PREMESSA
Il testo che segue è frutto di un’ampia riflessione sul senso urbano, culturale e simbolico dell’area archeologica centrale dei Fori Imperiali di Roma.

Questa immensa tematica, già affrontata dal Piano Regolatore Generale di Roma attraverso l’assetto dell’”Ambito di programmazione strategica Parco archeologico-monumentale dei Fori-Appia Antica” [1] – è oggi oggetto di una riconsiderazione globale sulla base della nuova progettualità avviata dall’attuale amministrazione capitolina attraverso il “CArMe” [2] elaborato da Walter Tocci, che ha voluto coinvolgermi nell’espressione di alcune considerazioni al riguardo, durante la redazione del rapporto indirizzato al Sindaco.
Le riflessioni emerse sono rivolte essenzialmente alla valenza culturale, alla semantica della “valorizzazione” e alle suggestioni evocate, e approdano in possibili direzioni di operatività, figlie di un lungo corso di azioni e iniziative da me realizzate in tali mirabili contesti, che ne hanno esplorato profondamente le modalità e le specificità della fruizione culturale [3].
FONDAMENTI PER LA CONCEZIONE DI UN PROCESSO DI VALORIZZAZIONE CULTURALE
Nella complessità di una visione articolata, e nelle molteplici valenze dell’esperienza “percettiva” dei Fori, si fa strada l’immaginazione di una “versione” duplice, complementare, speculare del cuore antico di Roma: la città diurna – estroflessa, dinamica, brulicante – e la città notturna – intimista, riflessiva, ancorata alle “dinamiche della stasi” di un tempo inverso… ed è proprio quest’ultima la dimensione che si vuole esplorare.
La sfera notturna – nell’assenza di luce e nella dimensione “fuori orario” – assume il valore di una “ricarica”, di una ispirazione avvezza a nutrire la memoria, a risvegliare versanti sopiti dell’immaginazione per restituire energia alla partecipazione ordinaria alla vita… una città per l’altra, in una reciprocità speculare e autorigenerativa…
In tal senso la notte si fa portatrice di significati e apre varchi ai misteri: suggerisce, sussurra, stimola sguardi… comunica… può imbastire essa stessa – similmente alla rete molteplice dei percorsi multimodali e multisensoriali intercettati dal pensiero di Walter Tocci – una trama di significati, fatta di transumanze e di approdi… di cammino e di stasi…
STRATEGIE E INDIRIZZI
Non c’è trasformazione – anche la più organica ed attesa – che non abbia bisogno di accompagnamento per essere avvicinata, conosciuta, introiettata… ed anticipata da una comunicazione che, attraverso la suggestione, intercetti gli stati emotivi e profondi degli individui – l’”incantamento” appunto – innescando nell’immaginazione l’auspicio desiderante di quel cambiamento… (grande la lezione di Renato Nicolini sul senso dello spazio pubblico [4]).
Come muovere tutto questo? Come tradurre in segno espressivo e spazialmente percorribile un territorio così seminato? Attraverso “apparizioni” notturne, in grado di popolare i punti nevralgici di questo tessuto con figure di perenne residenza, sentinelle dell’eternità, sorveglianti del tempo… disseminate con sapienza e destinate a stabilire traguardi visivi, a puntualizzare i luoghi, a indicare direzioni e percorrenze: una sorta di segnaletica della suggestione, capace di orientare itinerari mentali e percorsi onirici “abitati” da brandelli di memoria che allo spettatore è dato di riconnettere nella propria immaginazione, senza alcuna didascalia, senza indicazioni che non siano quelle della propria percezione.
Dunque un “ripopolamento”, irreale e nomade, secondo una mappa mutevole integralmente connessa alle evoluzioni spaziali dei luoghi da riconfigurare, a segnalare intenti e progressioni, ma soprattutto “annuncio” delle trasformazioni future, anticipazione della città che verrà, come se abitanti senza tempo affiorassero nel torpore dell’oscurità ad indicare una traccia, la linea di prosecuzione del tempo…
AZIONI
Le azioni connesse alla visione descritta divengono una mappatura territoriale di luoghi coerenti con le trasformazioni che verranno, puntualizzati dalla proiezione di figure di forte suggestione, in una concezione paesaggistica incentrata sull’”intermittenza” e l’alternanza delle accensioni, fondamentale per mantenere l’integrità della visione/percezione degli spazi, affidandosi alla resilienza delle tracce visive, lasciando nello spettatore il dubbio di aver – forse – solo immaginato quanto ha visto.
È necessario predisporre un apparato di forte restituzione al pubblico della centralità del suo protagonismo attivo, potendo selezionare cosa mantenere e cosa lasciar andare. Le accensioni cadenzate – mai simultanee – concorrono a spostare attenzione e sguardi in tutte le direzioni…
Dunque una geografia di continui svelamenti, di evoluzioni non prefigurabili… una immensa e seducente “caccia al tesoro” affidata al pubblico come territorio di esplorazione.
CONSIDERAZIONI COLLATERALI/EFFETTI
Quanto descritto, frutto di sperimentazioni dirette di lungo corso e di un monitoraggio costante della risposta pubblica al rigore di scelte espressive adeguatamente ponderate e misurate, può assumere un ruolo sistemico strutturante per le strategie territoriali, divenendone parte integrante, direi propedeutica.
L’incontro tra territorio e cultura, che da sempre percorro attraverso una operatività quasi integralmente dedicata allo spazio pubblico, necessita di una ricentratura entro limiti di sostenibilità e compatibilità che faccia ordine nella dilagante confusione tra linguaggi e contenuti, funzioni e contesti, frontalità e virtualità.
L’attuale “indistinto” scenario operativo ha generato disorientamento e imbarazzo soprattutto nelle giovani generazioni, inondate di strumentazione tecnologica ma private progressivamente del fondamentale sostrato semantico, in grado di generare stabilità e postura culturale.
Su questa domanda di senso, che condiziona la loro partecipazione alla cosa pubblica, occorre lavorare con cura e lungimiranza, recuperando il grave debito di trasmissione esperienziale che una generazione “senior” troppo impegnata a mantenersi al passo con una “contemporaneità” – spesso malintesa – ha innescato, riducendo progressivamente lo scambio, il confronto e il “conflitto” necessari alle evoluzioni culturali; la proposta di “città meravigliosa” può divenire dunque un atto di “riavvio di sistema” più inclusivo e ispirato [5].
Le grandi trasformazioni urbane previste nel prossimo futuro divengono un formidabile terreno di cimento per una vasta ri-significazione dell’esperienza territoriale, proprio a partire dal risveglio che l’azione culturale può operare per le giovani generazioni, senza timori – dunque – di non corrispondere alle loro pratiche e consuetudini (la cultura ha la funzione di aprire varchi incogniti, non di corrispondere al già noto), ma nell’entusiastico auspicio di raggiungerne gli animi, stimolando potenzialità endogene con moventi che nessuna tecnologia al mondo sarebbe in grado di surrogare: la partecipazione condivisa e coinvolgente dello spazio fisico.
Questa è la primaria funzione dello spazio pubblico, che in questa proposta si fa baricentrico di una scommessa di riconnessione intergenerazionale.
DISTINZIONE REALE/VIRTUALE – PERCEZIONE/CONOSCENZA
Emerge dunque una riflessione quanto mai urgente su una corretta e necessaria distinzione di categorie operative che devono essere scrupolosamente differenziate, per compatibilità e per luoghi, per funzione e per finalità.
Personalmente ritengo lo spazio pubblico il luogo dell’esperienza frontale, in cui le cose accadono in tempo reale, con una ricaduta diretta sul corpo e sulla mente, producendo effetti e sollecitazioni simultaneamente agenti e reagenti sugli individui e sulle loro relazioni contestuali, in quella dimensione di “protagonismo del pubblico” tanto cara a Renato Nicolini”.
Siamo quindi davanti alla grande occasione di reinventare il pubblico, restituendogli la propria centralità, diluitasi progressivamente in una risposta passiva e standardizzata ad un’offerta svuotata di senso, incardinata sull’effettistica tecnologica e sull’appiattimento ripetitivo di proposte prive di spessore culturale ragionato.
È necessario liberare una creatività aderente e armonicamente disegnata sulla dimensione pubblica, con chiarezza di obiettivi e scrupolosa compatibilità con i luoghi, svincolata da “mode” e canoni espressivi più tesi alla facile spettacolarizzazione che ad una consapevole armonizzazione con in contesti, in un rigore operativo responsabile e non timoroso di procedere contro corrente [6].
Questo, a mio avviso, è quanto lo spazio pubblico consente e chiede: il riconoscimento e la comprensione dei luoghi attraverso azioni pensate e costruite sulle rispettive specificità, al fine di amplificarne il senso, ed ispirando nel pubblico una progressiva riappropriazione del sentimento di cittadinanza ed appartenenza.
Altro, secondo la mia visione ed esperienza, è il campo della comunicazione e divulgazione culturale convenzionalmente intesa, che investe e riguarda contesti e linguaggi di diversa natura, che vanno sapientemente distinti dal resto, evitando sovrapposizioni di senso, di ambito e di percezione.
Ben vengano i luoghi deputati alla conoscenza, all’approfondimento e alla divulgazione previsti negli indirizzi del CArMe, in grado di proseguire l’esperienza vissuta a contatto con i luoghi in una modalità “differita”, e di innescare processi “sinaptici” individuali tra la fruizione in presenza – di natura primariamente fisica ed emotiva – e l’approfondimento conoscitivo, curato tramite linguaggi ed ambiti divulgativi appropriati, in una studiata e misurata “separazione”.
Personalmente osservo con preoccupazione il disorientamento generato da certi eccessi della virtualità, specie quella che costringe ad una totalizzazione del campo visivo attraverso dispositivi oculari, non di rado forzata entro fantasiose interpretazioni della realtà, più mirate alla seduzione visiva ed effettistica degli scenari rappresentati che alla verosimigliante restituzione di luoghi e paesaggi non più esistenti.
A tutto ciò preferisco l’immagine contemporanea di un paesaggio “mancante”, il cui completamento trovi spazio più nell’immaginazione che in protesiche ricostruzioni, più o meno immersive.
Con medesimo livello di attenzione è necessario – a mio avviso – evitare operazioni invasive, impattanti ed obnubilanti delle identità dei luoghi. Permane necessario dare ad ogni linguaggio il proprio spazio di pertinenza, distinguendone gli obiettivi, e agendo sempre nell’ambito di una globale sostenibilità [7].
DIALOGO CON IL MONDO
A fronte di una attenta sorveglianza degli eccessi tecnologici, grande ricorso ai suoi costanti avanzamenti prestazionali può essere invece poderosamente espressa a vantaggio un intento quanto mai contemporaneo e proficuo: la connessione simultanea degli scenari di questa rigenerata urbanità romana con il mondo, attraverso sistemi ormai comunemente utilizzati per la comunicazione in “tempo reale”, non solo degli scenari suggestivi della città ma anche degli avanzamenti del “progetto-cantiere” futuro, esso stesso “opera” della massima rilevanza comunicativa, il cui racconto diviene parte integrante e amplificante della trasformazione radicale della città, volta anche alla partecipazione planetaria alla sua grande avventura.
Nell’integrazione di tutto ciò con una costante visione culturale delle progressioni trasformative, trova luogo e senso una progettualità visionaria del tutto inedita ed innovativa, generatrice di valori, significati e potere evocativo, nonché vettore formidabile del senso di Roma da proporre al mondo.
Note
1. http://www.urbanistica.comune.roma.it/prg/elaborati-indicativi/i5.html, attualmente in fase di adeguamento alla nuova proposta di indirizzo https://www.risorseperroma.it/pianificazione/fori-appia.html↑
2. https://www.carteinregola.it/wp-content/uploads/2023/10/CARME-slides-intervento-Tocci-10-10-23-seminari_SEQUENZA_ridotto_3.pdf↑
3. http://www.liviacannella.it/PROGETTIXROMA/INSTALLAZIONI_LIVIA_CANNELLA.mp4↑
4. https://www.youtube.com/watch?v=xxTw5kQ-18A↑
5. https://www.artapartofculture.net/2020/10/31/edificare-nostalgie-progettare-lindimenticabile/↑
6. Prova ne sia l’ampio riconoscimento da parte del pubblico, dell’ostinata semplicità, la pressoché ossessiva e ricercata “immobilità” della mia installazione a Piazza Navona del Natale 2021, la cui attrattività è stata percepita proprio nella carica di suggestione creata dalla ricercata combinazione immagini/luogo, sostenuta da una precisa concettualità, chiara quanto semplice e istintivamente “arrivabile”, senza didascalizzazioni contestuali (pur rese disponibili e raggiungibili tramite rete, in modalità “remota”)
(Vedi: http://www.liviacannella.it/PROGETTIXROMA/Amor_che_move_Livia_Cannella.mp4)↑
7. https://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/antiche-presenze-un-progetto-di-valorizzazione-del-patrimonio-culturale↑
Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.









