Uno spazio accanto al tempo – Conversazione con Fosco Valentini

Con questa mostra Fosco Valentini disegna la mappa di una nuova geografia integrata, quella tra la terra e il cielo, tra la realtà della pittura e la sua fantasmagorica illusione.
(Giovanna dalla Chiesa)

La Galleria Alessandra Bonomo presenta nella sua sede romana la nuova mostra di Fosco Valentini e per l’occasione abbiamo incontrato l’artista.  Le sue opere in mostra sono molteplici: quelle lenticolari, due quadri di paesaggi sonori dedicati a Roma e a Milano, le fotografie stile Tableau vivant ispirate ai Maestri della pittura, due video, un libro dedicato a Baruch Spinoza, e una ventola olografica 3D che proietta un video sul viaggio cosmico di Keplero.

Chiediamo:

H. : Dopo tanto tempo dagli Anni Ottanta, sei di nuovo alla galleria Alessandra Bonomo. Che storia hai con questa galleria?

Ho fatto la mia prima mostra con Alessandra Bonomo che aveva appena aperto una galleria nell’ ex studio di Alighiero Boetti. Aveva raggruppato cinque giovani artisti appena usciti dall’Accademia di Belle Arti e dalle scuole d’arte: Tristano di Robilant, Alessandro Twombly, Alberto di Fabio, me e Bobo Marescalchi che purtroppo ci ha lasciato due anni fa. Poi ho sposato una ticinese e ho lasciato Roma, ma non ho mai perduto i contatti con Alessandra Bonomo e neanche con Boetti. Vivendo in Svizzera ho esposto nel contesto svizzero in quegli anni difficili e duri per l’arte dove il sogno romantico del ’68 si era interrotto. Nell’ ‘88-‘89 ho conosciuto gli artisti svizzeri dell’epoca, tra cui Ugo Rondinone e Pippilotti Rist. La tendenza per i giovani artisti di allora era abbastanza auto distruttiva, e noi che siamo ancora qui ci sentiamo quasi dei sopravvissuti alla nostra generazione.

Il passaggio epocale era quello dalla fine della storia verso un capitalismo inteso come massima espressione di benessere. Quindi, l’illusione capitalistica riemergente di quegli anni, portava gli artisti a fare tutto, tutte le follie. Il momento apice del benessere dell’umanità. Era l’illusione, perlomeno per la società occidentale, il momento di un centralismo occidentale che ha creato una grande confusione nei giovani di quelli anni.

I grafici di Fleyman Spazio-Tempo

Il titolo della mostra, Uno spazio accanto al tempo, come l’hai scelto e come descrivi questo spazio?

E’ una mia idea da sempre. In effetti, alcuni visitatori chiedevano se è una mostra collettiva o personale, perché gli oggetti sono molteplici. Io non ho mai fatto lavori di creazione artistica per acquisire uno stile adatto al mercato. A me interessa comunicare i momenti particolari, anche eccezionali dell’esistenza di tutti, non solo dell’artista. Quando riesco a comunicare questi momenti, in cui lo spazio è fuori dal tempo, in cui ci siano delle visioni indipendentemente dalla resistenza della psiche che ci frena sempre – la parte intellettuale c’impedisce le visioni in libertà – m’interessa andare fuori dal tempo e magari incontrare Dante Alighieri e parlarci. E’ possibile!

Il corpo ha delle possibilità fenomenali, io a volte tento questi viaggi. In questo caso ho voluto fare una mostra per comunicare questi viaggi. La memoria è la via di accesso al “non tempo” che consiste nel tempo dell’arte, è la radice della visione. La visione esiste nello spazio fuori dal tempo.

La tua relazione con la curatrice della tua mostra come è stata?

Con Giovanna dalla Chiesa c’è comunicazione su molti piani. Ha curato la mia mostra antologica dell’inverno-primavera scorsa al Mattatoio e il volume con i testi di Spinoza corredato dai miei disegni.  In questa occasione Alessandra ha scelto le opere e allestito con me la mostra e Giovanna ha scritto il testo che la presenta. Per me l’oggetto non è importante, cioè l’oggetto in sé non è importante. M’interessa più la comunicazione che l’oggetto. L’oggetto può essere fatto con mille tecniche, quelle antiche o quelle della tecnologia, qualsiasi cosa, ma l’importante è ciò che comunica, perché l’oggetto in sé può diventare arredamento.

Una curiosità! Hai mai pensato di curare una mostra insieme ad altri artisti?

Eh, sì. Mi ricordo che Alighiero Boetti mi diceva sempre che per scrivere di una mostra la persona migliore è un altro artista. Che era la tesi di Baudelaire: “chi meglio di un artista può descrivere/raccontare il lavoro di un altro artista?” Io in questo momento penso invece che c’è la possibilità, dove tutti possono incontrarsi al di là delle capacità intellettuali. Con il cuore. Con il cuore, con un abbraccio, la cosa importante è questo. Perché fuori dal tempo non succede niente. La cosa che io volevo raccontare anche con questa mostra è che fuori dal tempo non succede niente. Però è quell’attimo che senti, che è un attimo eterno, l’attimo dell’eternità. Per questo sono andato fuori dal tempo raccontando questi personaggi, che ho trovato anche tra la gente, in osterie o bar, che somigliavano a personaggi di Velázquez o di Vermeer. Quindi, incontrare i personaggi dell’eternità nei visi di oggi mi sembra qualcosa che poteva aiutare a comunicare il viaggio fuori dal tempo.

Perché hai quindi scelto quadri di Velázquez o di Vermeer, che sono poi più o meno dello stesso periodo di Spinoza ?

Questo è un aspetto interessante, un altro passaggio ancora all’interno di questa mostra. Spinoza, dopo le sue vicissitudini drammatiche, per sopravvivere è diventato  tornitore di lenti. Produceva lenti negli anni in cui Velázquez, Vermeer e anche Caravaggio dipingevano attraverso la camera oscura, secondo la tesi, ampiamente documentata, del libro di David Hockney [David Hockney, Secret Knowledge. Rediscovering the Lost Techniques of the Old Masters /Conoscenza segreta. Riscoprire le tecniche perdute degli antichi maestri, New York, 2006]. Quindi, lo studio dei vecchi maestri diventava la camera oscura. Tramite lenti, che magarì Spinoza produceva per qualche artista olandese, e attraverso uno specchio, lo scenario veniva proiettato a rovescio sulla tela. E loro andavano col colore direttamente sulla proiezione, quindi ci sono poche tracce del disegno, ma c’è invece la traccia del mercurio e delle lucciole schiacciate che permettevano di fissare per poco tempo l’immagine rispecchiata sulla tela. Così, in pochi minuti, il pittore faceva una faccia, un’espressione, e tutte quelle sensazioni impossibili da disegnare, perché è impossibile disegnare una bocca che ride insieme agli occhi, come fa Caravaggio. Sono praticamente le fotografie prima che inventassero gli acidi fotografici.

Ora capisco meglio perché l’oggetto nel tuo lavoro risulta meno importante della  memoria eterna insita nei gesti della storia dell’arte.

In effetti io li chiamo “lo stesso gesto in un altro spazio-tempo”, quindi, lì troviamo lo spazio-tempo di Einstein-Rosen (1), che è presente  nell’idea dei lenticolari, il volume-luce. L’idea di entropia-sintropia. Diciamo un circuito, dove non c’è la vita e non c’è la morte. Dove non è possibile scollegare le entropie dalle sintropie. Quindi lì c’è un altra eternità, c’è un altro non tempo. Lo troviamo in fisica quantistica dove si è arrivati ai fotoni che si comportano a volte da materia a volte da energia in un non-punto continuum. Quindi la materia si disintegra e torna ad essere l’energia, quell’eternità che c’è nella microbiologia… siamo noi.

Nonostante la molteplicità delle tecniche e dei linguaggi nel tuo lavoro, il disegno sembra essere il mezzo prediletto. In qualche modo, tramite il disegno, racconti il fluire del pensiero filosofico, non credi?

Sì sì, il disegno c’è sempre. Per esempio, nel caso del disegno di Spinoza, io non volevo cercare di affannarmi a descrivere un momento della vita del filosofo o dei trattati di Spinoza che dovevo rappresentare. M’interessava, invece, far entrare una sorta di aria e trovare il momento dove far sgorgare il simbolismo del disegno, in maniera quasi automatica come nei disegni automatici dei surrealisti. Appunto, non un racconto lineare, ma un racconto simbolico che poteva sorprendermi. In conseguenza alla sorpresa, continuavo a disegnare ininterrottamente. Per me è anche uno stato meditativo, il disegno è una vera preghiera. Parte da niente e va avanti. Per un’opera ho composto 2000 disegni anamorfici a matita. Ho utilizzato cilindri a specchio per provare la distorsione dell’immagine. Copiavo l’immagine che riflettevano i cilindri e passavo lì cinque o dieci ore senza accorgermi del tempo. Quella era una preghiera.

Per Spinoza, ognuno può e deve interpretare come vuole sia la divinità sia la realtà. Pertanto, nel video ho messo insieme una serie di disegni simbolici e una figura vuota, una sagoma che può essere chiunque, che mette in ordine. Ognuno, in libertà, con la sua capacità di intendere può interpretare il racconto disegnato.

Negli Anni Ottanta hai fatto opere dal titolo: Diritto all’ozio (1986), modificando le immagini esistenti pubblicitarie. Così sostenevi la cosiddetta teoria della non scelta. Ora proponi allo spettatore la multipla scelta: come spieghi questo passaggio?

Insisto sull’aspetto del disegno automatico e anche dell’automatismo della scelta. Perché esiste un vero io, per raggiungere l’io in arte che c’è, bisogna abbandonare tutti gli io che ci siamo attribuiti o che altri hanno attribuito al nostro io. Se non ci liberiamo e non raggiungiamo l’io vero che è luminoso, rispetto a tutti noi, l’arte non la raggiungiamo mai. Ma forse possiamo raggiungerla. E per questo bisogna comunicare che tutti possiamo veramente essere artisti. Come diceva una volta Bueys. L’arte è una grande possibilità per l’umanità. Io ho sempre pensato che la vera rivoluzione non la faceva la politica, le lotte di classe o cose simili. Che la vera rivoluziona la faceva l’arte in un mondo cibernetico.

NOTA

1) “Il ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole (in italiano letteralmente “buco di verme”), è un’ipotetica caratteristica topologica dello spazio-tempo, essenzialmente una “scorciatoia” da un punto dell’universo a un altro, che permetterebbe di viaggiare tra di essi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale.” (fonte Wikipedia)

Info mostra

  • Fosco Valentini | Uno spazio accanto al tempo
  • A cura di Giovanna dalla Chiesa
  • Galleria Alessandra Bonomo
  • Via del Gesù, 62, 00186 Roma

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Helia Hamedani

Helia Hamedani

Helia Hamedani è storica dell’arte e curatrice indipendente, vive e lavora tra Italia e Iran. È laureata in Disegno Industriale in Iran e in Italia con laurea triennale e specialistica in storia dell'arte contemporanea all’Università della Sapienza di Roma. Oggi è impegnata nella ricerca per il dottorato allo stesso ateneo sulla storia dell'arte iraniana degli ultimi 60 anni. Helia Hamedani scrive per riviste d’arte in Italia ed in Iran. Come curatrice indipendente è da sempre particolarmente attenta all’interculturalità che manifesta curando la mostra Artisti Nomadi in Città d’Arte, nel 2013 presso il Factory al museo Macro di Testaccio, nella rassegna sul concetto di “casa” presso la galleria Nube di OOrt di Roma con tre appuntamenti annuali dal 2014 al 2017, nonché al MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz nel 2014 e al Daarbast Platform di Teheran nel 2017. Ha partecipato al primo progetto di mediazione in chiave interculturale del museo MAXXI dedicato alla mostra Unedited History nel 2014 e nel 2018 al laboratorio formativo e di progettazione partecipata sul tema del dialogo interculturale, progetto Artclicks, organizzato dal museo MAXXI e da ECCOM. È stata la curatrice della prima residenza di BridgeArt, e dal 2017 è nella commisione di giuria della residenza. Nel 2018 in collaborazione con Bridge Art ha co-curato il progetto “Bordercrossing” presente agli eventi collaterali della Biennale Manifesta12 a Palermo. Oggi partecipa alla co-curatela del progetto “Guardo in alto. Atelier di pratiche interculturali”, che nasce come progetto interculturale, e ora si è sviluppato diventando un progetto di inclusione e formazione nelle scuole italiane.

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