Empatia. La doppiezza insolubile di una parola e del suo significato

La danse, Henri Matisse
La danse, Henri Matisse

Questa parola è per l’estetica un vero nome proprio: con empatia si intende tradurre il tedesco Einfühlung, perché sono stati un gruppo di studiosi tedeschi a creare e a fornire di solidi fondamenti teorici questo indirizzo di studi estetologici. La parola ha in sé una costitutiva ambiguità, una doppiezza insolubile, perché contemporaneamente significa:

a. il movimento che parte dal soggetto per dirigersi all’interno dell’Altro (dell’altro soggetto, dell’essere umano estraneo; o dell’oggetto, vivente o non-vivente), secondo una struttura polare, duale;
b. il processo di annullamento di tale alterità, del dualismo, della polarità: il farsi uno di due, proprio in virtù di quel movimento che diviene im-medesimazione.

[…] metaforizzo il senso, lo trans-porto fuori di me e dentro all’Altro, così che il mio senso, il mio sentire, il mio sentimento, diventa il suo, come se io fossi lui (in lui). Io sento dentro l’Altro con-sentendo con esso, com-patendolo. (A. Pinotti)

Il fascino di questo modo vitalistico, energetico di immaginare la comprensione di ciò che è fuori di noi è innegabile, e questo spiega la lunga storia di rapporti tra empatia e arte. L’ Espressionismo (storico e “americano” astratto), il Futurismo, l’arte materica sono tutti movimenti e occasioni artistiche legati da questo tentativo empatico di comprensione reciproca tra artista e mondo, tra fruitore e opera.

Ciò che fa problema è l’inevitabile coinvolgimento “psicologico” legato a questo tipo di comprensione/espressione artistica, e al significato che la parola porta con sé uscendo dagli ambiti strettamente estetici. Già Jung ha usato il Worringer di Astrazione ed empatia come esempio di testo descrittivo dell’introversione e dell’estroversione, usando una sorta di immagine liquida del senso, che travasandosi dal soggetto all’oggetto prevede meccanismi di svuotamento e riempimento nei quali starebbe la comprensione empatica.

L’uso comune della parola poi, quando ritorna a occuparsi dell’arte, sembra significare non una forma di comprensione ma quel metodo per rendere questa comprensione sostanzialmente ineffabile. Affidando all’empatia il compito di comprendere l’interno attraverso l’esterno, e pensandola come un’azione meramente psicologica, il soggetto “certifica” la comprensione dichiarando la sua immedesimazione: ma rendere quella comprensione un gesto sostanzialmente incomunicabile non rende un grande favore all’arte. Il fascino dell’empatia sta nel suo presentarsi come rapporto non-verbale, e questa manifestazione di superificie inganna molti sulla sua vera natura.

Il pericolo, nell’arte e nell’uso comune della parola, è quello di spingere troppo dalla parte soggettiva della relazione estetica (la parte a. della definizione data sopra). Io che mi immedesimo nell’altro empaticamente rischio di diventare – o fingo di non accorgermi di essere – l’unico arbitro della relazione, libero non di conoscere l’altro attraverso una vera com-passione ma di proiettare in lui, sostanzialmente, quello che mi pare. L’empatia diviene così solo una giustificazione per parlare di sé e dei propri gusti i quali – anche se, come vuole l’antico adagio, sono induscutibili – raramente sono sufficienti a motivare una reale comprensione, una vera relazione tra un soggetto e un oggetto, o tra due soggetti.

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini Dottore di ricerca in Estetica, dopo anni di attività universitaria a Roma, Ascoli, Narni in filosofia, scienze della formazione, informatica, ora è editor per un editore scientifico internazionale. Attivista antisessista, blogger compulsivo, ciclista assiduo, interessato a tutti gli usi e costumi del linguaggio.

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