Roma aperta per pratiche e paesaggi culturali

“…un problema è una risorsa…”

Mai come ora questo pensiero costante ha avuto più valore e ragione.

Fin dall’inizio della sciagura pandemica il mio sguardo si è orientato verso la prefigurazione delle opportunità di cambiamento che si potrebbero innestare nella struttura sociale, nei comportamenti e nelle relazioni umane, senza nulla togliere ovviamente all’immanenza di una tragedia umana che ci porteremo addosso e dentro per molto tempo, soprattutto nella biografia di chi ne è rimasto personalmente colpito.

Quanto sta succedendo è di portata talmente imponente da consentirci per una volta – irripetibile, spero… – lo sviluppo di un pensiero e di un’immaginazione del tutto inediti, coraggiosi, capaci se necessario di intaccare il pregresso, sia nelle mentalità che nelle pratiche.

Non importa che questo accada davvero, e quanto realismo contenga, ma è occasione per liberare la mente, l’immaginazione e la creatività verso intuizioni pindariche, finalmente ispirate da un ossigeno visionario in grado di vedere oltre i freni inibitori che da fin troppo tempo imponiamo alla scala della nostra progettualità (il latente e insidioso “nun se po’ fa’!…”).

E’ questo lo stato d’animo a cui sto riconducendo il mio pensiero progettuale, sempre e immancabilmente rivolto a Roma, “culla” e “cella” della mia inclinazione ad osservare  e amplificare ciò che i luoghi possono rappresentare.

E dunque, uno dei miei primi ragionamenti in tempo di virus si è rivolto ad immaginare, per complementarietà, tutto quanto può rimanere disponibile e potenziale accanto alle imponenti limitazioni che subiranno molte forme, linguaggi, e discipline espressive connesse a spazi deputati e contesti specifici.

Da questa scrematura – che a mio avviso dovrebbe avvenire nell’attenta analisi dei possibili utilizzi, anziché con drastiche e aprioristiche preclusioni – residua fatalmente lo spazio rappresentativo e potenziale per eccellenza: quello pubblico.

Dunque, più che a quello che “nun se po’ fa’”, credo sia necessario porre attenzione ed energia a alla sostenibilità di quanto l’organizzazione spaziale della città può consentire in termini di offerta culturale.

In tal senso, una progettazione mirata ad una temporanea ridefinizione d’uso potrebbe conferire ai contesti culturali di carattere “paesaggistico” un ruolo assolutamente centrale nella funzione di traghettare l’accesso alla cultura da ciò che è stato a quello che sarà, attraverso un approccio processuale in grado di riprogrammarne la sua struttura organizzativa e semantica, alla luce di mutazioni in continuo divenire. Per nuove stabilità c’è ancora tempo…

Roma detiene, tra le città del mondo, uno dei livelli più alti di presenza di spazi non edificati interni/prossimi all’abitato, variamente distribuiti tra verde organizzato, parchi urbani e territoriali, spazi archeologici che possono in misure differenti fungere da “collettori di accadimenti”, studiandone forme globalmente sostenibili di accesso e fruizione nella garanzia di sicurezza necessaria a goderne le versatilità.

E’ agli ultimi che vorrei riferirmi per ampliare un riflessione – per me costante da decenni – iniziata molto tempo fa a Villa Adriana, transitata per esperienze nel parco dell’Appia Antica e confluita in modo più consistente in numerosi allestimenti nell’Area Archeologica Centrale dei Fori Imperiali.

Data la complessità di un contesto che da molte stagioni impegna innumerevoli esperti in materia nella ridefinizione territoriale e culturale della vasta area archeologica, ricercandone un equilibrio tra antico e contemporaneo di straordinaria difficoltà (prova ne sia il fatto di non essere ancora pervenuti ad una visione comune), val la pena di considerare – nel frattempo – quale funzione coesiva, rappresentativa e divulgativa possa avere questa “parte di città” (riduciamola per un attimo a una considerazione funzionale) nel particolare momento che stiamo vivendo.

L’intera estensione dell’Area Archeologica Centrale ha la caratteristica fondamentale di essere fruibile anche nella distanza, nella dimensione di paesaggio che rappresenta, nella giustapposizione delle visuali e delle profondità prospettiche che questi spazi offrono agli occhi e all’esperienza.

Nell’ottica di dover pervenire ad un’offerta culturale agibile nei vincoli delle condizioni consentite, credo si renda necessaria un riflessione progettuale su forme atipiche di espressione che non abbiamo la presunzione di sostituirsi e surrogare nessuna delle arti e delle discipline specifiche, ma rappresentino una ennesima forma – da costruire in un approccio rigorosamente “site specific” – in grado di combinare “paesaggi/scenari” performativi per un pubblico non statico, azioni pensate e costruire per mobilitare flussi misurati di persone, per attrarne la percezione “territoriale”, subordinando il dettaglio alla dimensione corale dell’insieme, considerando luogo ed accadimento come – appunto – un unicum paesaggistico da percepire muovendosi.

E’ una riflessione che ho attivato a partire dalle progettazioni per le Notti Bianche, che a mio avviso richiedevano, in quelle altissime affluenze, di muovere il pubblico anziché paralizzarlo. Anche lì un problema affrontato come invariante progettuale e ispirazione di una risposta creativa.

Mai come in questo momento, quindi, la rigorosa considerazione dei “pre-requisiti prestazionali” dei progetti culturali ha avuto maggiore importanza; il saper prefigurare pienamente problematiche, necessità e peculiarità nella fruizione dello spazio pubblico, con un approccio di tipo territoriale (analisi attente delle forme di utilizzo, misure preventive e valutazioni degli effetti potenziali) diviene parte integrante di un approccio che sempre di più – io credo – dovrà riguardare la concezione culturale della città.

Personalmente considero da sempre lo spazio pubblico come la porta d’ingresso al patrimonio culturale, il contesto in cui si presenta e rappresenta ciò che la città contiene. Da sempre osservo lo spazio pubblico come detonatore di significati da ampliare eventualmente attraverso azioni rigorose e mirate all’accrescimento della conoscenza e della sensibilità della collettività, come vettori del sentimento di cittadinanza. La fatale circostanza che viviamo può quindi fatalmente concorrere a un ripensamento globale delle gerarchie urbane e a nuove categorie di senso.

Tornando alla riflessione sull’Area Archeologica Centrale (non so se nel frattempo ha assunto una nuova denominazione, ma questa mi piace…), come non pensare quindi che si possano virtuosamente coniugare, proprio ora, in questa circostanza nefasta, una serie di imperdibili opportunità:

  • Includere gli aspetti di fruizione/divulgazione/produzione culturale nel dibattito sul destino territoriale di questo luogo unico al mondo, finora disgiunto in una visione rischiosamente settoriale.
  • Rendere via dei Fori Imperiali la platea “transumante” della fruizione di un paesaggio di accadimenti, localizzati sui suoli archeologici, mirati alla percezione dello scenario come unicum luogo/azione (questa è l’invenzione/dimensione di scala su cui concentrare gli sforzi)
  • Sperimentare la sostenibilità di nuove forme espressive e di sviluppi tecnologici in grado di combinarsi virtuosamente in esiti compatibili con la natura, l’identità e la percezione del paesaggio archeologico, il più evocativo della rappresentatività di Roma
  • Creare i presupposti per un modello operativo adeguabile in contesti di natura similare.

Inoltre si potrebbero perseguire alcuni obiettivi di ordine generale, coinvolgenti aspetti progettuali, spaziali, operativi, gestionali che manifestano – a mio avviso – una necessità di ricalibratura che travalica la contingenza attuale:

  • Inaugurare una dirittura progettuale e processuale del “temporaneo”, incentrata sulla coniugazione tra qualità delle azioni “site specific” e indirizzo virtuoso dei comportamenti pubblici, in un equilibrio sinergico favorito ora anche da fattori ambientali in mutazione (per tutti un inconsueto e più selettivo paesaggio sonoro).
  • Sviluppare forme espressive inedite e sostenibili, utilizzando la particolarità del momento come terreno sperimentale per raffinare l’operatività creativa ed esecutiva in ambiti/siti di particolare sensibilità e fragilità (un problema è una risorsa, appunto…)
  • Recuperare – attraverso i luoghi pubblici più rappresentativi – il protagonismo dello spazio comune, al momento opacizzato da una scarsa messa in opera di visioni lungimiranti e fortemente comunicative del senso di Roma e della sua rilevanza culturale nel mondo. Mai come ora la sua vitalità va urgentemente evidenziata.
  • Mobilitare e posizionare un gran numero di addetti del settore culturale da tempo inattivi (…leggasi: ben prima del virus…) resuscitando la leggendaria esperienza della scena operativa romana nella gestione della performance live.

“Last but not least” – perché no – cogliere l’occasione per ardire in una revisione integrale delle procedure burocratiche, liberandole dall’attitudine alla serialità ripetitiva, e consentendo spazi agevoli a progettualità ed azioni minute e circostanziate non assimilabili alla scala d’impresa che,  colonizzando la pratica culturale, ha finito per escludere un ampio versante di operatori/progettisti/artisti e personalità, divenuti “incompatibili” con l’assetto delle modalità correnti. Non tutta la cultura è “industria”, non tutte le espressioni artistiche sono gemellabili con l’indotto commerciale…

E’ questo il momento, io credo, di emergere alla superficie idee, riflessioni, spunti, e visioni che l’eccessiva pratica del limite ha troppo a lungo relegato alle soffitte dei nostri auspici – privati e collettivi – di mestieranti della bellezza.

Mai come ora, nella massima incertezza del tutto, sognare in grande è una specie di imperativo ossimorico, da anteporre a qualsiasi riduzione di campo che ci riconduca alla scala del mediamente digeribile che ci affligge ormai da decenni.

Mai sciagura fu più carica di fertile rovescio, che noi – versante storto ed irrintracciabile nella nutrita decretazione d’urgenza – abbiamo l’onere e l’onore di interpretare, comprendere ed elaborare per dare continuità al nostro senso, e a quello di tutti coloro che hanno riempito le privatissime quarantene della consolazione potente che arte e cultura non hanno smesso di erogare indiscriminatamente.

Livia Cannella

Livia Cannella

Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.

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