Roma Racconta. Ai tempi di Covid-19 quali gli usi dell’ambito urbano

L’irruzione del Coronavirus nella vita di ciascuno di noi e nella dimensione collettiva dei nostri sistemi sociali ha di fatto sovvertito buona parte delle concezioni consolidate dello spazio e delle relazioni, sospendendone il valore pregresso e caricando il presente di molteplici e contrastanti simbolismi.

Quanto premesso è straordinariamente vivido nella realtà di coloro che fondano le proprie attività, quindi le proprie vocazioni, sulla concezione di questi aspetti nella loro accezione culturale ed espressiva, che richiede ora una necessaria e pronta riconfigurazione degli approcci.

Nel ruolo di artista/progettista particolarmente operativa nei contesti pubblici, osservo con particolare attenzione gli attuali fenomeni di utilizzo dell’ambito urbano (con particolare attenzione a quello romano, che abito) finalizzati a mantenere un rapporto dialogico con e tra gli abitanti, rappresentativi di valori che necessitano di rimanere fortemente presenti nella collettività e negli individui, e non comprimibili nelle pur illimitate peculiarità del web; mi riferisco a performance domestiche congegnate nei balconi e nei terrazzi condominiali, ad azioni mirate di street art che nell’intrinseca anarchia del gesto hanno già acceso livelli di interessante confronto tra operatori, di utilizzo diffuso delle superfici urbane per parlare alla cittadinanza.

Si tratta di tutte manifestazione della necessità di non interrompere il flusso di energie e sentimenti che tessono il rapporto tra la città e i suoi abitanti, agito sostanzialmente nell’ambito di una fatale – quanto fervida –improvvisazione, che varrebbe tuttavia la pena di riflettere anche in termini maggiormente sistemici, di metodo e buona pratica (esistono pur sempre delle regole di riferimento).

Dato il mio impegno nella proiezione scenografica, di cui mi occupo da decenni, mi soffermerò sull’ultimo punto tra quelli citati, volendo ampliare una riflessione sulle potenzialità e sugli effetti.

Il dato più positivo che constato è il recupero, in queste azioni, di una consistente semantica, certamente dettata dall’imperativo motivazionale di un potente portato simbolico e descrittivo; naturalmente in questa fase l’aspetto squisitamente performativo assume un valore opportunamente interstiziale.

Il fenomeno, pur nell’eccezionalità del suo manifestarsi, riporta virtuosamente lo specifico delle grandi proiezioni all’espressione prioritaria del contenuto, svincolandole – direi finalmente – da un certo riduzionismo delle tecniche prestazionali del videomapping che da tempo avevano disegnato uno scenario urbano a misura di performers anziché del senso dell’azione sul contesto, obiettivo di assoluta centralità se si parla di spazio pubblico, in cui ogni intervento dovrebbe rappresentare una sorta di servizio alla cittadinanza. Le implicazioni sociali ed umane del momento che stiamo vivendo hanno quindi riposizionato questo linguaggio in un ambito comunicativo/espressivo fortemente identificato.

Questi strani giorni di segregazione sono quindi divenuti palcoscenico di iniziative, spontanee ed istituzionali, che parlano alla città, puntualmente riverberate dei canali web che istantaneamente rimbalzano ogni accadimento, consentendo a chiunque di esserne in qualche modo partecipe.

Tra tutto quello mi perviene per via indiretta (non ho malauguratamente alibi per muovermi liberamente in città…), individuo le azioni dei ”Proiezionisti anonimi” che a Colli Aniene lanciano messaggi luminosi sulle facciate residenziali; di “Alice nelle città” che con “Cinema da Casa” porta le immagini del cinema sui palazzi, un po’ come nel 2007 aveva fatto la Festa del Cinema di Roma – attraverso “Cinema di Facciata” – riprendendo a sua volta le ispirazioni di “Nuovo Cinema Paradiso”; delle istituzioni pubbliche che vestono del tricolore gli edifici maggiormente rappresentativi, promuovendo l’orgoglio di appartenenza nazionale (ma anche coinvolgenti confronti tra addetti ai lavori sulle soluzioni tecniche delle proiezioni/illuminazioni).

Tutto ciò conferma la mia incrollabile convinzione che lo spazio pubblico – nelle infinite peculiarità delle superfici che lo inscrivono – sia il luogo primario della comunicazione urbana.

Rispetto alle evidenze di questo fenomeno in corso, aggiungo una mia personale osservazione – dettata naturalmente dalla mia inclinazione stilistica – mirata a rendere ancora più significante, simbolico e suggestivo il senso delle nostre città temporaneamente congelate nel vuoto. Sarebbe opportuno andare oltre gli episodi spontanei e la comunicazione istituzionale di ispirazione patriottica, e tessere una trama di azioni coordinate incentrate sul patrimonio culturale, attraverso la disseminazione di apparizioni rappresentative dell’espressione artistica che più ci rappresenta, affinché ai cittadini, al mondo, alla memoria futura venga inviato il messaggio potente della vitalità animica di Roma, della grandezza non contenibile dei valori che – confinati negli spazi ora preclusi – non smettono di dialogare con l’umanità, risarcendo il vuoto raccontato dalle incursioni fotografiche – pur suggestive e struggenti – di questa incredibile attualità, con l’impressione di una aulica sorveglianza dell’arte, in grado di cullare l’attesa del tempo nuovo che ci aspetta, e che anche attraverso l’arte è e sarà ridisegnato.

Immagino una mappatura di stazioni di un percorso divulgativo, narrando cammini e prospettive visibili dagli spazi domestici ed amplificabili, attraverso voli di drone, nelle case di tutti. Abbiamo necessità di percepire una città attiva, accesa e vigile sulla vita di tutti, creando paesaggi di forte impronta identitaria e significativi dell’eternità che il mondo ci attribuisce.

Credo sia fondamentale non sospendere le azioni sullo spazio fisico, anche in assenza di un pubblico frontale, perché la nostra città ha bisogno di evidenziare che non tutto è sospeso, la cultura – soprattutto – non è sospesa (#laculturanonsiferma); e nonostante l’enormità di sollecitazioni che tramite il web e ogni canale informativo ci stanno sommergendo, è fondamentale che il grande motore della vitalità urbana si attivi proprio attraverso il coordinamento di azioni culturali dirette, che mi piace pensare come cura in un concetto di sanità allargato, comprensivo dell’empatia costante tra luoghi e cittadini, della cui relazione interrotta dobbiamo occuparci da ora per il futuro incerto che ci aspetta.

Il concetto di sanità pubblica diverrà centrale in ogni aspetto della vita, individuale e collettiva, non escluso quello di una sostenibile accessibilità culturale che dobbiamo continuare ad indagare e monitorare utilizzando il tempo di questa sospensione come palestra del futuro prossimo, in cui ben poco somiglierà a ciò che conoscevamo.

Livia Cannella

Livia Cannella

Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.

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