Synchronicity #8. Gli Eroi. Robert Capa, Javier Cercas, Rafael Sánchez Mazas e un altro Miliziano

Robert Capa -Washington bathtub. 1942-ph. Myron Davis

Robert Capa, pseudonimo di Endre Friedmann ( (Budapest, 1913 – Tay Ninh, Vietnam, 1954), è il fotografo ungherese (naturalizzato statunitense) che nel 1936 diviene famoso in tutto il mondo per una foto scattata  durante la guerra civile spagnola, dove ritrae un soldato dell’esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Questa foto è tra le più famose fotografie di guerra mai scattate.

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immagine per Gli Eroi. Robert Capa foto di guerra
Miliziano morente 1936, Robert Capa

Nel 1947, durante un’intervista, confesserà che al terzo o quarto tentativo di assalto dei miliziani aveva “messo la macchina fotografica sopra la testa”; poi:

“…senza guardare, ho fotografato un soldato mentre si spostava sopra la trincea, questo è tutto. Non ho sviluppato subito le foto le ho spedite assieme a tante altre. Sono stato in Spagna per tre mesi e al mio ritorno ero un fotografo famoso, perché la macchina fotografica che avevo sopra la mia testa aveva catturato un uomo nel momento in cui gli sparavano. Si diceva che fosse la miglior foto che avessi mai scattato, ed io non l’avevo nemmeno inquadrata nel mirino perché avevo la macchina fotografica sopra la testa”

Ma la Guerra Civile Spagnola è un altro di quegli assurdi (e tremendi) crocevia della storia, dove spesso il caso, la fatalità, l’indeterminatezza dei rapporti tra gli uomini, finiscono per produrre e poi nascondere nel buio del tempo e nella nebbia degli equivoci, molti particolari, che quando riemergono sono un po’ come la fotografia di Capa, sull’autenticità della quale ancora si discute.

Nel 1994, Javier Cercas – giornalista spagnolo, non ancora noto al pubblico – in un periodo di crisi personale e professionale si imbatte durante un’intervista in una curiosa storia risalente alle ultime fasi della Guerra e che riguarda Rafael Sánchez Mazas, uno dei fondatori della Falange spagnola, ma anche scrittore e poeta di qualche talento, che alla fine della guerra sarà ministro e poi presidente del museo del Prado.

Sembra che Mazas, catturato dai repubblicani, sia incredibilmente sopravvissuto ad una fucilazione di massa, riuscendo successivamente a mettersi in salvo  grazie ad  un miliziano repubblicano che aveva fatto finta di non vederlo durante un rastrellamento.

Cercas, colpito dalla storia, inizia un percorso di ricerca delle fonti, di testimoni e di ricostruzione della verità, che si intreccia fortemente con la propria vicenda personale, finendo per scrivere un romanzo, Soldati di Salamina, che lo rende celebre a livello mondiale.

Monumento in ricordo della battaglia navale di Salamina 480 aC.

La lunga ricerca (che diviene una forma di ossessione, sorretta però da una tensione morale, da una attesa di verifiche e scoperte) termina in Francia, in un ospizio di Fontaine-Lès-Dijon, dove Cercas riesce ad incontrare finalmente Miralles, il miliziano che (secondo le sue ricerche) salvò Mazas, l’eroe che ha bisogno di incontrare, argomentando (non senza ragione) quanto tutti avremmo bisogno di conoscere un vero eroe.

Ma Miralles è vecchio, stanco e malato e, per giunta, non ha nessuna intenzione di parlare di quel lontano episodio. Poi, in qualche modo accetta e rievoca quel giorno ma senza ammettere il suo ruolo, il ruolo del soldato che ha salvato Sanchez Mazas.

“Mi dica una cosa. Sanchez Mazas e la sua famosa fucilazione l’attirano proprio tanto, non è vero?… Bah… al diavolo gli scrittori!

Dunque, tutto quello che andava cercando era un eroe. E quell’eroe sarei io, no? […] sa una cosa? Nella pace non ci sono eroi […] Gli eroi sono eroi solo quando muoiono o vengono ammazzati. Non ci sono eroi vivi, giovanotto. Tutti morti…”.

Il vecchio si commuove e Cercas si scusa.

“ Non mi chieda scusa giovanotto. Non ha fatto niente di male. E comunque alla sua età dovrebbe già aver imparato che gli uomini non chiedono scusa: fanno quello che fanno e dicono quello che dicono, e poi si tengono le conseguenze.”

Il vecchio comincia a parlare della guerra, delle altre guerre che poi ha fatto sotto altre bandiere, degli amici perduti, delle donne perdute, dell’inutilità di tutto questo. Poi si mette a piangere, con dignità.

“Miralles smise di parlare, prese il fazzoletto, si asciugò le lacrime, si soffiò il naso; lo fece senza alcun pudore, come se non si vergognasse a piangere in pubblico, al pari dei vecchi guerrieri omerici, come avrebbe fatto un soldato di Salamina”.

E dopo un po’ lo scrittore gli chiede:

“Lei cosa crede che abbia pensato?”

Risponde Miralles:

“Chi? Il soldato?  Niente.”

Ma ormai è sera, Cercas deve prendere il treno per tornare a casa. Ed è tempo di commiato.
Così arriva l’ultima parte, un dialogo tra i due, sulla strada davanti all’ospizio, mentre aspettano il taxi che porterà lo scrittore alla stazione.
Miralles (che non ha ancora ammesso niente) chiede a Cercas se lo può abbracciare.

“Sentii il rumore del bastone che cadeva sul marciapiede, sentii le sue braccia enormi che mi stringevano forte e le mie che a malapena riuscivano a cingerlo, mi sentii piccolo e fragile, sentii l’odore di medicinali e anni di vita al chiuso e verdura bollita e soprattutto odore di vecchiaia, e capii che quello era l’ingiusto e misero odore degli eroi”.

Poi arriva il taxi, Cercas sale, abbassa il finestrino e fa segno a Miralles di avvicinarsi, poi, quasi implorandolo chiesi:

“era lei, no?”

E dopo qualche istante Miralles sorride apertamente, con affetto, mostrando i denti guasti e risponde:

“No.”


The Heroes

Robert Capa, pseudonym of Endre Friedmann (1913-1954), is the Hungarian photographer who in 1936 became famous worldwide for a photo taken during the Spanish civil war, where he portrays a Republican army soldier shot dead by a bullet shot by the Francoists. This photo is among the most famous war photographs ever taken.
In 1947, during an interview, he confessed that on the third or fourth attempt to assault the militians he “put the camera over his head, and without looking, I photographed a soldier as he moved over the trench, that’s all. I haven’t I developed the photos immediately and sent them along with many others. I was in Spain for three months and on my return I was a famous photographer, because the camera I had over my head had captured a man when he was shot. Everybody said it was the best photo I had ever taken, and I hadn’t even framed it because I had the camera over my head.”
But the Spanish Civil War is another of those absurd (and terrible) crossroads of history, where chance, fatality and indeterminacy of relationships between men often end up producing and then hiding in the darkness of time and in the fog of misunderstandings, many details, which when re-emerge are a bit like Capa’s photography, about the authenticity of which is still being discussed.
In 1994, Javier Cercas – a Spanish journalist, not yet known to the public – during a period of personal and professional crisis, during an interview he came across a curious story dating back to the last stages of the war and concerning Rafael Sánchez Mazas, one of the founders of the Spanish phalanx, but also a writer and poet of some talent, who at the end of the war will be minister and then president of the Prado museum. It seems that Mazas, captured by the Republicans, has incredibly survived a mass shooting, succeeding subsequently in saving himself thanks to a Republican militiaman who had pretended not to see him during a round-up.
Cercas, struck by history, begins a path of research of sources, witnesses and reconstruction of truth, which is strongly intertwined with his own personal story, ending up writing a novel, “Soldiers of Salamina”, which makes him worldwide famous.
The long search (which becomes a form of obsession, however supported by a “moral” tension, by a wait for checks and discoveries) ends in France, in a hospice in Fontaine-Lès-Dijon, where Cercas finally meets Miralles, the militian who (according to his research) saved Mazas, the “hero” who needs to meet, arguing (not without reason) how much we all would need to meet a real hero.
But Miralles is old, tired and sick and, moreover, has no intention of talking about that distant episode.
Then, somehow he accepts and recalls that day but without admitting his role, the role of the soldier who saved Sanchez Mazas.
“Tell me one thing. Sanchez Mazas and his famous shooting are really attracting you, aren’t they? …. Bah … to hell with the writers! … So all you were looking for was a hero. And that hero would be me, right? […] do you know what? In peace there are no heroes […] Heroes are heroes only when they die or are killed. There are no living heroes, young man. All dead…”. The old man is moved and Cercas apologizes. “Don’t apologize, young man. You did nothing wrong. And yet at your age you should have already learned that men do not apologize: they do what they do and say what they say, and then the consequences are kept. The old man begins to talk about the war, the other wars he then waged under other flags, lost friends, lost women, the futility of all this.
Then she starts to cry, with dignity.
“Miralles stopped talking, took the handkerchief, wiped her tears, blew her nose; he did it without any shame, as if he were not ashamed to cry in public, like the old Homeric warriors, as a soldier of Salamina would have done. ” And after a while the writer asks him: “What do you think he thought?” “Who? The soldier? – says Miralles. – Nothing. ”
But now it is evening, Cercas must take the train to go home. And it’s time to say goodbye.
So comes the last part, a dialogue between the two, on the road in front of the hospice, while they wait for the taxi that will take the writer to the station.
Miralles (who has not yet admitted anything) asks Cercas if he can embrace him.
“I heard the noise of the stick that fell on the sidewalk, I felt his huge arms holding me tightly and mine that could barely gird him, I felt small and fragile, I smelled the smell of medicines and years of life indoors and boiled vegetables and above all the smell of the old age, and I understood that this was the unjust and miserable smell of the heroes ”.
Then the taxi arrives, Cercas gets in, lowers the window and gestures for Miralles to come closer, then “almost begging him I asked: it was you, wasn’t it?” And after a few moments Miralles smiles openly, with affection, showing her bad teeth and replies:
“No.”. “

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri (Roma, 1952) è uno scrittore, poeta visivo e fotografo, attivo sulla scena artistica fin dagli anni ’70. Il suo lavoro si concentra su simbolismo e allegoria, attraverso la realizzazione di mostre, installazioni di poesia visiva, immagini di valenza concettuale, e libri. Attualmente abita in provincia di Bologna, dopo aver vissuto in molte città italiane, a Londra e a New York.

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