Synchronicity #3 – Da una terra di crocevia. Robert Louis Frank, The Americans, Stiller di Max Frisch e una lettera

La Svizzera è un curioso e affascinante paese, la cui estrema vicinanza e – almeno in parte – la comune lingua parlata, ci fa spesso dimenticare quanto frastagliata e composita  sia la dimensione culturale che i suoi artisti vanno esprimendo, soprattutto nella contemporaneità.

English version
History of photography, London street

Sembra quasi che la realtà di terra di continui incroci  (in fondo basta guardare la cartina geografica) che questo paese di tre lingue, tante montagne, tanto verde, tanti laghi, tanti misteri, tanti pregiudizi e stereotipi (ricevuti ed espressi), afferma e trasmette in superficie, debba generare una tensione artistica tutta tesa al “crocevia”, all’ ambiguità, alla difficile interpretazione di un’identità complessiva. Al desiderio di fuga e di ritorno.

Robert Louis Frank (Zurigo, 9 novembre 1924) è un fotografo svizzero, naturalizzato statunitense.

Dapprima fotografo di moda, alla fine degli anni 40 diventa un reporter free-lance e visita Bolivia, Perù e– in seguito – tutta l’Europa e gli USA, realizzando serie di immagini che, inserite in alcuni volumi, saranno in breve il suo passaporto per una celebrità pressoché universale.

Nel 1958 a Parigi viene pubblicato Les Américains, una selezione di 83 immagini tratte dal viaggio americano, e l’anno dopo la Grove Press pubblica il volume negli Stati Uniti col titolo The Americans.

Intanto, Frank viene a contatto con i principali esponenti della Beat Generation e stringe una salda amicizia con Jack Kerouac, il quale scrive l’introduzione al libro  The Americans per l’edizione americana.

Nel 1959  Frank, insieme al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film Pull My Daisy. Scritto e narrato da Kerouac e interpretato, tra gli altri, da Allen Ginsberg e Gregory Corso, il film sarà considerato il padre del New American Cinema. Ne seguiranno molti altri e solo dopo la tragica perdita della figlia Andrea, appena ventenne, Frank ricomincia a riutilizzare la macchina fotografica.

Dalla metà degli anni settanta a oggi, la sua fotografia è lontana dai  reportage precedenti: usa collage, vecchie fotografie, fotogrammi, polaroid; scrive, graffia e incide direttamente sul lato sensibile della pellicola. Alterna soggiorni a New York con lunghe permanenze a Mabou, un luogo selvaggio e quasi desertico in Nuova Scozia (Canada) , insieme alla compagna e pittrice June Leaf.

E’ giustamente considerato uno dei più grandi artisti contemporanei.

In un suo scritto (che accompagna una serie di queste immagini dove la natura è  così prevalente da diventare essenza della solitudine e condizionare perfino il profilo compositivo delle foto) Frank afferma:

“Guardo dalla finestra. Ogni cosa è impacchettata dentro di me…”

E’ come se intendesse: “in qualsiasi momento vado, torno, arrivo, mi muovo, definisco, congelo, arretro, avanzo, stabilisco, magari torno da dove sono venuto e apro tutti questi pacchetti per vedere cosa c’è dentro… per vedere chi sono, adesso, dopo tanto tempo…”. O forse è quello che mi piace pensare, perché ricordo che quasi trent’anni fa a New York scrissi una lettera a me stesso (chissà perché…)  sulla carta intestata della Chemical Bank, e poi chiusi la busta e ci scrissi sopra: “da non essere mai più aperta, per nessun motivo”, e infatti sta ancora lì, e non l’ho mai più aperta. Non mi ricordo niente di quello che scrissi. Ma va bene così: è impacchettata dentro di me. E’ un crocevia, dove – se mai la aprissi – potrei trovarmi davanti un altro me stesso… o magari finire in una situazione simile a quella in cui si viene a trovare… un tale, fermato in Svizzera da un doganiere che nutre dubbi sulla correttezza del suo passaporto (secondo il quale l’uomo che ha di fronte è un cittadino americano qualunque, il signor White).

Per le autorità svizzere, però, il signor White è Anatol Stiller, svizzero, scultore, coniugato (con una donna bellissima di nome Julika), misteriosamente scomparso da sei anni, all’indomani di un complicato intrigo spionistico internazionale. E così lo arrestano e lo sbattono in galera.

E’ l’inizio di Stiller, di Max Frisch.

Frisch, (1911-1991) (che in origine era architetto) è uno scrittore svizzero tedesco  fra i più noti e importanti del secondo dopoguerra.  Ha scritto molti romanzi e molte opere teatrali ma Stiller (1954) è certamente il suo lavoro più noto e significativo.

Per questo White (“white”? Americano?), la convinzione delle autorità svizzere non è che un colossale errore, che poco alla volta si trasforma in una sfibrante tortura.

Il personaggio costretto a diventare testimone del suo passato, a tradire se stesso confessando il vero (o meglio, quel che altri ritengono essere tale), lotta con tutte le sue forze per resistere, ma fin dall’inizio la sua difesa è debole. “Non sono Stiller!” urla a tutti, e così facendo, quasi senza accorgersene, mette a nudo tutta la sua fragilità esistenziale; in fuga da se stesso, quest’uomo senza identità che disperato oscilla tra due vite differenti (anzi, opposte l’una all’altra), non trova la forza di dichiarare chi è, ma soltanto quella di rifugiarsi in un’ostinata negazione.

“Non sono quello che dite” ma questa, aggiunge,  “è l’unica cosa che importa davvero, perché quel “sono” in realtà è solo una maschera bianca sulla quale è possibile disegnare qualsiasi volto. E immediatamente dopo cancellarlo.”

E questo perché la nostra libertà (l’unica, a pensarci bene) sta proprio nella possibilità che dobbiamo sentire praticabile per tutta la vita, di essere qualcun altro.

Alla fine del romanzo ancora non sapremo se il protagonista è veramente Stiller, o meglio lo sapremo ad un livello “razionale”, ma un dubbio resterà insinuato e, a livello viscerale, rimarrà anche a noi lettori un senso di sconcerto, quasi di paura di dover accettare la verità: non esiste certezza, nemmeno di sapere chi siamo veramente.

A meno di non aprire quella lettera a noi stessi che tutti – in un modo o nell’altro – abbiamo scritto, chissà quando, per poi nasconderla, chissà dove.


From a Land of Crossroads

Switzerland is a curious and fascinating country, whose extreme closeness and – at least in part – the common spoken language, often makes us forget how jagged and composite is the cultural dimension that its artists are expressing, especially in the contemporary world.

It almost seems that the reality of the land of continuous crossings (basically just look at the geographical map) that this country of three languages, so many mountains, so green, so many lakes, so many mysteries, so many prejudices and stereotypes (received and expressed), affirms and  transmits to the surface, must generate an artistic tension all aimed at the “crossroads”, ambiguity, the difficult interpretation of an overall identity. To the desire of  escaping and returning.

Robert Louis Frank (Zurich, November 9, 1924) is a Swiss photographer, naturalized american.

Firstly a fashion photographer, at the end of the 1940s he became a free-lance reporter and visited Bolivia, Peru and – later – the whole of Europe and the USA, creating series of images which, inserted in some volumes, would shortly be his passport for an almost universal celebrity.

In 1958 in Paris was published  “Les Américains”, a selection of 83 images taken from the American trip.  The following year Grove Press published the volume in the United States under the title The Americans.

Meanwhile, Frank comes into contact with the main exponents of the Beat Generation and makes a strong friendship with Jack Kerouac, who writes the introduction to the book The Americans for the American edition. In 1959 Frank, together with the painter Alfred Leslie, directs his first film “Pull My Daisy”. Written and narrated by Jack Kerouac and interpreted, among others, by Allen Ginsberg and Gregory Corso, the film will be considered the father of the New American Cinema. Many others will follow and only after the tragic loss of his daughter Andrea, only twenty years old, Frank starts to reuse the camera. From the mid-seventies to today, his photography is far from previous reports: he uses collages, old photographs, frames, polaroids; writes, scratches and engraves directly on the sensitive side of the film. He alternates stays in New York with long stays in Mabou, a wild and almost desert place in Nova Scotia (Canada), together with his partner and painter June Leaf.

He is rightly considered one of the greatest contemporary artists.

In one of his writings (which accompanies a series of these images where nature is so prevalent as to become the essence of solitude and even condition the compositional profile of the photos) Frank says:

“I look through the window. Everything is packed inside me … ”,

as if he meant: at any time I go, I come back, I arrive, I move, I define, freeze, move back, I move forward, I establish, maybe I go back where I came from and open all these packages to see what’s inside … to see who I am , now, after a long time … Or maybe that’s what I like to think, because I remember that almost thirty years ago in New York I wrote a letter to myself (who knows why …) on the letterhead of the Chemical Bank, and then I closed the envelope and I wrote on it: “never to be open again, for any reason”, and in fact it is still there, and I never opened it again. I don’t remember anything I wrote. But that’s okay: it’s packed inside me. It is a crossroads, where – if I ever open it – I could find myself in front of another … or maybe end up in a situation similar to the one that comes to …

… a man, arrested in Switzerland by a customs officer who has doubts about the correctness of his passport (according to which the man in front of him is an ordinary American citizen, Mr. White).

For the Swiss authorities, however, Mr. White is Anatol Stiller, a Swiss sculptor, married (with a beautiful woman named Julika), mysteriously disappeared for six years, after a complicated international espionage intrigue. And so they arrest him and throw him in jail.

It is the beginning of “Stiller”, by Max Frisch.

Frisch, (1911-1991) (who was originally an architect) is one of the best known and most important Swiss  writers of the post-war period. He has written many novels and many plays but Stiller (1954) is certainly his best known and most significant work.

According to Mr.White (“white”? American?), the conviction of the Swiss authorities is only a colossal mistake, which gradually turns into exhausting torture.

The character forced to become a witness of his past, to betray himself by confessing the truth (or rather, what others believe to be), struggles with all his strength to resist, but from the outset his defense is weak. “I’m not Stiller!” he yells at everyone, and in so doing, almost without realizing it, he lays bare all his existential fragility; fleeing from himself, this man without identity who desperately oscillates between two different lives (indeed, opposed to each other), does not find the strength to declare who he is, but only to take refuge in a stubborn denial.

“I’m not what you say” but this, he adds, “is the only thing that really matters, because that” I am “is actually just a white mask on which you can draw any face. And immediately afterwards delete it. “

And this is because our freedom (the only one, if you think about it) lies precisely in the possibility that we must feel practicable for a lifetime, of being someone else.

At the end of the novel we still don’t know if the protagonist is really Stiller … or rather we will know it at a “rational” level, but a doubt will remain insinuated and, viscerally, we readers will also remain with a sense of bewilderment, almost of fear of having to accept the truth: there is no certainty, not even knowing who we really are. Unless we open that letter to ourselves that we all – in one way or another – have written, who knows when, to then hide it, who knows where.

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri (Roma, 1952) è uno scrittore, poeta visivo e fotografo, attivo sulla scena artistica fin dagli anni ’70. Il suo lavoro si concentra su simbolismo e allegoria, attraverso la realizzazione di mostre, installazioni di poesia visiva, immagini di valenza concettuale, e libri. Attualmente abita in provincia di Bologna, dopo aver vissuto in molte città italiane, a Londra e a New York.

1 commento

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  • Motivi affascinanti di un artista, mille grazie per queste riflessioni. Articolo che rileggerò molte volte.