla presenza umana e alla sua riflessione razionale o irrazionale che sia. Io propendo per la seconda ipotesi. Quella oggi sostenuta dai neo-realisti capitanati da Maurizio Ferraris. D’altronde sappiamo che la luna è stata sempre al suo posto ben prima che l’uomo si affacciasse sulla terra per ammirarla e poi sbarcarvi. Lo stesso dicasi per i DINOSAURI che non hanno avuto bisogno dell’IO PENSO cartesiano o Kantiano per testimoniare la loro enorme presenza. E noi lo sappiamo perché ne abbiamo le prove oggettive, vagliate dalla nostra stessa ragione! Con o senza l’uomo essi sono esistiti su questo pianeta.

    L’opera d’arte, il capolavoro vive di splendore proprio o è anche prodotto di un abile orpellificio dialettico-critico che lo fa spicccare di più? Siamo vittime di un incantesimo michelangiolesco, raffaelliano, botticelliano? C’è un aforisma di Nietzsche assai indicativo in Umano troppo umano, Dall’anima degli artisti e degli scrittori: aforisma 220 L’al di là dell’arte che riporto per intero:

    “Non senza profondo dolore si ammette che gli artisti di ogni tempo, nel loro slancio più alto, han portato a celeste trasfigurazione proprio quelle idee che noi oggi riconosciamo come false: essi sono i glorificatori degli errori religiosi e filosofici dell’umanità, né sarebbero potuti esserlo senza la fede nell’assoluta verità di quelli. Ora, se in genere viene a mancare la fede in tale verità, impallidiscono i colori iridati intorno ai limiti ultimi del conoscere e del fantasticare umani: allora non potrà più fiorire quel genere di arte che, come la Divina Commedia, i quadri di Raffaello, gli affreschi di Michelangelo, le cattedrali gotiche, ha come presupposto un significato non soltanto cosmico, ma anche metafisico, degli oggetti dell’arte. Che sia esistita una tale arte, una tale fede di artisti, diventerà una commovente leggenda.” (Trad. Mirella Ulivieri)

    Più che “fede assoluta in tale verità” era una questione, a mio modestissimo avviso, di terrene e prosaiche committenze di lavoro che i grandi artisti accettavano dalla ricca Chiesa. E poi grazie alla loro magnifica tecnica mettevano in piedi capolavori che hanno attraversato i secoli. Riguardo poi alla “celeste trasfigurazione” lo spunto per disegnare sante e madonne veniva dato spesso e volentieri da bellissime donne non proprio dai costumi morigerati. Si pensi ad Annuccia Bianchini, la prostituta che il Merisi frequentava puntualmente. E fra le cui braccia dovette assaporare la beatitudine eterna!

    Ma l’arte come si ricorda nell’articolo è anche un sentire un suscitare emozioni. Personalmente l’ho sperimentato quando ho visto il bellissimo quadro di Emilio Longoni: “Chiuse fuori di scuola”. Dove sono raffigurate le sorelline Maria e Centa Rossi. Preoccupazione e gioia rappresentate magnificamente sul faccino dell’una e dell’altra.

    Oltre la natura e l’arte, salviamo anche un po’ di sana tecnologia. Il Mose a Venezia, ad esempio, la difende finalmente dall’acqua alta.

    Domenico Mainiero

  • Anna Buccoleri, hai centrato il problema. Quante volte l’esame approfondito di un’opera d’arte trascende la valutazione stessa che ne è stata data, per arricchirci al di lá delle parole?
    Che sia apprezzata o ricusata, intesse comunque un rapporto con chi ne fruisce. Un rapporto diverso per ciascuno di noi.
    Ecco perché da una famosa pinacoteca si può uscire un po’ diversi, un po’ cambiati; come pure assistere ad una pièce teatrale può creare nuove coscienze per un mondo nuovo… speriamo presto.

  • Molto bella la dissertazione su Rembrandt e sull’opera d’arte in generale. Segno di grande competenza e passione. Vorrei solo aggiungere una nota un po’ a margine che lo scritto di Jo Gabel mio ha ispirato. E cioè l’aspetto che per le arti figurative diventa preminente rispetto alle altre. Parlo del problema dell’interpretazione (di un testo letterario, di una teoria scientifica, di un fenomeno religioso, dell’opera di un artista). Esso ha sempre rappresentato il cuore della dialettica e ha messo in crisi le filosofie più rigorose. È uno dei motivi (non il più importante) che spinse molti pensatori (Russell, Carnap, Ayer e tanti altri) a cercare un criterio di giudizio legato a un metodo (inferenza) che si potesse svincolare dalla psicologia e dalla metafisica. Sino a giungere a quello forse più elegante: la falsificabilità di Karl Popper e a quello più paradossale: l’indeterminazione Heisenberghiana. In fondo la sfida più drammatica: il sapere senza fondamenti. Un’illusione, eppure anche una verginità filosofica che può (ri)fondare la conoscenza. In questi termini – puramente dialettici – anche la verosimiglianza e la veridicità di un fatto, al di là dell’attribuzione di un valore dato da esperti, economico o morale o umano che sia, può essere interpretato. Per esempio dire che Che Luigi XVI non fu ghigliottinato nel 1792 in quella che oggi è chiamata Place de la Concorde potrebbe risultare da nuovi e sinora sconosciuti documenti; ma nessuno potrebbe mai affermare razionalmente che Superman non sia nato sul pianeta Kripton o che la residenza di Paperino non fosse in via delle Acacie.

  • Domenico Mainiero, possiedi un entusiasmo contagioso.

    L’argomento è appassionante e cela molti aspetti interessanti. Io supposi di risolverli da ragazza, attingendo alla visione della psicologia. Ma certi temi non finiscono mai di ispirare nuove suggestioni.

    Ne deriva una riflessione circa il tuo apprezzato commento, che però necessita di un passo indietro, con una premessa che parte di lontano: quando si reputò indispensabile conferire un’epistemologia alla psicologia, per poterla considerare una scienza. Allora si stabilì che essa dovesse possedere, al pari delle altre scienze, degli strumenti verificabili per studiare sé stessa. Fino ad allora la psicologia era stata considerata la sorella minore della filosofia. E si era giá inclini a conferire superiorità alle scienze rispetto alle materie umanistiche (ruzzolone conseguente l’epoca dei lumi). Per me allora andava benissimo, erano tempi in cui la fede nel processo scientifico non era messa in discussione.  Durante gli studi appresi però che la scienza stessa che studiava il sé, disponeva di strumenti inidonei, perché  la percezione indagata variava non solo tra specie e specie, ma anche da un uomo all’altro. Ne è un esempio lo studio della percezione dei colori, la differenza attraverso la quale ciascuno di noi decodifica l’ambiente attraverso un’immagine, o un suono, o anche le interazioni tra percezione e processi mnestici. Stabiliti i metodi di rilevazione degli apparati fisici atti alla decodifica, si dovette riconoscere che un test poteva addirittura essere inficiato a causa di stati d’animo diversi dello sperimentatore.
    Ne consegue una domanda: la scienza può garantire davvero strumenti di misura esatti se sono sotto il controllo dell’osservatore uomo? Nel corso di un seminario durato un anno appresi come si poteva inficiare praticamente ad oltranza il risultato di un test. In un altro mi appassionai alle risposte cognitive in situazioni di stress e via così. Mi dissi che non era più solo effetto del dibattito tra razionalismo ed empirismo, o di quello tra sperimentalismo e innatismo, ma di ben altro.
    Qualunque oggetto viene percepito dal soggetto in modo diverso, perché  le strutture percettive, pur non essendo strutturalmente diverse, lo sono nel funzionamento (oggi si direbbe che non sono diverse nell’hardware, ma nel software). Senza contare che, in alcuni casi, le differenze nello sviluppo anatomico e fisico, innate o acquisite a causa di incidenti o interventi, comportano una serie di alterazioni percettive curiose, come illustrato nei bei libri del Dottor Oliver Sacks (mi riferisco in particolare a “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”).
    Non secondariamente, la visione ecologica ci rammenta che non solo è impossibile separare l’oggetto osservato dal soggetto, ma anche dall’ambiente. Quindi ci è chiaro perché tentare una comprensione a livello logico di un’opera d’arte complica le cose; ma si può prendere atto dell’esperienza (relativa) che ne traiamo, mediata dai nostri sensi definiti “fallaci” dalla scienza.
    Parlo di esperienza relativa non a caso. Fu proprio la riflessione circa la relatività di Einstein a dare nuovo impulso al dibattito e a determinare il grande capovolgimento.
    Necessariamente fu superato il razionalismo per permettere il ritorno dell’osservatore nell’ambito della scienza, che pone però una serie di problemi di carattere epistemologico, metodologico, linguistico, etico…
    Per semplificare potremmo dirla con l’indiano yaqui di Castaneda, quando illustra realtà alternative la cui conoscenza sfugge alla mente logica.
    Invece, la fruizione di un’opera d’arte travalica tutto questo discorso e giunge a destinazione in ognuno di noi. Anche quando realizzata per un committente, contiene elementi al di là della logica del pensiero, al di lá di una critica seppur costruttiva, conducendoci al nucleo del sentire dell’artista inserito nel suo mondo e alla relazione stabilita con esso dal soggetto che vi assiste.
    Questo discorso potrebbe mettere in dubbio anche l’esistenza della realtà fine a sé stessa.
    Il messaggio che giunge da un capolavoro, sta in quello che proviamo, che si può descrivere solo emozionalmente.
    A volte, discorrendo di questi argomenti, mi sovviene l’insegnamento di Jung nel suo Libro rosso, quello “segreto”, dove descrive lo studioso come un assassino che, spiegando, uccide nei suoi allievi il gusto della comprensione.

    Allo stesso modo, il pensiero di Nietzsche si rivolgeva, nel passo che hai citato, a quelli che il filosofo Arena definisce “esorcisti del nudo”. Il nudo è la caratteristica del mondo tal quale, che però si sottrae alle speculazioni, il nudo è un modo di riconoscere il non sense nel mondo che ci circonda e va oltre:

    “Non è cedendo al polo opposto che si scioglie la questione. Se un uomo vede doppio, non è recandosi dove lo fanno tutti che risolverà il problema. Cederà a un diverso conformismo. Una parte di noi pensa che si troverebbe bene in una società “al rovescio”. Giocando a rovescino qualcuno si sforza di perdere per vincere…”.

    A questo riguardo, Arena cita Pasolini, quando si riferiva “all’omologazione, la vocazione all’impossibile eguaglianza tra gli uomini”…

    E mi dico che forse le opere d’arte sono delle wunderkammer per la conoscenza del sé individuale e del mondo.

    Caro Domenico, sono stata felice del tuo intervento, tutto considerato il mio articolo era minima cosa rispetto a quanto si potrebbe scrivere a riguardo e quindi ti ringrazio di averlo arricchito.

  • Sono molto soddisfatto della risposta datami da Jo. Di un forte spessore culturale. Le sue argomentazioni ti sollecitano ad incamminarti verso un sapere più approfondito. Stimolano subito
    altre considerazioni. E allora vai a scavare nelle tue vecchie letture, dove trovi i passi che all’epoca avevi evidenziato e sottolineato e che ritieni facciano all’uopo. Il mio ritornare a scuola dai vecchi stregoni della filosofia e della letteratura. Premetto che mi mantengo in superficie, ai margini dell’analisi fatta da Jo. L’intento è quello di individuare pepite di buona riflessione con lo scandaglio del “buon senso” qualsiasi cosa voglia significare questa espressione. Propongo pertanto questo collage di citazioni. Con qualche mia innocua o impertinente digressione.

    1° Stregone consultato e rielaborato: Richard Dawkins) L’uomo è stato “affiancato” agli animali, ai vegetali e ai minerali dopo un’accurata e spietata selezione naturale. Esso è perciò nella natura. Ne è indubbiamente creatura più evoluta ma non ne trascende, ne è parte integrante non esclusiva. Nel senso che se scompare l’uomo scompare il resto. Niente affatto. Immaginiamo a tal proposito un perverso scienziato che inventa una speciale bomba al neutrone capace di annientare solo esseri umani non causando danni al resto della vita organica. E immaginiamo ancora che tale bomba venga in possesso di qualche scimmia intelligente stufa di avere gli umani tra le zampe. Il resto lo lascio immaginare.

    [Piccola divagazione fanta-letteraria, parlano le scimmie: Finalmente ce ne stiamo quiete sugli alberi ricevendo la gratitudine degli altri animali per aver fatto sparire l’uomo cacciatore e grande inquinatore dell’ambiente! Noi scimmie che eravamo l’oggetto osservato dal soggetto ora regniamo sul pianeta.
    L’uomo (presuntuoso) attraverso uno dei suoi massimi pensatori (2° stregone che spunta, il burbero Schopenhauer) andava dicendo che: “Il mondo è una mia rappresentazione: ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante, benché l’uomo possa soltanto venirne a coscienza astratta e riflessa. E quando l’uomo sia venuto di fatto a tale coscienza, lo spirito filosofico è entrato in lui. Allora, egli sa con chiara certezza di non conoscere né il sole né la terra, ma soltanto un occhio che vede un sole, e una mano che sente il contatto d’una terra; egli sa che il mondo circostante non esiste se non come rappresentazione, cioè sempre e soltanto in relazione con un altro essere, con il percipiente, con lui medesimo”.
    Ma il sole e la terra ci sono e ci saranno, comunque. A prescindere dagli occhi e dalla mano del percipiente.
    Sarà poi vero che lo “svanire anche di un unico soggetto porta con sé lo svanire del mondo intero”? E se avesse ragione Jacques Derrida [da non confondere con Dalida :-)] ( 3° stregone in arrivo) nel dire che: ”La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione”?
    Per noi scimmie è difficile da capire, siamo troppo nude al cospetto dello scibile umano].

    L’uomo si è evoluto (3° stregone, Darwin) fino ad arrivare a forme raffinatissime di pensiero (specie filosofico). Capace di meta-narrazioni formidabili. Creatore di opere d’arte che attraversano i secoli. Che cristallizzano il sentire di un’anima. Di farla resistere al (e nel) tempo. In grado di lanciarsi alla conquista di altri pianeti con i gioielli della sua meravigliosa tecnologia! Nuovi gioielli con cui riempire le nuove wunderkammer dell’umanità. Ma, con le meta-narrazioni si profila un’immensa, drammatica incrinatura.
    Cultura e realtà vanno ai ferri corti. Adorno (4° stregone): “Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dell’arte e delle scienze illuministiche, dice molto di più che essa, lo spirito, non sia riuscito a raggiungere e modificare gli uomini. Tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”.
    Bertold Brecth (5° stregone) aveva detto che il palazzo della cultura “è fatto di merda di cane”.
    Ma tornando ad Adorno: “Hitler ha imposto agli uomini nello stato della loro illibertà un nuovo imperativo categorico: organizzare il loro agire e pensare in modo che Auschwitz non si ripeta, non succeda nulla di simile”. E qui il pensiero corre subito ad Israele e alla striscia di Gaza.
    Di opinione simile Jean Francois Lyotard (il 6° stregone che appare all’orizzonte): nel postmoderno “la grande narrazione ha perso credibilità”, “la filosofia speculativa o umanistica deve rinunciare alle sue funzioni di legittimazione”, “Il ricorso alle grandi narrazioni è escluso”. Ed ancora: “Ognuno dei racconti di emancipazione, a qualunque genere abbia dato l’egemonia, è stato per così dire invalidato nel suo fondamento dagli ultimi cinquant’anni. – Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale: “Auschwitz” confuta la dottrina speculativa. Almeno questo crimine , che è reale, non è razionale”.

    Concludo con Horkheimer-Adorno, dialettica dell’Illuminismo: “Ciò che importa non è quella soddisfazione che gli uomini chiamano verità, ma l’operation, il procedimento efficace; non in discorsi plausibili, edificanti, dignitosi o pieni di effetto, o in pretesi argomenti evidenti, ma nell’operosità e nel lavoro, e nella scoperta di particolari prima sconosciuti per un migliore equipaggiamento e aiuto nella vita, è il vero scopo e ufficio della scienza. Non ci deve essere alcun mistero, ma neppure il desiderio della sua rivelazione”. Credo sia un ottimo viatico.

    Una piccola nota sul mite Adorno. Nel ’68 venne contestato. Ricorda la sua segretaria Elfriede Olbrica:
    “Le ragazze vengono avanti mostrando il seno nudo e sghignazzando all’indirizzo del professore”.
    Ancora cultura e realtà che vengono ai ferri corti, anche se stavolta in una forma più edonistica.
    Io avrei colto a piene mani. Da una natura così strombazzante e dionisiaca.

    Grazie alla redazione per l’eventuale nuova accoglienza

    Domenico Mainiero

  • @paolo massimo rossi, sono contenta che l’articolo abbia stimolato tante riflessioni.
    Hai ragione, c’è una sorta di autoreferenzialitá nell’uomo che lo induce a non accontentarsi di ciò che appare. Un tentativo di appropriarsi del mondo attraverso il meccanismo del pensiero, non pago di ciò che semplicemente “è”. Ne è prova il tentativo, spesso speculativo, di avvicinarci alla realtà delle cose con un approccio puramente razionale. Consideriamo lo scibile in base a criteri definiti dalla nostra scienza, dimenticando che essa è inesatta e parziale, fin tanto che una nuova acquisizione non la costringa ad un adeguamento. Che però verrá assunto a sua volta come incontrovertibile. È questa illusione di potenza che arma i popoli? Parte tutto da qui? Forse.
    Attingendo all’odierno, ho trovato giovamento dalla lettura de “Sul nudo, introduzione al non sense”, di L.V. Arena e, per conto mio, vi intravedo proprio un recupero di una dimensione autentica, se non fosse osteggiata da quelli che lui chiama “esorcisti del nudo”: “Cosa resta del filosofico, una volta che le teorie e le opinioni vengono cancellate? Soltanto il nudo, da sondare con gli strumenti adatti, sogno e intuizione”…