Si muove la Città ? – Il senso della cultura pubblica (a causa di Renato Nicolini)

”Il meraviglioso urbano, per me architetto, è ciò che è oltre l’architettura, ciò che non può essere ridotto all’architettura (…). Riconoscere il quotidiano come meraviglioso è possibile solo a patto di riconoscere il meraviglioso come quotidiano, di sapersi cioè ancora stupire di fronte alla diversità dell’esperienza, ed alle infinite possibilità che questa diversità rivela.  Si potrebbe aggiungere che questo comporta anche la capacità, così naturale nell’infanzia, di credere alla possibilità delle proprie immaginazioni” (1)

Faccio parte della generazione che ha attraversato da adolescente la stagione della politiche culturali concepite da Renato Nicolini, insuperato (insuperabile?…) assessore alla cultura delle amministrazioni Argan e Petroselli. Lo considero un dato determinante per tutto il prosieguo della mia vita, perché è a partire da quel tempo che si è intessuta la rete di immaginazione, visioni e nostalgie che ha pervaso per intero la vita che è venuta dopo. Un complesso sistema di sentimenti e sensazioni connesse alla risonanza con il “circostante” che non ha potuto fare a meno di farsi spazio e trovare infine “luce” nella mia esperienza di “agente” culturale.

Parto da questo assunto nell’avventurarmi in una discesa senza appigli nei significati possibili (e sostenibili) del senso di cultura pubblica che ho personalmente o indirettamente incontrato lungo strada, ed immesso nel mio sistema di valori.

Al termine degli anni ’70, segnati da importanti eventi socio-politici e culturali che avevano fortemente interagito con la struttura e la vivibilità urbana, Renato Nicolini indovina – attraverso l’Estate Romana, e non solo – la formula “empatica” in grado di ricondurre la pluralità delle mentalità “romanesche” ad un senso di cittadinanza comune nell’approccio alla città; una specie di fusione alchemica – che sa di magico – che coniugava visione del territorio e accesso alla cultura in una concezione unitaria di straordinaria ed immediata efficacia.

Territorio e cultura, città e godimento del suo senso…

Per me, poco più che adolescente, Roma era ancora un luogo misterioso e in qualche modo minaccioso. Gli albori delle forme adulte di relazione, che da familiari divenivano “pubbliche”, cominciavano ad intersecare lo spazio urbano; le manifestazioni politiche, l’incontro e lo scontro fisico, il caos metropolitano ancora non arginato da interventi mitiganti, tutto concorreva a un tumulto interiore non ancora dipanato da elementi discernenti a cui ancorarsi per intuire una strada, la propria.

E poi l’Estate Romana, l’improvviso dilagante desiderio di restare in città, di uscire di casa, trascorrere tempo in compagnia per l’intera notte, non importa dove, come e perché, ma solo perché “non si può non esserci”. Accadevano cose ovunque e quasi nessuno si prendeva la briga di selezionare da un programma: si usciva, si convergeva in un luogo più o meno a caso e si cominciava ad incontrare, persone ed accadimenti, sentimenti e spazi interiori, e tutto era semplicemente e sontuosamente bellissimo…

Allora, buona parte di ciò che accadeva mi appariva ancora sconosciuto, e il più delle volte
incomprensibile, ma sono più che certa che il desiderio di espandere la conoscenza, la curiosità dell’incognito, lo stupore incantato, l’indecifrabile benessere, la sensazione di un’apertura finalmente somigliante ad un dirittura possibile si siano fatti strada e formati definitivamente in quel tempo: i luoghi e ciò che vi accadeva sono divenuti tatuaggi indelebili di una memoria che ha continuato a replicare sé stessa, misura costante del meraviglioso certamente percepito e fondamento delle visioni a cui poi ho avrei dato forma.

Roma in quel momento risuonava di “futuro”, era carica di auspici e aspirazioni, gli orizzonti individuali coincidevano con quelli collettivi; non poteva esistere senso di compiutezza interiore senza l’impressione di essere parte di un pensiero comune da edificare in risonanza con il contesto globale. Cresceva nel contempo lo spessore di sensibilità e passioni che condussero un’intera generazione a evolvere il proprio pensiero espressivo proprio a partire dall’uso dello spazio urbano e delle funzioni culturali ad esso connesse.

Sono trascorsi decenni da quella stagione iniziatica; la visione culturale urbana ha vissuto fasi alterne di slancio e atrofia, troppo spesso diluendosi in faccende di economia e mercato fuorvianti, sovrapponendo pretesti coesivi e partecipativi non sempre tradotti in risultati all’altezza degli intenti, rivelando in ogni caso criticità e sensibilità che chiunque si ponga come soggetto attivo nella dimensione pubblica deve continuare ad osservare, elaborando e restituendo idee, azioni e sentimenti capaci di sostenere il livello della cultura all’altezza di Roma.

Cos’è dunque, per me, cultura, come si manifesta e si trasmette, facendosi largo nella vita degli individui generando relazione, senso di comunità, ed equità nello sviluppo della cittadinanza?…

Alla narrazione del mio percorso generativo, aggancio il pretesto di una definizione che sostenga l’intento di dare una forma comunicabile a ciò che da memoria è divenuto esperienza.

Cultura: L’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio.(2)

Mi fermo a questa descrizione (lo scopo non è un’analisi comparativa) per attingere ad alcuni aspetti fondamentali che da sempre ho tenuto in conto nell’operare, e che muovono alcune riflessioni.

La cultura ha bisogno di essere incontrata – anche casualmente – perché la si possa riconoscere come motore irrinunciabile di una dirittura interiore consapevole; ed è per questo che lo spazio pubblico ne diviene il vettore fondamentale, il luogo in cui la cittadinanza, i singoli individui escono dalla “comfort zone” del già noto per accedere all’incognita del “non ancora conosciuto”. E’ il terreno “rischioso” in cui l’ignoto, l’inaudito, il sorprendente spalancano varchi alla crescita e all’autodeterminazione dell’esperienza, che attraverso “la rielaborazione soggettiva e autonoma” diverrà “elemento costitutivo della personalità” degli individui, e nel contempo – aggiungo – senso di comunità nei valori condivisi.

E’ con questi presupposti che la proposta culturale assume, nella dimensione della fruizione pubblica, un ruolo determinante, inteso quindi non come puro “intrattenimento distraente” o “protagonismo performativo”, quanto invece attivatore di significati.

In tal senso, credo sia importante stabilire una attenta distinzione di ruolo tra l’offerta culturale nel senso descritto, e la sfera dell’enterteinment tipicamente afferente a espressività, linguaggi e processi produttivi connessi al mercato dello spettacolo, al carattere puramente performativo e alla preconfezione di formati non propriamente compatibili con luoghi e paesaggi sensibili.

Medesima distinzione credo opportuna riguardo ad una certa propensione tecnologizzante ed effettistica di forme espressive connesse ai linguaggi digitali che, nella seduzione audiovisiva, tendono ad intercettare un pubblico avvezzo al loro utilizzo – riconducendolo appunto alla “comfort zone” del riconosciuto – in una serialità rassicurante ma scarsamente impegnativa dell’apporto intellettivo, e spesso stridente nelle contestualizzazioni urbane cui restano sostanzialmente estranei. Anche a questo versante riserverei ambiti differenti.

In ogni caso, nelle complessità che la contraddistinguono, la dimensione culturale pubblica dovrebbe consentire a chiunque un accesso autorevole, nella costante tensione ad elevare i livelli e la qualità della conoscenza, senza cedere alle semplificazioni (banalizzazioni?) del “volare basso”, pessima distorsione del senso dell’inclusione, in una scarsa considerazione della sensibilità del pubblico, generalmente più acuta e recettiva di quanto la si consideri.

Operando nello spazio pubblico, ho sempre progettato fidandomi incondizionatamente della sensibilità dei fruitori, capaci – a mio avviso – di leggere ed interpretare qualsiasi concetto venga espresso con chiarezza ed onestà di contenuto. Non credo nella contrapposizione intellettuale/popolare cui spesso si riconduce la valutazione dei fenomeni, esiste piuttosto la giusta misura di temi e linguaggi accessibili per limpidezza, semplicità e valore etico, nella libertà di interpretarne i contenuti autonomamente, senza vincoli di univoca comprensione.

Vedo quindi il progetto culturale come innesco dell’”accorgimento”, atto di risveglio di corde emotive in grado di riorientare la percezione di porzioni di sensibilità sopite; l’azione culturale come opportunità di offrire un differente modo di osservare lo spazio, fisico ed interiore, in cui non sia così importante la struttura di ciò che accade, quanto l’attivazione di un processo endogeno di metabolizzazione e conoscenza da completare attraverso la propria immaginazione, evitando ridondanze narrative e didascalizzazioni dei contenuti.

La cultura ha il compito di generare autonomia, fornendo strumenti di autodeterminazione per non dipendere dalla pervasività del preconfezionamento seriale, che aliena la partecipazione attiva e sposta sull’asse del consumo ciò che dovrebbe permanere nella sfera della conoscenza.

Cultura è anche padronanza nel discernere gli aspetti virtuosi da quelli che la inquinano; ciò che ne costituisce ed arricchisce l’originalità da altro che – al contrario – ne surroga i valori replicando una produzione ed una narrazione priva di identità e spessore semantico; ciò che rafforza il legame fisico ed empatico tra individuo e spazio abitato da altro che ne virtualizza la relazione, clonando soluzioni più utili al mercato che all’esperienza; ciò che alimenta la memoria generando cura, coinvolgimento ed appartenenza, da altro che riconduce ogni azione ad un approccio indifferenziato.

Quanto scrivo mi proviene dunque dalla memoria intatta dei valori incontrati “casualmente” e assimilati per sempre, che mi confermano quanto sia indispensabile percepire lo spazio pubblico come luogo di apprendimento, di cui l’azione culturale sia il naturale prolungamento di senso, catalizzatore dei suoi valori, e veicolo di trasmissione di civiltà e cittadinanza al futuro.

Cerco di adoperarmi quanto più possibile, nel contempo, affinché si diffonda una “cultura della testimonianza”, che trasmetta le esperienze di chi si è speso per magnificare e celebrare luoghi e spazi della condivisione a chi vorrà proseguirne l’impegno, cosciente che non si possa pervenire ad esiti operativi di qualità senza memoria biografica. E’ necessario diffondere una buona pratica ispirata dalla sostanza di un pensiero critico evoluto, che restituisca centralità all’esercizio della libera scelta, della domanda di complessità, del discernimento qualitativo, per ricondurre ad una più concreta responsabilità le politiche culturali pubbliche.

Spero che a questo obiettivo possa concorrere la recente istituzione della mappatura dell’arte pubblica, voluta dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Mibact, includendo anche l’immensa produzione creativa “temporanea” che, proprio nella natura transitoria del proprio accadere, ha generato una memoria differenziale capace di formare e sensibilizzare intere generazioni di cittadini ed operatori, che è necessario far emergere per completare l’intero quadro dell’espressione contemporanea (anch’essa intesa come “arte pubblica”), specie per quella parte che fonde indissolubilmente la visione culturale con i multiformi aspetti percettivi e paesaggistici del territorio.

Un’ultima notazione. Il Covid 19, nei profondi mutamenti che ha imposto alla fruizione dello spazio condiviso, pone nuovi interrogativi su come rigenerarne il senso attraverso nuove idee ed azioni. Dopo il periodo di confinamento, che ha svelato i sentimenti del vuoto – dallo sgomento alla meraviglia – la fase attuale ci sta restituendo spazi urbani vivibili, a misura di abitante, non ancora invasi dagli impatti quantitativi, e permeabili a rinnovate concezioni che confermino le qualità ora visibili e consentano un cambio di marcia per una normalità futura più sostenibile ed ispirata. Dovremmo essere in grado di registrare tutti i segni, i simboli, le vibrazioni per dar loro corpo in una visione di città condivisa in cui sia proprio la cultura a ridefinire i legami.

«Il senso dell’effimero. Non è che si tratta di un avvenimento provvisorio.
Gli avvenimenti inevitabilmente vengono cancellati dal cambiare delle cose.
L’avvenimento effimero è quello che lascia dei segni nella nostra memoria, nelle nostre emozioni, nelle nostre passioni.
In qualche modo bisogna accettare il fatto che la nostra vita sia effimera e che le cose cambino, per riuscire a mantenerne il senso»(3)

Note:

(1) “Quaroni e l’immagine di Roma” in “Moderno Contemporaneo. Scritti in onore di Ludovico Quaroni”. Gangemi editore, settembre 2006

(2) tratto dalla più complessa definizione di “Cultura” dell’Enciclopedia Treccani

(3) Intervista a Renato Nicolini: https://www.youtube.com/watch?v=sEard3ZD6PM

Altro su Renato Nicolini, su artapartofcult(ure):

Riferimenti specifici a Renato Nicolini:

Livia Cannella

Livia Cannella

Architetto e artista, vive e lavora a Roma. Dopo un decennio di attività svolte prevalentemente nell’ambito della progettazione urbana e della pianificazione urbanistica e territoriale, segue la direzione di un sopraggiunto interesse per la scenografia teatrale, che percorre in questo contesto fino ad individuare un ambito di applicazione e ricerca artistica intorno ai temi della valorizzazione della scena urbana e dei beni culturali, in una concezione degli spazi come luoghi di “rappresentazione”, combinando armonicamente le esigenze/finalità di espressione artistica di comunicazione visiva, con l’obiettivo fondamentale di
concorrere ad una progressiva sensibilizzazione dell’approccio al patrimonio culturale. In tal senso, la sua attività si è quindi concentrata nell’ideazione, progettazione e realizzazione di eventi scenografici ed installazioni artistiche prevalentemente incentrati sull’uso della luce e dei linguaggi multimediali/audiovisivi, con particolare riferimento al patrimonio storico-monumentale e archeologico, ai siti museali e, complessivamente, alla scena urbana. Nel contempo ha ampliato le proprie attività anche ai contesti di impresa, nell’ambito dei quali tali esperienze hanno trovato applicazione presso prestigiosi siti di rilevanza rappresentativa.

1 commento

clicca qui per inviare un commento

  • Articolo denso e bellissimo. Ero sicuramente più che adolescente, anagraficamente parlando, ma ho condiviso le medesime esperienze ed emozioni. Quelle non solipsistiche, quelle potenziate dal flusso che senti attorno, che si muove con te e apre occhi e mondi. E ti restituisce, finalmente, la tua città.