Provaci ancora, Bogie.

Intanto che aspettavo ho raccolto un po’ di neve e mi ci sono lavato la faccia. C’era ancora un po’ di sangue. (J D. Salinger)

Le foglie caddero dagli alberi, i prati ingiallirono, il riflesso delle nubi offuscò l’oceano e venne l’inverno.
Provaci ancora, Bogie.

Provarci, suonare, giocare, in inglese si traducono con lo stesso verbo to play. Play it again, Sam

I traduttori italiani dovettero lasciar cadere l’allusione alla battuta del tuo film, quando quel successo di Woody Allen a Broadway divenne un disinvolto omaggio cinematografico al tuo carisma.

Un titolo come “Suonala ancora Sam”, in Italia, l’avrebbero capito in pochi, ad altri quella scelta sembrò uno sproposito.

A toglierci d’impaccio, il ferry-boat: siamo pronti a partire.

Una folata di vento gelido ti passa sotto il cappello e alzi gli occhi: basta uno sguardo per farmi capire che il titolo italiano non sbagliò così tanto, che i significati di to play ti appartennero tutti. Ti piaceva vivere, solcare l’oceano con la tua barca e fare film. Anche polemizzare però. E bere. Anzi, diffidavi di chi non bevesse. Tu l’alcol lo reggevi bene, avevi un fisico forte.

Ma non quell’anno, quell’anno fu diverso. Riabbassi gli occhi sul pontile scuro.
Per esprimere quell’emozione che ti sale in gola, dovresti smettere di essere così maledettamente controllato.

But it’s your way, Humphrey Bogart.

Anche quando sapesti di dover lasciare il mondo.
Di tutte quelle angosce che seguirono, di ricoveri, interventi chirurgici, cobalto terapia, dell’incapacità di muoverti se non in carrozzella e di tutto il resto, non mi va di scrivere e, come te, mi rifiuterò di parlarne, fingendo fino all’ultimo un divertito ottimismo.

Svirgoli sulle note alte. Il dolore può esprimersi in toni diversi.

Dicembre arrivò anche su quella stupida collina e di fiato non ne rimase più a Bogie per percorrerla, correndo giù a dirne quattro a Jack Warner per i copioni che gli proponeva.

Dev’essere colpa del mio tono di voce o di questa faccia arrogante, diceva aspirando l’ennesima sigaretta.

La proverbiale franchezza che lo distingueva era sempre stata una sfida, sopratutto all’autorità, qualunque autorità.

Sua moglie Betty, il cui nome d’arte fu Lauren Bacall, diceva di lui: Esprimersi così gli faceva piacere perché sfidava prima di tutto se stesso, la sua insicurezza.

Spencer Tracy gli tenne testa, divenne suo amico e per primo iniziò a chiamarlo Bogie . Entrambi sapevano che il coraggio è qualcosa che si conquista ogni giorno.

Non devi parlare così, finirai nei guai, gli dicevano gli altri amici quando attaccava i produttori affinché gli assegnassero buoni film. Ma a lui era concesso. Sfido io, era Bogart.

A Hollywood sarebbe stato proclamato il più grande attore di ogni epoca dall’American Film Institute. Dopo di lui veniva Katherine Hepburn, in una seconda posizione che non ci trova tutti concordi. Bogart ognuno lo vede a modo suo, per questo la sua leggenda sfida il tempo.

Perlomeno le discussioni con la produzione non vertevano sui soldi, mi dissi quando appresi tutto ciò che si celava dietro il mito. Esigeva dei buoni copioni, dei soldi in effetti gli fregava poco.

Recitare invece gli piaceva tanto, la sua carriera era iniziata a teatro, prima di essere in grado di interpretare il suo primo film, uscito in Italia con un titolo idiota, Il gallo della Checca (A devil with women, 1930). Di lì al cinema commerciale il passo fu breve: sopratutto storie di gangster, a cui la Warner lo legò con un contratto che prevedeva 28 film.

Grazie a Leslie Howard, nel 1935 recita ne La foresta pietrificata, in un ruolo che aveva già interpretato a teatro. Gli è così grato che alla seconda figlia avrebbe dato il nome dell’attore.

Solo nel 1937 ottiene un ruolo da protagonista ne Le cinque schiave, con Bette Davis, attrice di cui avrebbe sempre parlato bene (“Piena di talento e dal carattere forte, anche se fisicamente non è il mio tipo”). Dal 1940 il suo cliché verte sempre sul cattivo e gira assieme a E.G. Robinson Il vendicatore, mentre nella vita beve tantissimo e litiga con la terza moglie Mayo.

Poco, a poco fa breccia nel cuore del pubblico che inizia ad apprezzarlo, scoprendolo un duro dal cuore tenero. I colleghi ne stimano la professionalità e i cineasti lo giudicano un rompiscatole, sempre pronto a discutere questa o quella parte, una battuta o una scena. Ma è un nome che fa cassetta e, a quel tempo, i volti vissuti erano apprezzatissimi.

Il mistero del falco, il primo film di John Huston e Una pallottola per Roy di cui lo stesso regista fu sceneggiatore, indicarono chi fosse per Bogart l’autore ideale.

Quella cicatrice sopra la bocca, un vecchio incidente che gli aveva provocato una lieve paralisi del labbro, rese umbratile l’eloquio di Sam Spade, ma divenne indimenticabile quando si mosse in un sussurro bleso: Here’s looking at you, kid

 Che nella versione italiana divenne: Buona fortuna, bambina.

Accadde nel 1942 in Casablanca, il miglior brutto film che sia mai stato fatto. Una storia curiosa, quella, perché tutto era stato un po’ improvvisato.

Julius Epstein, che col fratello Philip scrisse la sceneggiatura, confidò molti anni più tardi a Stephen, il figlio di Bogart: “Casablanca era solo uno dei tanti film sfornati a ritmo serrato dagli studi cinematografici, una storia trita e sentimentale e tuo padre ha fatto film di gran lunga migliori. Ma non si sa come sia scattata la magia e questo sia diventato un classico, un film di culto”.

 Di fronte ad una dichiarazione del genere, al suo posto, io me ne sarei rimasta impalata per cinque minuti. Pochi si possono dire indenni dal fascino di quel film.

Play it again Sam.

Battute divenute meme di una generazione, almeno da quando Woody Allen ci insegnò a vivere miti mutuati dai media. E prima di lui Jean Luc Godard che con Fino all’ultimo respiro esplorò  la venerazione che un ladro di Marsiglia aveva per Bogart.

Anche tra i figli dei fiori si cantò di te, in un certo anno del gatto, da una canzone di Al Stewart: On a morning from a Bogart movie…

E subito entrammo nel mood, attraverso quelle volute di fumo che un neologismo definisce bogarting, cioè fumare canne con lunghe tirate alla Bogart.

E anche oggi vorrei dirti Getting even!

Lo scrisse Woody Allen, un libricino di humor yiddish dove parlava di te e il cui titolo è difficile da tradurre in italiano e suona come prenditi la rivincita, vendicati dei tuoi limiti…

Pensate a Michael Curtiz, il regista di Casablanca che aveva in mente l’happy ending tra il personaggio di Bogart e la Bergman: dopo aver visionato la scena in cui il protagonista dice a Claude Rains: “Louis, forse oggi noi inauguriamo una bella amicizia”, cambiò idea sul finale.

Imbarazzante scoprire che gli autori stessi avessero ritenuto Casablanca un film mediocre. Non avrebbe guastato potersi fare con loro una chiacchierata, ma visto che non è possibile, mi limito a rifletterci su.

Molte delle cose più belle di Hollywood sono state fatte per soldi e anche se mette tristezza, è così che vanno le cose. Uno dei film più affascinanti della storia del cinema ebbe un copione buttato giù giorno per giorno, sequenza dopo sequenza, senza un’idea generale. Forse non era necessaria, mi dico, con un personaggio come Bogart.

Un po’ come questo articolo…

Non stupisce che fosse divenuto un sex symbol, con quell’espressione che definirono di lì in avanti faccia da Bogart, imitata da tanti, sprizzante un fascino coinvolgente, accompagnata da quella camminata tutta speciale con cui entrava in scena. Senza neanche essere un grande attore, la dominava…

D’improvviso si china e ti prende il viso tra le mani (un po’ tremanti, perché era timido) e ti bacia. Capisci ora perché non fu spavaldo con Lauren Bacall?

Fece lo stesso con me un noto regista e attore che incontrai da ragazza (ometto il nome perché non vorrei procurargli dei guai). L’avevo raggiunto in camerino per congratularmi e, dopo qualche convenevole da parte mia e un paio di complimenti divertenti da parte sua, tirò fuori dalla tasca un pezzetto di carta dei fiammiferi Minerva su cui scrisse il suo numero. In un diario conservo ancora quel cartoncino, ma non gli telefonai. Molti anni più tardi seppi che aveva voluto comportarsi come Humphrey con Lauren.

Con la Bergman, Bogie si intese tantissimo, era percepibile una tensione vibrante, molti si chiesero se non fossero amanti, data la sua fama di sciupafemmine, ma non fu così, la realtà è che i ruoli meno esaltanti furono quelli in cui interpretò il play boy. Intanto era diventato l’attore più pagato di Hollywood e venne il momento di girare Acque del sud con Lauren Bacall, mentre rabbia, gelosia subita e frustrazioni avvelenavano la sua vita privata. Il vero problema era il bere, una dipendenza costante per Bogart (e che portò Mayo, la terza moglie, a morire di etilismo).

Newyorkese di nascita, di famiglia benestante e con una madre suffragetta, l’attore aveva un rapporto complice con le donne. Un giorno Bogie raccontò al Daily mirror quello che provava per certe colleghe: La Hepburn sembra uno scheletro avvolto di nailon, non è né bellissima, né giovane, ma ha fascino da vendere, un sex appeal che ti lancia una sfida e che molti uomini non sono in grado di raccogliere. La Davis poi ha un carattere fortissimo, se non sei forte anche tu sulla scena, ti stende… e le colleghe se le mangia in un boccone…

 Un’altra grandissima, molto professionale, era per lui Stanwyck, la Barbara di cui anche Frank Capra era innamorato; quanto alla quarta signora Bogart, non la metteva tra le star citate solo perché era sua moglie: Zigomi alti, occhi verdi con tutto il fascino della Mitteleuropa, è intelligente, piace a uomini e donne e farà strada, annunciava.

Howard Hawks li aveva presentati sul set de Il giuramento dei forzati. Le cronache riportano che era stata un’idea della moglie del regista contattare quella modella di Vogue, ma Stephen Bogart osserva che Hawks ne fosse un po’ invaghito. Aveva acquisito i diritti di un soggetto del suo amico Ernest Hemingway,  Avere e non avere , e le annunciò che avrebbe scritturato Bogie. Così li presentò, ma Lauren fece notare a Hawks quanto il divo fosse basso di statura.

Quando iniziarono a girare il nuovo film, Humphrey fece di tutto per mettere a suo agio la giovane, che allora era timida e impacciata. Ricordate la scena di Acque del sud in cui chiede se sa fischiare? La provò tante volte con un famoso attore, prima del ciak finale con Bogart ed era imbarazzata perché ogni volta doveva baciare il partner sulla scena. Per tranquillizzarla Bogie le sussurrò: ho visto il tuo provino, insieme ci divertiremo.

Per tre settimane tutto fu platonico, poi d’un tratto lui la baciò in camerino e poi si tolse di tasca la bustina dei fiammiferi per appuntare il suo numero, da allora l’amore deflagrò come un fuoco inarrestabile. Hawks ne fu geloso: Si prenderà gioco di te, stai buttando una carriera, le disse.

Forse un po’ ebbe ragione.

Divorziare da Mayo non fu facile, sposare quella fanciulla di tanti anni più giovane non rese tranquillo Bogart, l’idea di un figlio in arrivo lo gettò quasi nel panico. Persino Harry Truman si interessò di quella gravidanza e fece una scommessa sul sesso del nascituro (l’attore avrebbe voluto una bimba). Quando nacque un maschio Bogie pagò subito il pegno al presidente e quello, compiaciuto, inviò un assegno per il neonato. Questo aneddoto farebbe pensare a Bogart come ad un animale da jet set, ma non fu così. Col suo carattere caustico non risparmiava nessuno. Una volta incontrò Steinbeck e gli disse “Il mio amico Hemingway mi ha confidato che lei non è poi un così grande scrittore”

Con i suoi lazzi prendeva di mira anche la moglie, che una volta, per ripicca, gli fece uno scherzo assieme a Richard Burton, facendo trovare quest’ultimo col pigiama migliore di Bogie sdraiato in salotto, accanto a Lauren. Humphrey non si scompose e rovinò loro il divertimento.

Diceva di essere stato allevato senza smancerie e lo stesso faceva coi suoi figli. Una volta condusse con sé il figlioletto di sette anni a mangiare da Romanoff’s, un noto ristorante dove era di casa. Poco dopo iniziarono a presentarsi al tavolo diversi artisti che si intrattennero in chiacchiere (Judy Garland, David Niven, Spencer Tracy...) e il bimbo iniziò a scalciare annoiato e a battere la forchetta sul bicchiere; il padre lo riprese ripetutamente, poi lo riaccompagnò a casa e, rivolto a Lauren che prendeva il sole in piscina, indicò il bimbo: Baby (la chiamava sempre così) mai più”.

Ma a Mapleton Drive, la villa di Los Angeles dove si erano trasferiti, i bambini erano felici e giocavano con una ragazzina di nome Liza Minnelli, prendevano lezioni di piano da Tina Sinatra e la vita scorreva placida. Lì vicino vivevano anche Lana Turner e Bing Crosby che divennero intimi della coppia. Bogie non era di tante parole, non rideva mai delle sue battute, esordiva sempre con la sigaretta in bocca e un bicchiere di scotch in mano e, se feriva, non lo faceva mai per viltà, piuttosto per mettere alla prova la gente. Un modo di fare che gli procurò un sacco di problemi.

Nonostante non si trovasse bene nell’ambiente hollywoodiano, si unì ad un gruppo  di celebrità che avevano formato un circolo goliardico, detto Rat Pack (letteralmente branco di sorci). Ne facevano parte diversi mostri sacri, che si davano alla pazza gioia, bevendo, ballando, cantando e gozzovigliando per nottate intere.

Frank Sinatra ne era il presidente, Judy Garland vice, Lauren padrona di tana, Humphrey portavoce etc. Per farne parte occorreva essere anticonformisti, fare le ore piccole ed amare l’indipendenza: per questo il quieto Spencer Tracy ne fu solo socio onorario.

Sul set Bogie era un’altra cosa. Preciso e puntuale in modo maniacale, non beveva mai, ma era la bestia nera dei produttori: i suoi litigi con Jack Warner, uno dei 4 fratelli proprietari dell’omonima compagnia, divennero parte del folclore di Hollywood. Provenendo dal teatro, considerava la recitazione una cosa seria che richiedeva il massimo della concentrazione. E i bei film che iniziarono a proporgli, lo indussero a cimentarsi con sempre maggior impegno.

Ognuno di questi meriterebbe di essere ricordato a parte, ma visto che fiumi d’inchiostro sono stati versati sui tanti noir che girò tra gli anni 40 e 50 del secolo scorso e sugli altri film, ci concentreremo solo sulle impressioni di Bogie.

Era stato militare in Marina e la sua grande passione erano le barche: per  L’ammutinamento del Caine passò alla Columbia Pictures, nonostante il cachet risibile offerto da Harry Cohn, presidente di quella compagnia e noto aguzzino. Il copione gli era piaciuto, voleva quella parte e non era un tipo venale.

Fu straordinario in molti film, come ne Il tesoro della Sierra madre, il quarto col suo grande amico John Huston, e poi, sempre con lui, ottenne il meritatissimo premio per La Regina d’Africa, a fianco della Hepburn cui dedicò l’Oscar: … il partner con cui recitiamo è essenziale per farci rendere al meglio, spiegò alla cerimonia…

Dietro ognuno di questi film c’è un racconto di vita, impronte di un cammino che può essere stato sofferto e impegnato, leggero e spensierato, ma mai inconsapevole. La scelta di un’inquadratura o un’angolazione, un modo di recitare, racchiudono decine di segreti del backstage, tutto un mondo del quale troppo spesso la recensione di un film non può tener conto. Bogie parla poco, altro dobbiamo intuirlo, come dall’interpretazione di Sabrina, tre anni prima di quel fatale gennaio 1957. Era evidente che i partner non gli andassero a genio: Audrey Hepburn perché, a suo dire, troppo diva e poco professionale e William Holden che considerava superficiale. Allora si rese odioso fino a fare imbestialire il regista Billy Wilder.

Dopo il suo corpo prese a sgretolarsi come l’argilla del titolo del suo ultimo film. Faceva un freddo cane in quel mese di dicembre e poi giunse gennaio.

Nella mia fantasia volli immaginarti nella tua New York un’ultima volta. Le valige dei ricordi erano pesanti da trasportare in mezzo alla neve e le abbandonasti. Certo che indossare un cappello borsalino da detective vecchio stampo e un impermeabile dal bavero alzato, non ti riparava dal freddo, vecchio mio, e il fumo della sigaretta che ti pendeva dalle labbra non avrebbe potuto scaldarti il cuore, nel lasciare la famiglia e tutto quello che amavi.

Abbiamo tifato per la cavalleria, non per gli indiani, ma sempre massacri ci sono, hai detto. Poi ti sei allontanato senza guardarti indietro.

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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