Ho iniziato ad occuparmi di proiezioni scenografiche alla fine del secolo scorso (e detta così, impressiona…) nell’ambito della scena urbana romana.
In quel momento, dialogare espressivamente con lo spazio pubblico – specialmente inteso sul versante del patrimonio culturale – aveva ancora il carattere esplorativo di una impresa pionieristica, da misurare attraverso il rigoroso vaglio degli enti/soggetti preposti a sovrintendere le buone pratiche degli ancora sporadici operatori di un nascente indirizzo espressivo.
Avendo avuto la fortuna di cimentarmi con paesaggi storico-monumentali-archeologici di straordinario valore, e nutrita come sono da una cultura territoriale e paesaggistica di solida provenienza professionale, ho affrontato le esperienze che rocambolescamente si sono avvicendate recependo la forte risonanza di quel rigore di impronta istituzionale.
Uno spiccato senso della disciplina operativa, dunque, mi ha reso consapevole del limite invalicabile nella misura e nella sostenibilità delle azioni, che ho posto alla base della mia progettualità, arricchitasi nel tempo di un tratto di riconoscibilità distintiva che tuttora onoro, mantenendone l’essenza negli intenti e nelle azioni.
È da questo presupposto che contemplo l’evolversi dei linguaggi e delle operatività intorno alla tematica (disciplina? Arte? Espressione? Strumento?) delle proiezioni scenografiche, virate nel frattempo verso variegate definizioni quasi esclusivamente connesse agli sviluppi irrefrenabili delle tecnologie, ad oggi radunate nel mare magnum del videomapping, su cui non indugerò in ulteriori definizioni (il mercato della comunicazione ne è già saturo).
Ma la progressione di quella che ad oggi appare come una deriva operativa merita alcune note di riflessione, soprattutto in relazione al ruolo che le proiezioni (mi ostino a definirle tali) hanno assunto rispetto alla percezione pubblica.
Parto da un principio maturato nel corso delle mie attività, fortificato dall’incontro con il pensiero di Eugenio Turri intorno al senso del paesaggio, inteso come punto di incontro di fattori fisici e percettivi.
“Le vicende si legano alle cose e ai luoghi, cioè ai palcoscenici che le accolgono” [1]
Introduco questo concetto perché sono fortemente convinta che gli accadimenti (nel nostro caso le installazioni pubbliche) abbiano un ruolo cruciale nella costruzione dell’esperienza dei luoghi, intesi come contesto di relazione, e dunque che ciò che accade nello spazio pubblico abbia sempre, in ogni caso, un ruolo non inerte nella percezione della collettività che ne è destinataria.
È dunque un atto di responsabilità operare nello spazio di tutti, nella scena della relazione pubblica perché si assume un ruolo diretto nell’esperienza altrui, e questa condizione non è mai veniale; l’esperienza permane nella percezione ben oltre l’episodicità dell’accadimento, rilascia immaginazione e visioni che danno senso al palcoscenico pubblico che l’ha accolto, condizionandone la memoria, individuale e collettiva.
È evidente l’intento di natura culturale delle riflessioni esposte, che a mio giudizio restano valide per qualsiasi finalità attribuibile alle installazioni di proiezione scenografica, siano esse di valorizzazione, di divulgazione, di comunicazione o promozione, o quant’altro.
Osservo, tuttavia, che è proprio nella sfera culturale che sembra essersi innescato un corto circuito delle sensibilità e dell’impegno a sovrintendere ad una pratica operativa apparentemente dimentica di responsabilità progettuale verso il pubblico.
Consegnata alle esigenze di un mercato dell’apparenza, che soverchia l’intera filiera di significati ed attributi consoni alla propria evoluzione, la collettività da “protagonista” destinataria dell’offerta espressiva diviene “recettore passivo” di esigenze e obiettivi comunicativi che travalicano l’interesse pubblico e di accrescimento nella fruizione.
Dov’è finito, mi chiedo, il rigore di cui parlavo; che ruolo hanno assunto, al riguardo, le competenze culturali e amministrative, apparentemente soggiogate da interessi multipli che condizionano qualità e semantica della progettualità, anteponendo l’effetto al senso delle azioni, la ridondanza alla misura nella loro concezione.
La complessità delle implicazioni che attraversano il variegato universo della pratica operativa sulla scena pubblica esprime punte di criticità in qualche modo inquietanti; ne sia manifesto quanto successo a Venezia in Piazza San Marco, oggetto di sottolineatura da parte dell’opinione pubblica e giornalistica, che conclama gli effetti di un disorientamento generale, sia nell’operare che nel fruire.
Accade dunque che la fase iniziale di puntamento dei proiettori, tradotta in una discutibile coloritura delle facciate di Palazzo Ducale e del Campanile di San Marco, venga intesa dagli autori dell’installazione – in risposta ad alcune critiche – come forma di valorizzazione dell’architettura dell’edificio, attribuendo alle fasi di taratura tecnica (ne so qualcosa…) un valore esse stesse di evento, propedeutico allo “shooting” (così è definito) connesso alla 61a Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

Senza avventurarmi in valutazioni e commenti dello “shooting”, mi soffermo sul palese fraintendimento delle circostanze, che rappresenta esattamente il fulcro inquietante di un fenomeno pervasivo: la difficoltà di discernere, di interpretare, di decifrare e valutare l’operato di una prassi espressiva che mostra scarsa attitudine verso la percezione pubblica, attribuendo codici interpretativi più inclini alle proprie esigenze e finalità che alla sensibilità del reale committente: il pubblico, appunto.
“….La società che ha bravi e sensibili spettatori avrà di conseguenza ottimi attori…”
Forse si poteva fare una taratura tecnica meno impattante sul patrimonio culturale, la qual cosa avrebbe risparmiato una comprensibile e condivisibile critica verso la scarsa misura degli effetti prodotti.
Forse, ancor di più, si potrebbe tornare ad interrogarci con maggiore profondità e consapevolezza sulle ripercussioni che talune pratiche operative scarsamente sostenibili producono sul patrimonio culturale, consumandone progressivamente senso ed immagine per finalità estranee all’interesse comune, cruciale ed inderogabile se ci riferiamo al patrimonio e allo spazio “pubblico”.
Avere un ruolo attivo e operativo in materia mi obbliga ad una attenzione altissima e costante su queste tematiche, mantenendo accuratamente l’apparato di valori e significati che in decenni di attività ho edificato intorno alla pratica e alla politica del mio operare, a cui mai ho risparmiato uno sguardo severo e un approccio critico, lo stesso che mi conduce verso il pensiero che talvolta, in questo magma dilagante di ansie protagonistiche e frenesie esecutive che erodono anche l’intangibilità delle perfezioni, e tutto il resto considerato, il miglior progetto è scegliere di astenersene.
Note
1. E. Turri “Il Paesaggio come Teatro – dal territorio vissuto al territorio rappresentato” – Ed. Marsilio – 1998↑
Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.










