Edificare nostalgie, progettare l’indimenticabile

Se c’è una cosa che l’operare con continuità nello spazio pubblico e nei siti storico-monumentali-archeologici mi ha via via rivelato, è che si tende a memorizzare i luoghi per ciò che vi è accaduto, e per le relazioni che vi abbiamo intessuto.

Non è infrequente che io incontri persone che rievocano la Fontana di Trevi della mia Anitona di felliniana provenienza, apparsa nella prima Notte Bianca romana; o la Villa Adriana delle gigantesche figure luminose di Adriano e Antinoo sulla vegetazione e sulle sue superfici monumentali, che conducevano alle Memorie di Adriano di Giorgio Albertazzi; o la Scalinata di Trinità dei Monti – nel periodo natalizio del recente restauro – accesa dalle immagini delle Natività dei nostri patrimoni artistici.

Così come, andando indietro, sono indelebili nella mia memoria la Piazza del Popolo della Cosmologia di Peter Greenaway, le Mura Aureliane impacchettate da Christo, o la Piazza Navona del fantasmagorico spettacolo di Light Guns di Ciuffini e Meldolesi per l’Estate Romana del 1981, che ha tatuato in me qualcosa che molto più tardi sarebbe riaffiorato per avviare una nuova stagione della mia vita.

Questo mi convince che i luoghi assumono consistenza nella stratificazione del vissuto, dando nel contempo spessore alle biografie individuali che ne attraversano gli accadimenti, nutrendo l’immaginario di visioni e auspici, di risonanze personali e profonde, per certi versi indelebili.

Questo complesso apparato di persistenti mozioni interiori, prende la forma di una “nostalgia felice”, un sentimento che si forma nell’eccezionalità dell’esperienza, magari unica ed irripetibile, in grado di aprirsi un varco nell’anima e nel cuore di ciascuno, per la forza evocativa e il senso conferito al contesto in cui si forma, e al quale aderisce simbioticamente.

Potrei dire di aver formato in me, fin dall’adolescenza, una complessa geografia di emozioni scaturite da simili esperienze, che ha progressivamente preso dimora in questo genere di nostalgia, e con ogni probabilità la mia attitudine alla percezione “animica” dello spazio pubblico, attualizzatasi in progetti e azioni culturali, ha tratto origine proprio dall’essere stata spettatrice partecipe di un tempo che non faccio fatica a definire aureo.

Le mie riflessioni si concentrano primariamente sull’espressione culturale di carattere temporaneo, che maggiormente mi riguarda; sulla dimensione celebrativa, rappresentativa, rituale che la caratterizza, la cui straordinarietà mira a suscitare incanto e risonanza collettiva; la distinguo – per differenza di ruoli ed obiettivi – dalla pratica culturale ordinaria che agisce stabilmente in luoghi e contesti dedicati, nel lavoro capillare e permanente di innumerevoli entità territoriali, a cui l’eccezionalità di accadimenti o eventi straordinari può conferire ulteriore misura e valenza.

È infatti nella molteplicità delle scale di azione, nei differenti obiettivi a cui sussidiariamente e sinergicamente corrispondono, che si può accrescere la percezione e lo spessore culturale della vita pubblica, delineando un’offerta complessa di opportunità in grado di progredire in una domanda sempre più qualificata e matura.

In tale panorama, credo che spetti all’”eccezionale” il dialogo privilegiato con certi strati emotivi profondi, che attraverso azioni reversibili tende a imprimere la memoria di alterità ardite e non replicabili, atti unici per palcoscenici incomparabili, che possono fissare indefinitamente la propria immagine per replicarne il desiderio e l’aspettativa, in un rilascio differito e perdurante nel tempo. E questo contribuisce a formare un “pubblico” attivo e partecipe alle istanze culturali e ad una cittadinanza consapevole e responsabile.

Tuttavia, questa virtuosa interconnessione tra luoghi, accadimenti, e vitalità sociale sta via via rarefacendosi, essendosi moltiplicati e per certi versi confusi i significati del concetto di spazio, che dal convenzionale contesto fisico (pubblico), luogo di tutte le relazioni e gli scambi, si è progressivamente incanalato – fin quasi a dissolversi – nella dimensione virtuale delle reti, nell’individualismo dei devices.

Ciò ha prodotto una cospicua riduzione della fisicità dei contatti e reso indiretti gli approcci, minimizzando l’accesso corporeo ai fenomeni fisici della nostra esistenza e declassando di conseguenza l’appeal dello spazio pubblico. Si è così innescata – con motivazioni ben più ampie, s’intenda – una evidente crisi non solo degli usi e costumi pubblici ed individuali dei cittadini, ma della stessa natura e funzione dello spazio pubblico, a cui si finisce per attribuire quasi esclusivamente compiti essenziali, non più simbolici e relazionali, erodendo via via l’apparato di memorie, immaginazioni, affetti e empatie che costituiscono il sostrato della nostra appartenenza alla vita pubblica e il possibile concorso al suo valore, come cittadini attivi e compartecipi.

Lo sguardo collettivo si è abbassato verso terra, tarando la messa a fuoco sulle immagini digitali, e traslando nelle seduzioni animate del virtuale una larga fetta di partecipazione emotiva prima dedicata allo spazio circostante, riservando alla percezione fisica i soli aspetti funzionali.

E sconforta non poco che buona parte delle sporadiche iniziative che coinvolgono lo spazio pubblico finiscano più per replicare, ingigantendole, analoghe elaborazioni virtuali di stampo performativo – trattando il paesaggio urbano alla stregua di un qualsiasi schermo proiettivo – che affinare linguaggi e creatività rivolti specificamente al senso dei luoghi.

Come se non bastasse, è sopraggiunto il Covid19 a fratturare ulteriormente la continuità tra spazio e vita pubblica, recludendo forzosamente le relazioni, ancor più demandate alla mediazione virtuale che, per quanto provvidenziale della inaudita circostanza, ha ulteriormente sottratto senso e sostanza all’uso e alla destinazione – funzionale e simbolica – dello spazio pubblico.

E siamo al presente, che ci interroga sul da farsi per restituire senso allo spazio della condivisione, che dovrà comunque in qualche modo recuperare la sua dimensione, possibilmente ispirata a visioni sostenibili e lungimiranti. E dovremmo essere pronti ad impegnare questo tempo sospeso in energie ed idee prefiguranti. per ridisegnare ora una geografia sostenibile di moventi e intenti, in grado di ricreare nuove forme di prossimità ed empatia nell’interazione tra luoghi e abitanti.

Lo spazio pubblico è il manifesto dello stato di salute degli organismi urbani, termometro delle mutazioni civiche, trama di infinite possibili tessiture narrative e semantiche in cui imbattersi spontaneamente per innescare una crescita culturale – involontaria e spontanea – in chi le attraversi. È dunque importantissimo il dove, il come, il cosa fare affinché ciò si attivi.

Dunque, come indurre a rialzare lo sguardo verso il paesaggio, le visuali, le meraviglie urbane? Come innescare nuovi accorgimenti verso lo spazio circostante, e la progressiva riconquista di un protagonismo civico nella condivisione pubblica, peraltro condizionata da nuovi criteri di sicurezza e sanità pubblica che più che come limiti andrebbero interpretati come nuove condizioni di operatività?

Pensando in grande, mi dico…; osservando la città come piazza pubblica, i suoi paesaggi come palcoscenici, le strade come itinerari espressivi, la trama urbana come labirinto di visioni, attraverso uno sguardo epico che ne ricomponga l’apparato desiderante; spazi accesi da una vitalità disseminata, in grado di motivare e muovere le persone a percorrere di nuovo luoghi ed emozioni, in un ritrovata alleanza.

Progettare dunque il desiderio, ricentrando nella qualità innalzata della sua partecipazione il protagonismo del pubblico, da condurre verso una nuova consapevolezza del suo ruolo attivo, che attraverso la meraviglia può tradursi in orgoglio di appartenenza, valore di cittadinanza, e memoria indelebile.

La progettazione è un atto di anticipazione del futuro, ne prefigura visioni e comportamenti, e necessita – mai come ora – di grande lungimiranza, del coraggio delle idee per corrispondere alle profonde mutazioni in atto nel nostro modo di abitare il mondo e goderne le meraviglie, cercando di orientarle verso le soluzioni migliori.

È dunque il tempo di una progettazione rigenerata, di autentica funzione e finalità pubblica, che guardi ogni singolo spazio pubblico nell’identità della sua irrinunciabile funzione culturale e civica, generando visioni del meraviglioso destinate a edificare future felici nostalgie, che si misuri con l’”indimenticabile” come obiettivo centrale per spingere la propria ambizione a riguardare i sentimenti e i desideri che modelleranno la cittadinanza che verrà.

Alcuni riferimenti:

Livia Cannella

Livia Cannella

Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.

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