La galleria La Nube di Oort festeggia i suoi vent’anni di attività (2005–2025) con la collettiva, in corso fino al 25 giugno, “… così fiorirà”, che riunisce 47 opere di coloro che nel tempo hanno collaborato con la galleria e che hanno risposto all’invito del gallerista con lavori dedicati ai fiori, alla natura o semplicemente portatori di un messaggio di buon auspicio.
Conosco questo spazio ormai da molti anni. È uno spazio speciale, nato dalla visione curiosa di Cristian Stănescu, scienziato, ricercatore in fisica e docente. Insieme alla sua compagna Ada, anche lei scienziata e ricercatrice, ha dato vita a un luogo aperto, dove artisti, scrittori e musicisti — molti internazionali — hanno trovato accoglienza e libertà espressiva.
Anche per me è stato un luogo importante: tra il 2014 e il 2016 alla Nube ho curato tre mostre collettive sul tema della casa. Allora vivevo l’idea di casa come qualcosa di nostalgico e romantico. Ma è da lì che è cominciato un percorso che continua ancora oggi, con la consapevolezza che la questione della casa — nell’epoca delle migrazioni, delle crisi culturali, politiche e sociali, di fronte a genocidi, femminicidi, occupazioni delle terre e distruzione ambientale — resta una profonda ferita e un problema urgente.
In occasione della mostra collettiva …Così fiorirà, organizzata per l’anniversario della galleria, ho incontrato Cristian per una conversazione informale. Avevo preparato delle domande, ma la sua mente — ironica, rapida e capace di muoversi tra piani diversi — ha intrecciato riflessioni e racconti in modo così denso che spesso finiva per anticipare le mie curiosità.
Così ho preferito non interromperne il flusso, lasciando che le sue risposte, spesso lunghe e articolate, guidassero da sole il percorso della conversazione.
Helia Hamedani: Vorrei cominciare dalla storia della galleria: com’è nata e cosa ti ha spinto, in quanto scienziato, ad aprire uno spazio dedicato all’arte contemporanea? Una scelta che non sembra nascere da una logica di mercato, ma piuttosto da una visione alternativa. Puoi raccontarcela?
Cristian Stănescu: Tutti i meccanismi hanno i loro pro e i contro. Uno che mi fa tanto sorridere è la storia di Gesualdo da Venosa[1], un nobile, un compositore originalissimo di madrigali del Seicento. Con il madrigale si apre in Italia, soprattutto per il merito di Monteverdi, un orizzonte completamente nuovo. Gesualdo, che non doveva sottostare a vincoli di sorta per via delle sue origini nobili, scriveva musica sfruttando dissonanze mai usate prima, come se fosse nel ventesimo secolo. Tant’è che Stravinsky volle visitare per omaggiarlo il suo castello a Venosa. Era fuori dal suo tempo, era geniale e scrisse, senza i vincoli del gusto dell’epoca e dei committenti, una musica che anticipava il XX-imo secolo.
Credo che questo valga sempre quando, in maniera un po’ utopica, si riesce a sottostare a meno vincoli. Questa galleria segue un suo percorso in libertà, con l’unico vincolo un criterio di qualità. Io l’ho costruita così: in modo indipendente, imparando a fare tutto da solo.
Sul perché, ti dico che sono sempre stato un uomo di armonia ed equilibrio tra le parti. E questo spiega la non comune mescolanza, nella mia attività, tra ricerca scientifica sulla fisica delle particelle e il sostegno attivo alle arti umanistiche. Per me, l’armonia non è mai stata né una religione né un’ideologia: è una necessità interiore, naturale. Sono inoltre curioso, non ammetto di non capire una cosa. Non può essere che non la capisco e quindi mi ci metto. È il Narciso che in questo meccanismo spesso risulta dannoso. Narciso è un grande stimolo, ma anche un grande nemico. Io non l’ho avuto come nemico. Ho pensato semplicemente: non è possibile che non capisca.
A un certo punto, tutto questo si è riversato anche nell’interesse per l’arte. Ci sono episodi che porto dentro di me. Sono cresciuto in un paese comunista, dove molte cose non arrivavano. L’arte contemporanea? Neanche a parlarne. Basti dire che i governanti rifiutarono la donazione dell’atelier di Brâncuși con svariate opere (ora a Parigi). Dissero che era “arte borghese”. Volevano persino distruggere la Colonna Infinita che stava nel giardino pubblico di Târgu Jiu! Per fortuna era impegnativo abbatterla, e così si salvò.
Quando si nega qualcosa a qualcuno — come nelle fiabe — la curiosità aumenta. C’è una fiaba rumena bellissima: Giovinezza senza vecchiaia e vita senza morte. Un giovane vive in un castello, giovane per sempre, a patto di non aprire una certa porta. Ovviamente, un giorno la apre e in un attimo invecchia e muore. È così. Se a un popolo, o a una persona affamata di cultura, dici “non puoi”, quella fame di conoscenza diventa imperativa.
Quando venni in Italia nel 1973, non avevo ancora deciso di restare. Molte cose erano nuove, non conoscevo per esempio la psicoanalisi. Quando mi misero davanti un libro di Freud, pensai: “Com’è possibile non poter accedere a questo tipo di informazione nel mio paese?”
Poi ho scoperto il collezionismo, anzi l’ho sempre avuto dentro. Da bambino in Romania collezionavo francobolli. Sembra ridicolo, ma non lo è. Quando non puoi viaggiare, un francobollo ti porta ovunque. Anni dopo, quando ero a Ginevra, al CERN, ho trovato un mercato delle pulci con una grande quantità di stampe europee e ho cominciato a collezionarle: costavano poco, le compravo e poi le restauravo nel tempo libero. Quando hai un oggetto d’arte tra le mani, cominci a guardarlo lentamente, con attenzione, e ogni tratto pian piano ti entra in testa. Ora riconosco al primo sguardo un lavoro di qualità. Anni dopo ho iniziato con le stampe giapponesi, ho imparato allo stesso modo una nuova estetica dopo l’esperienza con le stampe europee.
Ho creato un’Associazione culturale, a cui ho dato il nome La Nube di Oort, pensando alla bellezza delle comete. Gli inizi sono un momento delicato. E ho beneficiato del supporto di alcuni artisti legati al gruppo di Sant’Agata dei Goti[2], come Giuseppe Salvatori e Andrea Fogli, che frequentavo.
Quel loro spirito di gruppo, nato per rimettere al centro dell’azione artistica l’estetica, al posto delle ideologie che imperversavano nel periodo, ha aiutato e condizionato anche me. La cosa interessante di questo gruppo — oltre alla loro arte che amo e ammiro — è che sono un gruppo tutt’ora unito e solidale.
La prima mostra, organizzata assieme a Daniele Pieroni, ha presentato Renée Lavaillante, un’artista del Quebec, con la partecipazione di molti poeti. Sono seguiti altre mostre e interventi: Andrea Fogli, che ha realizzato un’installazione stupenda nella nicchia ad arco della galleria, che diventerà un polo d’attrazione per gli artisti. Un “punto di gravità permanente”, come dice il poeta-cantautore (Stănescu sorride). Dopo Fogli, c’è stato Giuseppe Salvatori che ha presentato il libro Bestie di Federigo Tozzi da lui illustrato. Un libro strano, pieno di dolore. Anche Salvatori ha esposto uno dei suoi grandi lavori nella nicchia: “Adamo”, e assieme a Edoardo Albinati e Paolo Aita, hanno presentato il libro.
È stato un buon inizio, col piede destro. Devo dire che negli anni ho avuto la fortuna di incontrare intellettuali di spessore, con i quali ho avuto un rapporto culturale importante, e loro hanno partecipato alla crescita di questa galleria: parlo di Daniele Pieroni, Paolo Aita, Rosa Pierno, Simonetta Lux e altri.
La tua galleria è sempre stata aperta agli artisti stranieri, anche in un periodo in cui questo non era affatto scontato a Roma. In un primo momento pensavo che questa scelta dipendesse semplicemente dal fatto che anche tu sei straniero, ma con il tempo ho capito che l’interculturalità è parte integrante della tua identità intellettuale. Come interpreti oggi questo approccio?
Infatti, oramai avevo le gambe solide e mi sono sentito, per esempio, di proporre artisti del Québec. Prima Renée Lavaillante, la cui arte reputo tuttora fra le più vicine al mio cuore, per il suo forte tratto concettuale. È un aspetto che io amo molto nell’arte. Anzi, reputo che l’arte italiana sia un passo avanti delle altre perché possiede un contenuto concettuale più forte, e questo da sempre. Secondo me, questa è la forza dell’arte italiana, una concettualità a volte più sottile, a volte più esplosiva come nei futuristi o nell’arte povera.
Ora tu dici: che c’entra il Québec? Un po’ per un loro legame con la città di Roma, ma anche perché ero curioso di vedere artisti che operano in un contesto cosi peculiare. Bassa densità di popolazione, lunghe stagioni di freddo e buio. Si sviluppa una sensibilità particolare.
Secondo me la comprensione delle opere d’arte rimane parziale quando non tieni conto del contesto. Interessante poterli vedere a Roma, che io tutt’ora considero uno, se non il più importante, centro culturale del mondo — anche se magari istituzionalmente non c’è una vera politica di sostegno e valorizzazione che meriterebbero gli artisti di questo paese.
Quindi, ho fatto una serie di mostre con altri artisti del Québec. Rober Racine per esempio ha portato “un’ossessione”; era ossessionato dagli avvoltoi, ne disegnava uno al giorno. Sai, le ossessioni sono una fonte potente per gli artisti. Un’altra artista canadese, Monique Régimbald-Zeiber ha portato un lavoro su La Storia di Elsa Morante. Su come parlare della storia vista dai singoli, con le loro strazianti sofferenze. Quindi, multiculturalità e internazionalità sono venute in modo organico e naturale. E così ho capito quanto è bello poter cogliere anche il contesto in cui nasce l’arte e percepirla come fenomeno collettivo.
Mi disturba molto la possibilità di manipolazione nell’arte, di costruire miti, di occupare spazi pubblici non sempre meritatamente. A volte si arriva davvero a situazioni al limite, basta costruire un pacchetto ben fatto – critica, gallerie, giornali d’arte, musei e spazi pubblici. Basta sfruttare la “necessità” di costruire nomi di richiamo. L’arte come investimento finanziario poi è un vero cancro. Io non pretendo di saper giudicare il bene o il male nell’arte, però le finzioni si vedono, la ricerca del facile consenso rischia di soffocare una visione equilibrata sull’arte contemporanea. Affidarsi al tempo gentiluomo e solo in parte una consolazione.
Io ho potuto mantenere per vent’anni questa galleria senza finanziamenti, con l’aiuto, appunto, di un ambiente culturale circostante, e non posso che ringraziare tutti per il loro contribuito.
Ti ringrazio per la domanda sull’interculturale; per me è stato un aspetto sorprendente, come quello sull’arte nel Québec che ti ho raccontato. Per non parlare della scoperta, grazie a te, dell’arte e cultura iraniana moderna, soprattutto proposte dalle artiste donne. Ho conosciuto un ambiente culturale e umanamente forte. Quante gemme nascoste o poco conosciute!
Come immagini la funzione culturale di questo spazio specialmente in relazione al contesto politico sociale attuale?
Immaginavo che tu mi avresti fatto questo tipo di domanda. Posso anche ammirare l’arte militante, ma sinceramente non credo che sia il cuore dell’arte. Perché, al di là del fatto che certe volte devia tantissimo, considero l’arte una manifestazione dell’intelletto umano, pari alla poesia, alla scienza, all’ingegneria!
È molto difficile che la scienza possa essere ideologizzata — anche se qualcuno lo ha fatto, eh, io mi ricordo (sorride)… mi ricordo cosa ci insegnavano i russi a scuola: praticamente avevano inventato tutto loro. Francamente si cade nel ridicolo, perché con la matematica e la fisica è molto facile dimostrare che stai dicendo fesserie. Con l’arte, invece, è un po’ più facile imbrogliare le carte. C’è intrinsecamente un grado di soggettività maggiore, che a volte può essere utilizzata in modo deviante.
Questo non vuol dire che artisti rivoluzionari come Siqueiros o Rivera non siano grandissimi artisti – l’arte sovietica, all’inizio, è straordinaria. Penso che l’arte sia un cammino di scoperta umana, oltre ad aprire nuovi spazi e inventare nuovi linguaggi. E’ vero che la politica c’è in tutto. Anche nella poesia ci può essere il riflesso della politica: come faceva Anna Achmatova[3] a scrivere senza dolore, senza l’ombra nera dei gulag? A volte bisogna lottare. Ricordo quel grande poeta turco, Nazim Hikmet[4] che per il suo credo comunista praticamente era sempre in carcere. Quindi, dimmi: la tua domanda è se l’arte debba avere un ruolo militante di fatto?
No, non era questo. In realtà, fin dall’inizio del nostro dialogo, nelle tue risposte sento qualcosa di profondamente umano, un pensiero umanista e culturale. Percepisco che il modo in cui porti avanti la tua attività – e che ho potuto osservare nel corso degli anni in cui conosco la galleria – è in sé una forma di progetto culturale. Un’attività che, pur senza fare ideologia, trasmette attenzione, responsabilità… e in questo senso, per me, è anche una forma di militanza culturale.
Per me questa militanza culturale come la chiami tu, richiede qualche investimento, e non solo economico. Io faccio tutto da me, dai i progetti grafici alla promozione e all’allestimento delle mostre, sento che lo devo fare. Documento tutte le mostre con un catalogo. Ho comprato anche i numeri ISBN. Una militanza sul campo!
La verità è che sono diffidente verso un sistema in cui ho visto solo raramente un critico d’arte venire di sua spontanea volontà a vedere questa galleria. Come questa, probabilmente anche altre. Se io fossi critico d’arte vorrei vedere con i miei occhi quello che si muove, anche solo per dire “non mi piace”. E loro che fanno? Scrivono solo sugli artisti già affermati? Il problema è che fanno mostre solo a chi porta i biglietti. Vabbè, ora siamo in un momento davvero critico, però è stato così un po’ sempre.
I critici che non fanno il loro mestiere sono come medici che non si aggiornano. Ma tu lo sai che i medici devono continuamente formarsi? Ottengono dei punteggi se fanno corsi di specializzazione, se seguono seminari, se partecipano ai congressi… Devono sempre aggiornarsi. E guai se non fosse così, no? E allora come fa un critico a non seguire quello che succede nella sua città? Qual è il suo mestiere, se non stare sul campo?
I nostri cataloghi, con i loro ISBN, sono finalmente approdati alla Biblioteca Hertziana, che ha dimostrato grande sensibilità per questa cosa. Sì, ecco, per me questo è stato un grande ringraziamento. Ti parlo così, col cuore, perché può sembrare che io faccia critiche troppo in libertà… ma io parlo dalla mia percezione, con una mente che è stata addestrata a ragionare scientificamente, insomma. Ho imparato a guardare in profondità i fenomeni. Ho fatto la mia piccola parte, sono stato contento di fare l’ultima, purtroppo, mostra in Italia di Teodosio Magnoni, prima che ci lasciasse. Una mostra di grande purezza, positiva per lui, per me, per Simonetta Lux, per il pubblico che non vedeva da tempo una sua mostra.
Devo dire che negli ultimi anni si sono fatte più frequenti le mostre individuali di artisti più giovani. Un cambiamento arrivato un po’ da sé, con il mondo che cambia sotto i tuoi occhi. Sentivo che avevano bisogno di confrontarsi con loro stessi, perché — come tu ben sai, anzi, lo sai meglio di me — quando le opere finiscono in uno spazio espositivo, si allontanano come i figli, maturano. Avviene un distacco. Non è un caso che una volta ho fatto presentare in galleria un libro di Domenico Settevendemie sul distacco dell’opera dall’artista.
Il COVID ha interrotto questo flusso di quattro, cinque mostre all’anno. Ma ho ripreso con una bellissima mostra di Licia Galizia sull’inferno di Dante. Anche lei è molto concettuale, un’artista che reputo molto interessante. Con le sue opere interattive, spesso realizzate in collaborazione con musicisti, sfruttando algoritmi attraverso i quali le sue opere “rispondono” alla presenza delle persone, a strumenti musicali.
La galleria ha dato spazio a molte forme di performance: letture poetiche, concerti di musica contemporanea, esperienze ibride tra parola, suono e corpo. In che modo la performance è entrata alla Nube?
Nel 2005, abbiamo aperto con letture di poesie, stabilendo un forte legame tra artisti e poeti. Nelle tre mostre Isolario, un progetto in collaborazione con Paolo Aita, poeti importanti hanno scritto poesie in simbiosi con il soggetto principe della mostra: l’isola. Poi c’è stato il progetto di mostra Insiemi non disgiunti di Rosa Pierno che tentava di amalgamare la scienza alle opere d’arte e alle poesie create per l’occasione.
Poeti che hanno scritto poesie ispirate alle frasi di importanti di scienziati come Einstein o Dirac. Insiemi non disgiunti è una definizione inventata ad-hoc non una definizione matematica. Bello come titolo, no? E ad un certo punto, un po’ per caso, Myriam Laplante ha voluto fare una performance in galleria, improvvisando assieme ai suoi amici Lee Wen e Michael Cooper. Ne sono rimasto colpito, ho cominciato a seguire questa forma “volatile” d’arte, e da allora con una certa regolarità le performance sono presenti in Galleria. Grazie anche alla collaborazione di Lucia Bricco.
Anche altre forme d’arte sono entrate in galleria (che ha anche un ottima acustica), grazie a Fausto Razzi, uno dei grandi maestri della musica contemporanea. Lui ha voluto fare quattro concerti a La Nube di Oort. Scettico verso la politica di molte istituzioni musicali preferiva a volte uno spazio indipendente, come il nostro. Come preferiva interpreti molto giovani, più sensibili alle sue innovazioni musicali, non condizionati delle Accademie. I suoi lavori sono ora alla Fondazione Cini, a Venezia.
Che bello… Nel ripercorrere il passato hai nominato tante persone che non ci sono più, ma che si sentono ancora presenti attraverso tutto ciò che hanno creato e che continua a vivere. Siamo in un buon momento per parlare del presente, della mostra in corso Così fiorirà, un titolo che evoca immediatamente un senso di rinascita e di dono. Ho letto nell’invito che il titolo è ispirato da un’opera di bravissima artista di origine rumena, Iulia Ghita, e che a sua volta riprende la frase dal Salmo: “L’uomo come l’erba, i suoi giorni come i fiori del campo: così fiorirà”. So che non sei una persona religiosa, ma sei profondamente legato al sapere scientifico e forse proprio per questo hai sviluppato quella forma di umiltà e apertura verso ciò che non conosciamo ancora.
Sai, è inevitabile che la formazione culturale di ciascuno influenzi molto il proprio modo di vedere le cose. Una cosa che mi ha sempre colpito è l’esistenza nel mondo di culture estremamente ricche ma non abbastanza conosciute o valorizzate, se non da pochi studiosi. Mi riferisco per esempio a quella iraniana, che ho imparato a conoscere e ammirare grazie ad alcune artiste. Ma anche a quella rumena. Per qualche motivo curioso la conoscenza europea sembra non arrivare in profondità alla cultura rumena.
È come se l’interesse si fermasse all’Ungheria e poi, oltre, niente o poco. Chissà, forse la Romania per molti è già “Turchia”… non saprei! (ride). Eppure già la cultura popolare rumena è uno scrigno ti tesori miracolosamente sopravvissuta nei secoli. Per non parlare di quella colta, di cui alcuni nomi come Ionescu, Eliade o Enescu sono punte di iceberg e lasciano intravedere tutta la complessità di quella cultura. Come Cioran, che visse una vita stranissima a Parigi, ma divenne il poeta della disfatta per eccellenza, il simbolo del pessimismo cosmico.
Il teatro dell’assurdo nacque con Ionescu tra le due guerre mondiali. Insomma, ci sono tanti casi così. Penso a Mircea Eliade, lo storico delle religioni, che ha fatto studi molto profondi sulle civiltà primitive. Ha scoperto nello studio del sacro, delle ierofanie, una sorta di comunanza culturale fra tutti i popoli, anche quelli che non erano mai entrati in contatto fra loro.
In un commento per la mostra di Paolo Di Capua, ho detto che secondo me Brâncuși è stato il primo artista a rompere completamente gli schemi tradizionali. Credo che rappresenti il modernismo più di Kandinsky, anche se la pittura è più conosciuta e valorizzata, in qualche modo, rispetto alla scultura. Secondo me, Brâncuși ha inventato l’arte astratta, ha fatto un salto nel buio, staccando il pensiero dalla rappresentazione, privilegiando implicitamente il simbolismo. Forse potremmo interpretare il pensiero astratto nell’arte come una nuova ierofania,
Ecco perché ho una particolare sensibilità per quei versi dei salmi usati dall’artista Iulia Ghita per una sua opera e che ho scelto come titolo per questa mostra dei vent’anni della galleria. Abbiamo delle affinità io e lei dal punto di vista spirituale, anche se io non sono credente e lei probabilmente lo è. Importante è come ti poni nel mondo.
L’ultima domanda: Così fiorirà credo sia anche un augurio. In che direzione ti piacerebbe che la galleria fiorisse? O meglio: hai un sogno o un progetto per il futuro?
Per il futuro, in generale, io penso agli studenti e ai giovani. Forse è una deformazione professionale, perché ho insegnato per più di vent’anni. Ma se desidero qualcosa, è che abbiano opportunità migliori, anche nel campo dell’arte. E nel mio piccolo, come hai visto nelle ultime mostre, ci sono degli artisti giovani che secondo me stanno crescendo adesso. Nel futuro immediato invece ho in programma una mostra di Carlo Lorenzetti e poi un progetto di Donatella Spaziani.
Guardo a tutto tondo, ma io faccio tutto in maniera non troppo programmatica. Considero che lasciarsi portare un po’ dagli eventi non sia proprio una tecnica sbagliata. L’unica linea che ho seguito in questi anni e di indagare l’ambiente culturale romano e il melting pot che questa città crea, più delle altre.
Voglio dire: dietro ci deve essere una struttura. Ci deve essere l’idea, ma come è capitato con te o con gli artisti del Québec, se vedi che c’è un mondo che vale la pena indagare, anche se l’incontro è stato casuale, accogli l’opportunità. La casualità c’è sempre, anche quando sembra che non c’entri.
Chiudere con la casualità mi sembra perfetto. Grazie Cristian per il tempo e per la qualità dello scambio. Ogni conversazione con te lascia sempre qualcosa che continua a risuonare.
Note
1. Gesualdo da Venosa (1566–1613) fu un nobile e compositore italiano noto per i suoi madrigali intensamente espressivi e innovativi, caratterizzati da forti dissonanze e libertà armonica, in netto contrasto con la musica del suo tempo.↑
2. Nel 1978, Giuseppe Salvatori e Felice Levini, insieme ad altri artisti e scrittori della scena romana, fondarono il gruppo di Sant’Agata de’ Goti, trasformando l’omonima chiesa sconsacrata in un vivace laboratorio culturale. Questo spazio divenne un punto di incontro quotidiano per l’arte, la poesia e la musica, offrendo un rifugio creativo in un’epoca segnata da tensioni sociali e politiche. Nel 1980, il critico d’arte Renato Barilli, insieme a Francesca Alinovi e Roberto Daolio, incluse Salvatori e Levini nel movimento dei Nuovi-Nuovi, presentato nella mostra omonima presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Il gruppo, eterogeneo e postmoderno, si caratterizzava per l’uso di citazioni artistiche, incursioni nella letteratura e nella musica, e modalità espressive ispirate al fumetto e alla pubblicità, creando effetti ricercati tra il liberty e il kitsch. Il legame tra Salvatori e Levini ha attraversato i decenni, dalla fondazione del gruppo di Sant’Agata de’ Goti alla partecipazione a progetti recenti come il ciclo di mostre Realia presso la galleria La Nuova Pesa, fino alle esposizioni attuali al Mattatoio di Roma, dove le loro opere continuano a dialogare in un percorso hik. https://www.mattatoioroma.it/mostra/giuseppe-salvatori-centuria – https://www.artuu.it/progettare-il-caos-e-raccontare-lumanita-levini-e-salvatori-al-mattatoio-di-roma/ (Ultima consultazione 15.05.2025)↑
3. Anna Achmatova (1889–1966): una delle voci più potenti della poesia russa del XX secolo, ha saputo esprimere con lucidità e grazia il dolore individuale e collettivo sotto i regimi totalitari. La sua opera è segnata da una profonda tensione tra intimità lirica e testimonianza storica.↑
4. Nazim Hikmet (1902–1963) è considerato uno dei più grandi poeti turchi del Novecento. La sua poesia, fortemente influenzata dal modernismo e dal realismo socialista, è segnata da un profondo impegno politico e umano. A causa delle sue idee comuniste e della sua attività militante, trascorse molti anni in carcere e in esilio.↑
Helia Hamedani è storica dell’arte, educatrice e curatrice indipendente. Vive e lavora tra l’Italia e l’Iran. Dopo una laurea in Disegno Industriale in Iran, ha proseguito gli studi presso l’Università La Sapienza di Roma, dove ha conseguito la laurea triennale, la magistrale e il dottorato di ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea.
Collabora con diverse riviste d’arte visiva, scrivendo in italiano, inglese e farsi, e affronta frequentemente temi legati al dialogo interculturale. Dal 2022 tiene corsi online di storia dell’arte per studenti iraniani, mentre in Italia continua a curare mostre personali e collettive, spesso incentrate su tematiche sociali.

















