Originale. Cosa resta quando finisce l’unicità delle opere.

Dangerous Games, 2008 Short Movie, M. Abramovic
Dangerous Games, 2008 Short Movie, M. Abramovic

L’importanza di essere originale e di produrre qualcosa di originale è una conquista storica nelle vicende culturali umane, e precisamente nasce in quel Rinascimento che ratifica l’uomo al centro di un creato che Dio stava cominciando ad abbandonare a se stesso.
L’originalità si contrappone all’imitazione, che dai tempi di Platone era stata l’unica regola possibile per l’arte; quindi, che sia un dono o una capacità insegnabile, l’originalità lotta contro le regole canonizzate, non è insegnabile (Kant) e riesce, unica, a tenere insieme aspetti soggettivi e oggettivi della produzione artistica.

Il Novecento vede la prima crisi dell’originalità come valore: l’epoca della «riproducibilità tecnica» distrugge il primato del modello, della ‘prima’, dell’unico esemplare museale, a favore di un’originalità dell’usabile, del fruibile, dell’economicamente distribuibile alle masse. Se prima, insomma, la fruibilità delle opere non aveva sostanzialmente importanza rispetto alla loro unicità, è ora sempre più vero che l’aspetto di usabilità (fruibilità e visibilità) è preponderante, sulla spinta di forze sociali inarrestabili – come già detto a proposito della moda.

Da un lato quindi l’esigenza di originalità ha spinto l’arte verso la forma espressiva della performance, irriproducibile per definizione, quindi originale per forza di cose; dall’altra ha riabilitato forme compositive che si basano proprio sulla mancanza di originalità in senso storico, promuovendo il campionamento, la citazione, la variazione come forme del tutto lecite e non più soggette a un giudizio discriminatorio dovuto appunto a non usare materiali assolutamente unici.

Come racconta bene Lev Manovitch nel suo ormai classico Il linguaggio dei nuovi media, queste nuove forme di originalità traggono ispirazione e materiali da una struttura dati che ormai soggiace a tutti i tipi di comunicazione: il database.  Nell’impossibilità di produrre un mai-visto, un non-ancora-pensato o un non-scritto-finora, gli artisti posso comunque affidarsi a una originalità differente ma non meno creativa: quella di mettere insieme cose già note per produrne altre, attraverso una logica combinatoria che diviene lei il solo elemento davvero originale nel lavoro terminato. Le opere del passato sono lì, a disposizione per farne delle nuove: tutta l’arte precedente può servire da materiale per nuova arte, senz’alcun timore reverenziale per i classici o le opere più note. Tutto si può sacrificare per ottenere una nuova narrazione – a patto che si abbia qualcosa da dire, la vera sfida della nuova originalità.

Oppure si può rendere originale la figura non tradizionale di autore: si moltiplicano i casi di collettivi o pseudonimi per gruppi, che nella musica o nella letteratura soprattutto non si svelano come identità tradizionali, per sfuggire alla logica soggettiva dell’uomo-originale, il genio, e alle sue pericolose derive autoritarie ed egoistiche.

L’originalità si fa quindi sempre più complessa, sfuggente, multiforme e di difficile individuazione. Non è da escludere che questa sia una forma di difesa da una omologazione sempre più ardua da respingere.

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini Dottore di ricerca in Estetica, dopo anni di attività universitaria a Roma, Ascoli, Narni in filosofia, scienze della formazione, informatica, ora è editor per un editore scientifico internazionale. Attivista antisessista, blogger compulsivo, ciclista assiduo, interessato a tutti gli usi e costumi del linguaggio.

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