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Arte oltre la guerra. Common Ground Festival. Appunti su un’estetica della testimonianza

di Helia Hamedani

Tra le colline morbide dell’Italia centrale, dove il tempo sembra rallentare e il paesaggio invita all’incontro, il borgo di Penna in Teverina (Terni) ha accolto il festival Common Ground. Una piccola utopia temporanea; per tre giorni dove teste, mani e cuori provenienti da luoghi diversi si sono ritrovati attorno al questa domanda: come possiamo immaginare il domani insieme?

immagine per Penna in Teverina ©Julius Wenzel
Penna in Teverina ©Julius Wenzel

Il Festival è stato curato dall’italo-tedesca Valentina Aversano insieme alla sua fattoria biologica pennese Via Verde Umbria. Tra sentieri percorsi a passo lento, conversazioni inattese, pratiche artistiche, musica e momenti di apprendimento condiviso, ha costruito uno spazio in cui le differenze non separavano, ma diventavano materia fertile per generare nuove visioni.

immagine per La curatrice del festival e media partner Italia che cambia
La curatrice del festival e media partner Italia che cambia

Un invito a coltivare il terreno comune che esiste tra le persone e da cui possono nascere comunità più consapevoli, creative e solidali.

Il primo giorno del festival la mostra Arte Oltre la Guerra con le opere e video dell’artista iraniana Parastoo Pakzad, è stata inaugurata presso l’attuale sede della Società Lunare. La Società Lunare [1], ideata e diretta da Andrea Fogli, nasce a Roma nel 1993 negli spazi dietro Campo de’ Fiori.

Fin dall’inizio si afferma come un luogo di incontro tra artisti, poeti, scrittori, filosofi e critici d’arte di diverse generazioni, dando vita a mostre, letture, dibattiti, pubblicazioni e progetti editoriali.

Nel tempo ha tessuto una costellazione di relazioni e pratiche culturali indipendenti, riaffiorando ciclicamente in forme nuove.

Oggi la Società Lunare continua il proprio percorso a Penna in Teverina, dove mantiene viva una ricerca fondata sul dialogo, sulla condivisione dei saperi e sull’incontro tra discipline e linguaggi differenti.

La mostra di Parastoo Pakzad era dedicata ai bambini assassinati nel bombardamento della loro scuola a Minab, nel sud dell’Iran. Gli Stati Uniti e il loro partner criminale, Israele, il 28 febbraio 2026 hanno iniziato una guerra illegale contro l’Iran.

Nel primo giorno della guerra hanno assassinato il leader supremo di uno Stato sovrano e, nello stesso tempo, bombardato una scuola elementare in una delle zone più povere del sud del Paese.

Hanno colpito quella scuola tre volte, uccidendo 168 bambine e bambini, alcune insegnanti, alcuni genitori, l’autista del servizio scolastico e un tecnico della farmacia vicina, intervenuto per prestare soccorso.

Per settimane Trump e Netanyahu hanno negato ogni responsabilità e, con il loro consueto vizio di confondere le informazioni, hanno persino insinuato che fosse stato l’Iran stesso a colpire la scuola, perché, nella loro narrazione, i terroristi sono sempre gli altri.

«L’arte è l’unica cosa che resiste alla morte», scriveva André Malraux. È questa la sensazione che attraversa i ritratti di Parastoo Pakzad che ogni giorno ha ritratto una/uno delle bambine e bambini.

Giorno dopo giorno ha meditato sui loro volti, cercando i loro nomi, le loro storie e quella vita che è stata così crudelmente negata.

Per dipingerli ha attraversato il dolore dei loro familiari, ascoltandone le testimonianze e raccogliendone le tracce: un padre che diceva: «Il mio tesoro stringeva in mano la sua scatola di matite colorate»; uno zaino rosa appartenuto a una bambina; una madre che era andata sull’isola vicina per comprare al figlio un vestito nuovo per la festa di Nowruz[2] e che quel vestito lui non l’avrebbe mai indossato.

Un padre lontano per lavoro che ripeteva: «Papà è tornato e tu non ci sei». Una madre che raccontava un sogno: «Correvo in un deserto pieno di alberi secchi». E un’altra che diceva: « Gli occhi di mio figlio erano come la pioggia».

Come scrive Andrea Fogli:

«Il gesto artistico dell’artista iraniana si pone non scontatamente “contro” la guerra o “contro” qualcuno o qualcosa che si manifesta come male, ma “oltre”, sfuggendo così al ricatto e al circolo vizioso che il male instaura».

Questo lavoro è una testimonianza poetica, ma soprattutto politica. Nel dare forma a queste vite spezzate e a questi volti, il disegno è diventato un rito, una cura, una forma di salvezza attraverso l’amore: un modo per non perdere la ragione nel dolore.

Ogni giorno, lavorando sui chiaroscuri di un volto, su un sorriso, sugli occhi, su una posa, sui vestiti, l’artista restituiva qualcosa della dignità che era stata strappata a questi piccoli angeli.

Sì, l’arte, nel suo testimoniare, pur nella consapevolezza dell’immediata inutilità pratica di un gesto come questo e pur non avendo gli strumenti per fermare le bombe, continua ad affermare che la cura dedicata a ogni volto e a ogni vita spezzata è il nostro contributo possibile all’emancipazione, all’amore e alla pace.

A partire dai ritratti dei bambini, realizzati dapprima come disegni digitali e successivamente anche a matita, l’artista ha creato un video ispirato alla fiaba del folclore persiano di Nane Sarma (La Nonna del Gelo) e Amu Nowruz (Lo Zio Nowruz), che racconta il passaggio dall’inverno alla primavera.

Per i bambini di Minab questa storia assume un significato doloroso. Furono uccisi il 28 febbraio, alla vigilia della primavera. Nei racconti dei genitori ricorrono i vestiti nuovi comprati per Nowruz e mai indossati, le feste che non si sono mai celebrate, i giorni felici che non sono mai arrivati. La loro primavera è rimasta sospesa.

Nel video, però, l’artista immagina un finale diverso. Uno dopo l’altro, i bambini salgono sui tappeti volanti delle fiabe persiane e si allontanano verso un cielo stellato.

Ad accompagnarli c’è una ninna nanna in farsi e, a ogni ritornello, viene pronunciato il nome di uno di loro: «Ninna nanna, tesoro mio, è l’ora del sonno. Ninna, Gisoo; ninna, Arash; ninna, Makan; ninna, Reyhaneh. Dormi, amore mio, Sobhan. È l’ora del sonno. Domani arriverà. Domani arriverà».

Quel domani che la guerra ha negato ai bambini di Minab, il video prova a restituirlo attraverso la memoria. Non come consolazione, ma come un gesto d’amore e di resistenza contro l’oblio. Perché ogni volta che il nome di uno di quei bambini viene pronunciato, è una vita che continua a risuonare nella memoria. «L’uomo il cui nome è detto resta in vita», scriveva Gianni Rodari.

Così la sottoscritta, insieme ad Andrea Fogli, ha presentato l’idea di Arte oltre la guerra e ha letto le poesie di poeti e poetesse dall’Iran e dalla Palestina; insieme all’artista e a Tommaso Fogli abbiamo anche recitato a quattro voci la testimonianza dell’attivista libanese Rima Al-Azar sui crimini di Israele in Libano.

Successivamente, La bandiera bianca è stata presentata sul Belvedere del paese, mentre Geppino leggeva una sua poesia e Shorena cantava Bandiera bianca di Franco Battiato. Questa bandiera bianca non è stata un semplice gesto di resa, ma un invito alla partecipazione del pubblico, chiamato a lasciare sui suoi bordi frasi, segni e desideri per una nuova bandiera.

Un gesto d’artista che affonda le proprie radici nella storia dell’arte, evocando i monocromi di Malevič, Manzoni, Castellani, Rauschenberg, fino al Silenzio di Cage, ma trasformando questi riferimenti in qualcosa di nuovo.

Scrive Andrea Fogli:

«Alzare qualsiasi bandiera come rivendicazione contro un’altra (o due-tre altre) è qualcosa comunque turpe, anche se per ‘giusta causa’ o per evento sportivo. Le bandiere di Stato, di parte o di partito dovrebbero smettere di essere sventolate. Tutte, tranne una: la bandiera bianca. La disprezzata. Vista solo come gesto di resa e neanche come una vera bandiera.

Eppure di una sospensione avremmo tutti bisogno, 2 mq di silenzio, ognuno porta il suo e lascia la sua vecchia ciarliera bandiera nell’armadio. Specie se è quella di uno stato che ha il vizio di aggredire o di stati come quelli occidentali che spesso li fiancheggiano con la scusa di “esportare la democrazia”: quando la follia, con la retorica e il fanatismo, è al comando del treno, bisogna scendere dal convoglio per cercare di fermarlo, e magari imbarcarsi su qualche flottila in lotta per la pace».

Ma Common Ground non è stato soltanto arte. Il festival ha intrecciato passeggiate nella natura, laboratori per bambine e bambini, momenti dedicati al cibo, all’agricoltura e ai saperi condivisi.

Tra gli incontri, Pina Vallefuoco (responsabile nazionale del movimento giovanile ecosocialista dell’UGS), ha ricordato come una parte significativa dell’inquinamento globale sia legata alle guerre e alle loro devastazioni.

Come ricorda anche Italia che Cambia[3], media partner del festival, i bombardamenti e le operazioni militari di Israele hanno provocato un disastro ambientale senza precedenti, causando pesanti emissioni di gas serra, inquinamento atmosferico e contaminazione chimica del suolo e delle acque.

A questa logica di distruzione ha contrapposto esempi concreti di comunità energetiche, energie rinnovabili e pratiche capaci di costruire forme di convivenza più sostenibili.

È proprio questo il senso di Common Ground. Attività che possono apparire distanti – una mostra d’arte, un sentiero percorso insieme, un laboratorio per bambine e bambini, un campo coltivato, una riflessione sull’energia – si rivelano invece profondamente intrecciate. Perché ogni guerra, ogni gesto di cura, ogni seme piantato riguarda la stessa terra che abitiamo.

E quel terreno comune non è un luogo già dato, ma qualcosa che può esistere soltanto se continuiamo a coltivarlo, insieme, ovunque ci troviamo.

Note

1.  https://www.lasocietalunare.it/about_la_societa_lunare/

2.  Il Nowruz (scritto anche Nawruz, Norouz o Newroz) è il capodanno persiano. Considerato una delle feste più antiche del mondo, coincide astronomicamente con l’equinozio di primavera (solitamente il 21 marzo) e celebra la rinascita della natura e la vittoria della luce sull’oscurità.

3.  https://www.italiachecambia.org/

immagine per Helia Hamedani
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Helia Hamedani è storica dell’arte, educatrice e curatrice indipendente. Vive e lavora tra l’Italia e l’Iran. Dopo una laurea in Disegno Industriale in Iran, ha proseguito gli studi presso l’Università La Sapienza di Roma, dove ha conseguito la laurea triennale, la magistrale e il dottorato di ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea.
Collabora con diverse riviste d’arte visiva, scrivendo in italiano, inglese e farsi, e affronta frequentemente temi legati al dialogo interculturale. Dal 2022 tiene corsi online di storia dell’arte per studenti iraniani, mentre in Italia continua a curare mostre personali e collettive, spesso incentrate su tematiche sociali.

Una risposta

  1. Tutto bellissimo.
    La mia generazione ha vissuto momenti di grande passione politica e queste cose ci ridanno la speranza di un mondo migliore.
    Dovremmo tradurre il nostro sentire, in impegno e attenzione costante a quello che avviene interno a noi, nonostante noi.
    Non è facile ma avete dimostrato che è possibile.
    Grazie

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