In scena al Teatro Vascello, Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo, dal testo inedito di Fabrizia Ramondino diretto da Mario Martone.
Protagonista un impeccabile Lino Musella, insieme a Iaia Forte, Tania Garribba, Giorgio Pinto, India Santella e Matteo De Luca.

Di grande impatto visivo l’apertura: un sipario rosso che nasconde il corpo di Lino Musella, adagiato su una dormeuse da subito impegnato a lamentare un certo male di vivere di fronte al pubblico.
Il pubblico a cui si rivolge l’attore però non è seduto in platea, sembra piuttosto un pubblico interno, sfaccettato nel saliscendi di una melodia umorale a cui il protagonista è condannato.
Un musicista intrappolato nella morsa di un narcisismo depressivo, incompreso dalla critica, incompreso dalla sua stessa famiglia che congelata in quattro personaggi (sua madre, sua moglie, sua figlia e il promesso sposo della stessa), incompreso persino da se stesso.
Il suo scopo sarà quello di dimenarsi verbalmente alle catene dell’incomunicabilità umana, talvolta sprezzante, talvolta richiedente. Un orfano con desiderio di radice, un radicato con desiderio di essere orfano.

Un testo fitto, un flusso di coscienza a tratti ironico interpretato con precisione da Lino Musella.
Un salone dall’arredamento classico che pian piano verrà depredato di quasiasi bene materiale, simbolo di uno spoglio fisico e morale; i quadri, i divani, il lampadario verranno barattati con dei cartonati a forma di violino, come se la volontà personale del protagonista fosse quella di alleggerire materialmente il proprio corredo per affidare il senso del proprio disagio al simbolo della sua prima ossessione.
“Qual’è stato il primo suono che ha accompagnato la mia nascita?” chiede a sua madre, che perfettamente calata nella parte di una donna distratta e decisamente legata al mondo dell’apparenza, ha più fretta di partire con la sua cappelliera in ordine piuttosto che seguire amorevolmente le indagini di un figlio sull’orlo di una depressione maniacale.

Persino il letto verrà confiscato al protagonista: un setting bollente, una sorta di pulpito su cui rotolare i propri disperati tentativi di analisi, interrotti dalla realtà incarnata dagli altri attori presenti in scena, con l’unico compito di relazionarsi alla sua altalena psichica.
Mentre però il protagonista sembra vivo seppure schiacciato da un’angosciante sete di trovare pace, tutti gli altri poco convincono, stilizzati in una rigidità che risulta quasi amatoriale, seppur volutamente.
Il testo sembra voler suggerire che di fronte agli interrogativi esistenziali, tutto, persino chi ha condiviso o donato la vita in quanto madre, moglie o figlia, risultano fastidiose maschere.
Maria Rita Di Bari è un acquario del 1986. Si laurea in lingue con una tesi sulla giustizia letteraria dedicata a Sophia de Mello Breyner Andresen e scrive di critica teatrale e cinematografica per testate quali Repubblica.it, “O”, “Point Blank” e “InsideArt”. Ha pubblicato con Flanerì un racconto dal titolo “La fuga di Polonio”.







