Il vampiro allo specchio (the devil you know)

Secondo l’iconografia classica di certe creature del male, quella resa celebre da romanzi e film, un vero vampiro allo specchio non vedrà riflessa la sua immagine.
Assodato questo, possiamo dire altrettanto della sua ripugnanza per il sacro, la luce del sole e ovviamente gli specchi.

Béla Lugosi, Dracula 1931

Ebbene, con questo racconto forse riusciremo a prendere le distanze dai limiti del vampiro, tentando di ripercorrere la storia di questo essere delle tenebre, della cui esistenza Jean Jacques Rousseau si era detto certo. Potrebbe addirittura non essere necessario attingere alla materia macabra, ma come parlarne senza evocare qualche allegoria?

D’altra parte è facile fare dell’ironia, memori di una filmografia di genere spesso scadente, a 121 anni dalla pubblicazione del romanzo che rese celebre la figura del vampiro, scritto da Abraham Stocker, noto come Bram.  Le cronache ed il folklore ci vengono in aiuto, invitandoci al confronto con misteri primordiali: la morte, il sangue, l’amore, ma anche annotando come in tutti i paesi si siano sempre tramandate storie a riguardo dei succhiasangue.

Tra tutti i pericoli naturali, quello del vampiro fu il più crudele e sanguinario perché affiorante dai recessi del subscosciente, da un mondo a latere a cui la fantasia di ogni tempo, e poi la letteratura e il cinema, attinsero a piene mai.

Come asseriva il Professor Abraham Van Helsing:

…Perché, lasciatemelo dire, il vampiro è conosciuto ovunque siano esistiti gli uomini, nell’antica Grecia, nell’antica Roma, in Germania, in India, in Francia, nel Chersoneso, in Cina…” e in Romania ed Ungheria, nel Tibet, nell’Africa del nord, nel Borneo, nell’America del nord e del sud, in Polinesia, in Australia, nel Nepal , nell’antico Egitto e… nella civilissima Gran Bretagna.

Nel gennaio del 1973, in Inghilterra, un uomo morì in circostanze misteriose. Il caso venne affidato ad un giovane poliziotto di nome John Pye, il quale si rese immediatamente conto di avere a che fare con una faccenda insolita. Sin dal suo primo sopralluogo, infatti, tutto parve essere molto strano. Il luogo ove fu rinvenuto il cadavere non era solo immerso nella più completa oscurità, ma era anche teatro di una scena incredibile: l’intera stanza era cosparsa di sale, che era anche contenuto in due sacchetti accanto al viso del morto e in mezzo alle gambe. L’uomo aveva inoltre mescolato sangue e orina in vari recipienti sparsi e sul davanzale aveva posto una scodella capovolta che copriva un miscuglio di escrementi umani e aglio.

Il morto era Demetrious Myciura, un polacco che da 25 anni abitava in Inghilterra e lavorava come vasaio a Stocke-on-Trent, località famosa per le ceramiche. Quella cittadina era allora come tante altre, deturpate dalle ciminiere delle fabbriche, con la statua di Josiah Wedgwood, il creatore dell’industria della ceramica, al centro della piazza, che era attorniata da casette piccole, strette le une alle altre.

Ma esiste una zona più isolata in cui sorgono costruzioni un po’ tetre, note come “Le ville”, e in una di queste, la numero 3, Myciura trovò la morte. All’atto dell’autopsia, quella che sembrava una cipollina sottaceto, causa della morte per soffocamento, risultò essere uno spicchio d’aglio. Il poliziotto, incuriosito dalla vicenda, si recò alla biblioteca civica, dove ebbe la conferma dei suoi sospetti. Mentre l’aglio e il sale dovevano tenere lontano i vampiri, quelle misture sul davanzale dovevano… attirarli.

Che Myciura, nell’estremo tentativo di salvarsi dal vampiro che aveva invitato, avesse dormito con uno spicchio d’aglio in bocca?

Abbiate pazienza e lo saprete.

Quarant’anni prima dell’episodio di cui vi ho parlato, durante la fine degli anni 20 del secolo scorso, il vampiro aveva già un suo ben consolidato posto nel pantheon dei mostri orrifici, tra licantropi, streghe e fantasmi. Per un pubblico avido di sensazioni, una compagnia teatrale di New York adattò il romanzo di Stocker. L’autore stesso aveva provveduto per primo a farne una commedia horror, molti anni prima.

Accadde poi che un impresario americano di belle speranze s’innamorasse dell’opera e decidesse di realizzarne la trasposizione cinematografica. Ad impersonare Dracula, Lon Chaney, l’uomo dai mille volti. Questo, se la morte non l’avesse raggiunto d’improvviso, favorendo per la parte un attore ungherese, Béla Lugosi.

E se coloro che, amanti del mistero, vi volessero intravedere un fatto fuori dall’ordinario, alla Rosmary’s Baby, sarebbero presto delusi. Béla aveva interpretato per anni quel personaggio a teatro, ottenendo successi dalla costa est alla costa ovest degli States.

Meritava dunque la parte, sebbene fosse meno noto di Chaney. E non servirà a nulla che qualcuno rammenti che lo stesso Béla, anni dopo, sembrò impazzire, credendosi egli stesso un vampiro, fino a farsi seppellire con indosso gli abiti di scena.
Si trattò solo di voci, pettegolezzi diffusi da certe testate scandalistiche?

Di fatto fu affetto da una dipendenza da morfina, in un primo tempo somministrata per una sciatica, e, per disintossicarsi, decise di farsi ricoverare in una casa di cura. Quanto al resto, quando morì, moglie e figlio ebbero l’idea di vestirlo col suo abito da vampiro, il personaggio più famoso tra quelli interpretati.

Nessun mistero, dunque. Forse no.
Rimane il fascino senza tempo che emanava, nel suo incedere e nelle sue movenze, gli occhi lampeggianti, indimenticabili.

Ted Browning diresse Béla in quel film del 1931, mentre in contemporanea ne veniva girata una versione spagnola. Le riprese del primo avvenivano di giorno, mentre di notte, con le stesse location, ma un diverso cast ed un altro regista, si allestiva un altro film. Per la produzione era necessario controllare il budget, ma qualcuno si chiese se non ci fosse stato un altro motivo…

Precedenti, non meno curiosi, nell’opera del 1913 di Friedrich Wilhelm Murnau, che rappresentò un vero plagio dell’opera di Stocker (non ne pagò i diritti); dopo aver perso il processo intentato dagli eredi, fu condannato a bruciare tutte le copie del suo film. Un film in cui forse lui stesso, sotto falso nome e abilmente truccato, aveva interpretato Dracula (personaggio rinominato in seguito Conte Orlok).

Alla sua corte si trovò per un certo periodo anche un ventenne Alfred Hitchcock, con il desiderio di apprendere i trucchi del mestiere a Babelsberg, la Hollywood di Berlino.

Per fortuna, una copia de Il Vampiro Nosferatu si salvò, nascosta da Murnau, così che il regista Werner Herzog, nel 1979, poté prendere spunto per il suo Nosferatu, una delle interpretazioni più suggestive dell’attore Klaus Kinski.

Se Béla Lugosi fu il Dracula più affascinante, Orlock e Nosferatu i più terrifici, Christopher Lee divenne il più famoso di una prolifica cinematografia e spiegò così l’interesse che destava la figura del vampiro:

“Dracula è l’immagine di un uomo dotato di fascino erotico, che le donne trovano eccitante. Per alcuni aspetti esso rappresenta quello che ognuno di noi vorrebbe essere a volte. Il peccatore e l’antieroe per eccellenza”.

Per la controparte femminile, nell’immaginario Hollywoodiano, venne consacrata Theda Bara. Femme fatale, per la quale si coniò il termine vamp, imperversò nelle pellicole dal 1917 al 1926, con quel suo nome anagrammato da Arab death (morte araba). La prima apparizione sullo schermo avvenne nel film C’era uno sciocco e poi Il bacio del vampiro e la sua immagine di mangiatrice di uomini, che rovinava i suoi amanti, divenne un classico della leggenda popolare: sensuale, irresistibile e spietatamente crudele, appunto vampira.

Tanto che il reverendo Montague Summers, che a lungo aveva scritto a proposito, asserì che “….consciamente o inconsciamente ci si è resi conto che la tradizione popolare sui vampiri contiene molta più verità di quella che le persone comuni possano capire e ammettere…”.

Summers scrisse ne Il vampiro suoi amici e parenti, di apprezzare i primi quattro capitoli del Dracula di Bram Stocker ma avrebbe voluto che il resto della narrazione “fosse allo stesso livello”. Aggiunse che il libro dovette la sua fortuna alla scelta del soggetto, considerandolo solo a tratti avvincente. Più tardi, lettori colti del libro quali Antony Boucher, affermarono che “si era trattato di un capolavoro del genere, ma non di un capolavoro letterario”.

Ancora una volta la letteratura horror veniva relegata a fanalino di coda, al pari dei gialli e di Sherlock Holmes.
Eppure, lasciatemelo dire, il libro è magnifico e le sue imperfezioni lo rendono come i cinesi dicono debbano essere i capolavori: incrinati qua e là.

D’altra parte è vero che Stocker, quanto a descrizioni, era impulsivo: molte pagine trasudano di sentimentalismo, stucchevole tanto quanto il moralismo perbenista che aleggia su tutta la sua opera. Ma questo non toglie alcunché alla vis creativa, alla forza della narrazione. Si tratta di un romanzo gotico, dopotutto, genere figlio del romanticismo (che abbracciò sia il gotico che il gotico nero, e che fiorì dalla metà del settecento fino ai primi del novecento).

In quei lavori di fantasia ci si trovava ad avere a che fare con dei bruti, sovente italiani e scuri di capelli, che volevano ghermire, con intenzioni tutt’altro che caste, indifese damigelle.

La sessualità, partecipe del gioco, repressa nell’immaginazione del lettore, esplodeva in pagine che offrivano l’alibi della condanna. Un altro sgambetto della letteratura e del suo gioco infinito di specchi, che rende partecipi, ma permette di mantenersi “estranei ai fatti”.

Per solito in questa letteratura trionfava il bene e il salvatore era quasi sempre un giovane dai capelli chiari, inoffensivo a riguardo di propositi sessuali, con cui la fanciulla convolava a giuste nozze.

La maggior parte dei grandi scrittori gotici annoverano storie con le stesse caratteristiche: Robert Walpole con Il castello di Otranto, del 1764, fu il primo e Leonard Wolf lo definì, due secoli dopo, alquanto bizzarro. Docente di letteratura inglese all’università di San Francisco, Wolf istituì un corso universitario sulla figura di Dracula e scrisse a proposito di Walpole: “….poté immaginare di farsi costruire un castello di pietra e stucco, incrostato di frammenti e vetrate medievali, statue ed armature: il castello della Fragola fu una costruzione che abbondava di balaustre, scale, tetti spioventi, finestre gotiche”.

Ma a quei tempi, questa prima ambientazione fu d’effetto e gettò le basi di un genere che prosperò ben più tardi del periodo gotico medievale da cui trasse ispirazione.

Harry Ludlum, biografo di Stocker, mostrò un rapimento estatico per quel tiranno Alfredo de Il castello… (anche se oggi il libro sembra l’incubo di un antiquario affetto da ossessioni).

Il romanzo gotico meglio riuscito fu di certo il Mistero di Udolfo di Ann Radcliffe del 1784 e ancor più il successivo, L’italiano : malvagio, sinistro e raffinatamente diabolico, tanto quanto lo sarà l’indimenticato Hithcliff in Cime tempestose di Emily Brontë. Ma se il secondo era mosso da straziante amore, il primo suscitò orrore, ventilando financo l’incesto. Sembrava che si ricorresse al sordido proprio per risvegliare il ribrezzo del lettore. Il riferimento parve più esplicito ne Il Monaco, di Matthew G. Lewis, che a soli 19 anni, nel 1796, godette nel descrivere le stravaganze del suo antieroe malvagio.

La struttura più complessa la troviamo in Melmoth il vagabondo, di Charles Maturin, in cui il goticismo trionfa in descrizioni di cripte, celle, scudisci, cannibalismo e perdizione eterna, come imponeva il gusto dell’epoca (basti pesare che la prima versione del Faust di Goethe, nota come Urfaust, risale al 1775).

Ma Dracula deve molto sopratutto a due romanzi: Il vampiro di John Polidori e Varney il vampiro di P. Thomas Prest e M. James Rymer, il primo scritto durante un misterioso soggiorno di letterati, a Ginevra, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo di Polvere di stelle.

Ma quello che rende il romanzo di Stocker geniale rispetto ai precedenti è che abbia saputo creare un preciso background storico attorno al personaggio. Grazie al consiglio di un amico ungherese –Arminius Vambery– Bram trovò nella figura di Vlad Tepes, detto l’impalatore, della stirpe dei Dracul, il nome e il passato giusto per la sua creatura.

L’apprezzamento più genuino e profetico a Stocker, venne da sua madre:

Mio caro, (Dracula) è splendido, molto al di sopra di quanto hai scritto finora. Sono sicura che ti situerà in alto tra gli scrittori della nostra epoca. Nessun libro dopo il Frankstein della signora Shelley, nessun altro libro si avvicina al tuo per originalità o per la capacità di suscitare terrore” e aggiunse: “Poe aleggia dappertutto”, confermando il nostro sospetto che Stocker avesse attinto anche a certe atmosfere.

Verrebbe voglia di saperne di più su Bram, questo matematico di Dublino, che sviluppò interesse per la letteratura e il teatro, la cui vita fu cambiata per sempre dall’incontro con l’attore Henry Irving, del quale divenne segretario personale fino alla morte di questi.

Scrisse il già citato Henry Ludlum:

Critici, psicologi e altri hanno esaminato a fondo l’opera in cerca di significati reconditi al di là del raggelante terrore di Stocker. Il geniale gigante dalla barba rossa sarebbe scoppiato a ridere davanti a simili stupidaggini”.

Ma a dispetto di queste parole, anni più tardi, Antony Boucher si domandò “come mai il più famoso romanzo dell’orrore in lingua inglese fosse stato scritto da uno che aveva iniziato la sua carriera scrivendo de “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”.

Personalmente trovo curioso un altro fatto e cioè come le successive opere, dopo la morte di Irving, siano apparse così dissimili da Dracula, pur trattando il tema horror. Penso che Irving fosse stato per Stoker un amico, oltre ad un mentore, e che senza dubbio avesse acceso la sua immaginazione.

Di certo è più facile apprezzare, che non spiegare la genialità di un autore in relazione alla sua opera.

Grazie a questo Dubliner, il mistero dei vampiri continua ad imperversare e a trovare nuove strade per raggiungerci, come accade con le serie tv: Vampire diaries, Twilight, Buffy e molte altre.
Quando la sua ombra non si allunga dietro fatti di cronaca nera, come quello di Myciura.

A proposito: il poliziotto che indagò sui fatti, scoprì che quell’ungherese aveva perso tutto ciò che possedeva a causa della guerra, famiglia compresa, e ne era stato tanto provato da identificare il male che l’aveva perseguitato con la figura del vampiro.
Al modo del personaggio di Renfield in Dracula.

Esclusa l’ipotesi del suicidio, alla fine si pensò che avesse voluto difendersi in un accesso di follia, il caso fu archiviato e risulta ancora tra i casi insoluti.

Certo che, per venire a patti con l’altra parte di noi, si rischia la dannazione. Proprio come accadde a Faust.

Per parte mia non posso che dar ragione a Leonard Wolf :

Il vampiro nello specchio c’è, ma non lo riconosciamo, perché è proprio il nostro viso a celarlo…”

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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