Brian Eno & Brother. Da casa a Los Angeles con una prova di Best Practice

Marzo 2020, esordio di una primavera che si annuncia climaticamente sontuosa. I media stanno annunciano il “lockdown”, parola a cui dovremo drammaticamente fare l’abitudine; nella confusione dei suoi possibili significati, ciò che comunque appare subito certo è che saremo obbligati a restare in casa… obbligati…

RedZone01, Livia Cannella. 2020, March 9 – May 3 Italian lockdown – first stage – home, day by day

Da giorni e giorni l’informazione – chiamiamola generosamente così – è carica di ansie inedite e sistematicamente mal gestite, tanto da farmi decidere in poche ore di esentarmi da qualsiasi emissione mediatica sulla questione che non siano i comunicati ufficiali, rigorosamente scanditi dal collegamento con lo Spallanzani delle 12 e quello della Protezione Civile delle 18. L’apparecchio televisivo sarà (ed è rimasto poi) tarato sulla residuale parte di palinsesto il più distante possibile da queste tematiche.

Questa straordinaria contingenza, che indirizzo subito verso l’attenzione ai suoi potenziali più che ai naturali disagi, solletica la mia immaginazione che raduno intorno ad un piccolo personalissimo progetto per contenere i rischi di fluidificazione del ritmo quotidiano mettendo in campo il mio sguardo e la mia percezione: produrre uno scatto fotografico al giorno nel mio spazio domestico, per l’intero periodo di lockdown.

Iniziato più o meno per gioco, questo appuntamento è divenuto via via un pretesto per una osservazione rigenerata del consueto, una riscoperta delle pieghe invisibili di piccole meraviglie nascoste, di giustapposizioni e infinitesimali armonie che l’accostamento delle cose produce, sotto la luce e lo sguardo ritrovato oltre la consuetudine, le stasi, le immobilità e i furori silenti; tutto ha cominciato a risuonare, risvegliando versanti letargici della mia materia profonda.

Per darmi un rigore riscontrabile ho portato il mio progetto in visione pubblica, aggiungendo giorno per giorno sul mio profilo Instagram le mie istantanee, commentate con brevi definizioni di questi istanti appesi allo scorrere incessante e appena avvertibile del tempo. Così ha preso forma Redzone01, racconto per immagini del tempo cristallizzato dal Covid e dalle ansie annesse, che con medesimo rigore ho terminato con la fine del lockdown.

Nulla di tutto ciò è accaduto con altro scopo che quello di una testimonianza intima e privata, reso pubblico più per non consentirmi distrazioni che per convinzione di mostrarne i contenuti, dandomi infine atto di averlo completato con cura verso me stessa, come non sempre faccio…

Ma non è finita lì. Puntualmente, è giunta l’occasione per contraddirmi: alla scadenza del lockdown scopro, attraverso il profilo Facebook di un amico che vi stava partecipando, il contest Mixing Colours, lanciato in rete da Brian Eno e suo fratello Roger, e aperto a chiunque avesse voluto creare un video – significativo del periodo in corso – su uno dei brani dell’ultimo lavoro discografico.

Roger Eno and Brian Eno invite you to collaborate on their audio-visual project “Mixing Colours”

(…) “We want to ask people in the next few weeks to take a single shot of a quiet scene, at home, or out the window, or in their garden. Clouds passing, rustling tree leaves, a bird nesting, people conducting activities in the house: quiet moments that we are all enjoying, together, in isolation.”

Dare una coerenza alla mia esplorazione visiva coniugandola con la musica di Brian Eno non mi ha fatto esitare neanche un attimo nell’organizzare un lavoro ad hoc per l’obiettivo del contest.

Ho dunque attinto alle immagini del mio ritiro domestico, facendone un video di connotazione rarefatta e sospesa, adottando un bianco e nero che ne ovattasse l’eccesso di rumore visivo e gli conferisse un’impronta evanescente, come se le immagini provenissero – tra sfocature e indefinizioni – da un mondo sospeso tra veglia e sonno, tra interno ed esterno, tra reale ed irreale, conscio ed inconscio.

Redzone01 è quindi divenuto un video di cinquantanove immagini compresse nei quattro minuti del brano Blonde, perfettamente assonante – nel suo incedere simile ad un carillon –  con il ritmo costante di altrettante dissolvenze, pari ai giorni del lockdown.

Caricato secondo istruzioni su piattaforma pubblica e trasmesso al sito web dedicato, il video (https://www.mixing-colours.com/7b34276c42ff) si è aggiunto agli altri 1721 che hanno completato il progetto, tutti concorrenti ad accompagnare ufficialmente i brani dell’album Mixing Colours.

Senza alcuna aspettativa sui risultati, ho accolto con stupore l’essere rientrata nella selezione intermedia dei duecento video finalisti, ai cui autori è stato chiesto anche di indicare i venti preferiti.

“We were overwhelmed – both figuratively and actually – by the responses to our call for films. The quality was so high! And the number so large! It was really heartening to know that people are looking at the world around them in a curious and creative way”
Roger Eno e Brian Eno

Questo mi ha dato modo di esplorare personalmente la qualità e l’impronta di tanti stili, tutti affini alle corde rarefatte dei Fratelli Eno, e di percepire quanta fame di atmosfere, attimi e contemplazioni vi sia, sparsa per il mondo, in grado di nutrirlo e migliorarlo.

E anche per questo li ringrazio di aver dato corpo a questo progetto. Un tempo sufficientemente lungo, segno a mio avviso di una seria valutazione, è trascorso dalla prima selezione di luglio e il 23 ottobre, data in cui è iniziata e durata per 18 giorni (uno al giorno) la proclamazione dei vincitori.

L’esito finale non mi è stato favorevole, pur selezionata tra i 6 preferiti per il brano prescelto Blonde, non incluso nella rosa finale; mi resta una sospesa illusione che avrei potuto esserlo senza questa anomalia, connessa forse ad una pre-assegnazione degli stessi autori, chissà…

Non me ne sono fatta cruccio, più che orgogliosa di essere scivolata sotto gli occhi del mito, di aver potuto dialogare con la sua musica e infine essere presente nel progetto e nel sito che ne racconta interamente le innumerevoli visioni.

Nel periodo particolare e sensibile che stavamo (e stiamo ancora) vivendo, questo progetto ha dunque consentito a molti operatori e appassionati di connettersi ai linguaggi dello straordinario musicista, tra i più grandi ricercatori in materia audiovisiva, che con tale iniziativa – condivisa con il fratello Roger – ha mostrato il consueto interesse a nuove sperimentazioni, esplorando un’espressività di scala globale e le affinità che ne possono coniugare gli esiti al suo percorso.

Non male, per un personaggio che potrebbe bastare a se stesso per altre… sette vite. E non è tutto: gli scambi con l’organizzazione gestita da Deutsche Grammophon hanno svelato l’intento di proseguire il progetto dandogli una continuità fisica, dunque una ulteriore selezione di 120 contributi è divenuta installazione pubblica.

A Quiet Scene Installation, a pubblic collaborationè attualmente in corso presso il Music Center di Los Angeles, sulla Jarry Moss Plaza, dove due ledscrean stanno trasmettendo dal 22 gennaio, e fino al 22 febbraio prossimo, il loop ininterrotto dei video, così divenuti luogo delle visioni provenienti da ogni parte del mondo.

A QUIET SCENE INSTALLATION –  A first-ever public outdoor art installation

“Providing a much-needed respite during the challenging times of the pandemic, The Music Center in collaboration with dublab presents a new public screening and sound installation of winning entries from Brian and Roger Enos’ A Quiet Scene global video collaboration. Inspired by the Enos’ Mixing Colours project, the installation will feature more than 100 short films on the LED screens at Jerry Moss Plaza located at The Music Center from January 22–February 21, 2021”

L’installazione pubblica è stata aperta da 72 ore di livestream che hanno consentito di fruire on line delle sue prime ore di attività; scelta quanto mai felice ed opportuna per confermare la dimensione globale su cui il progetto è stato concepito. Anche da remoto si è percepita l’intensità e la suggestione creatasi nello spazio drammaticamente vuoto della Jarry Moss Plaza, che si fa simbolo della rarefazione planetaria di una socialità sospesa.

L’incedere ininterrotto delle riprese diurne e notturne sulle variazioni visive di uno spazio immobile e cristallizzato, ha trasmesso sul monitor di casa il senso intero del progetto, confermando lo streaming provvidenziale succedaneo per tamponare i rischi di un pesante scollamento della collettività dagli spazi della condivisione pubblica; “realtà” e “mediazione” così virtuosamente coniugati per moltiplicare la percezione in differenti forme di simultaneità e partecipazione. Perfetto!

“The experience will transform Jerry Moss Plaza into a tranquil and meditative space. Visitors can enjoy the short films and ambient, soothing music from a safe outdoor location.
This installation is free and open to the public”
https://www.musiccenter.org/tmc-offstage/mixing-colours

Ho voluto raccontare questa storia soprattutto per l’esempio di best practice che rappresenta, inevitabilmente generata dalla levatura dei creatori, e sostenuta da una filiera di soggetti (Deutsche Grammophon, Music Center di Los Angeles, Universal Music Enterprises, Dublab) che ne hanno evidenziato, ben oltre la già conclamata notorietà, l’incredibile (per noi) disponibilità a dialogare con le creatività mimeticamente disseminate nel mondo, senza discriminanti o pregiudizi, scrupolosamente valutate e infine promosse ad un palcoscenico internazionale; il tutto in una considerazione, un interesse e una curiosità dell’”altro” nettamente al di sopra di quanto ci si possa aspettare da carriere indiscusse ed eclatanti, solitamente avvolte nell’onanismo delle proprie biografie.

Ne residua la sensazione di essere stata presa molto sul serio, in un contesto qualitativamente gratificante, di grande prestigio e largamente rispettoso dell’impegno profuso dai molti partecipanti, riconosciuti nella dimensione collettiva dell’essere stati parte di un obiettivo comune, come tale condiviso e divulgato.

Qualcosa di vagamente distante da certe abitudini nostrane, ma questo è un altro discorso…

Informazioni generali:

  • Progetto “Mixing Colours”
  • Contest: 15 aprile al 29 maggio 2020
  • Prima selezione: luglio 2020
  • Esiti e vincitori: dal 23 ottobre al 9 novembre 2020
  • “A Quiet Scene Installation, a pubblic collaboration”
  • Music Center, Jarry Moss Plaza Los Angeles
  • dal 22 gennaio al 22 febbraio 2021

Link utili:

Conversazione di Brian Eno e Roger Eno sul progetto

 

Livia Cannella

Livia Cannella

Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.

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