Un’estate stregata

Mary e Percy Shelley, Byron, Polidori a Villa Diodati

Dove non vi è immaginazione non vi è orrore Arthur Conan Doyle

Avete mai vissuto un’estate stregata? Da ragazza non avevo dubbi: l’avrei trascorsa nei pressi di una casa settecentesca nelle Marche, Palazzo V., il cui nome non posso ancora pronunciare senza sentire un brivido lungo la schiena.

Ero certa, allora come oggi, che fosse suggestiva tanto quanto la celebre residenza di Ginevra, culla del genio gotico, sebbene la prima dominasse una valle fluviale e la seconda un lago.

Sareste dello stesso parere se vedeste questo palazzo italiano stagliarsi tra i pini della collina, presso l’orrido di un calanco. Su di una facciata si ergeva il colonnato, dove un tempo giungevano le carrozze. Sull’altra una scalinata, che dai saloni portava dabbasso, nel parco, con lo spiazzo dei déjeuners che sembrava ancora frusciare di antiche crinoline.
La cappella di famiglia, poco distante, si apriva su di una cripta, con tanto d’iscrizione latina corredata dallo stemma del capostipite: “Per volere di Ruggero V. questa cappella fu eretta…”.

Più in là venivano le case della servitù e le stalle. In tempo molto lontano, una porzione di questo edificio aveva ospitato un frantoio.
All’esterno una targa ricorda che, proprio lì, un ragazzo, sorpreso a dormire, fu fucilato dai tedeschi. Lo avevano scambiato per un partigiano. Un episodio triste di una narrazione più spesso fantasiosa: di fatti inspiegabili se ne raccontarono tanti nel corso dei secoli.

Un luogo spettrale ancora oggi, a settant’anni dall’incendio che lo fece ardere per tre giorni, nel 1944.
Mentre percorro i viali solitari del podere, tra edifici più pericolanti di quanto non ricordassi, ascolto un cigolio provenire dalle stalle e poco dopo un’imposta sbatte senza che ci sia vento. Mi pare anche di ascoltare un fruscio nei pressi di un portoncino, quasi un invito a farmi dappresso…

Tutto ha avuto inizio in un’estate simile a questa, piovosa…

Tutta la mia passione per il gotico, i vampiri ed i fantasmi, ma pure per la letteratura, era emersa leggendo di un certo convegno avvenuto nel 1816.

Un anno prima di questa data, la furia di un vulcano si era risvegliata e, al pari dei terremoti delle nostre contrade, aveva sospeso il tempo. La causa di quei cambiamenti climatici non era conosciuta allora, ma l’atmosfera, satura di ceneri vulcaniche, aveva impedito ai raggi del sole di filtrare, provocando un abbassamento delle temperature e della luminosità, cui erano seguiti carestie e disagi.

E la casualità non manca d’effetto, dato che anche in questi giorni si parla di un vulcano in attività.
Ma di certe coincidenze sarebbe saggio tacere, del perché di certe notti, dense di magia, che però acquisiscono potere se raccontate...
Ve ne parlerò a modo mio, anche se hanno ispirato altri prima di me. Giornalisti, scrittori. Oltre a diversi film che rimangono nella memoria a seconda dell’emozione che han saputo suscitare.

Gothic di Ken Russel realizzato nel 1986, L’estate stregata di Ivan Passer e Remando nel vento di Gonzalo Suarez, entrambe del 1988, o il più recente Mary Shelley di Haifaa al-Mansour (2017).

Mad, bad and dangerous to know (pazzi, cattivi e pericolosi da conoscere), i protagonisti della nostra storia, furono anch’essi maledetti, perché sprezzanti dell’ipocrisia del tempo.

E se questo non sarà servito a tenervi alla larga da loro, allora siete pronti a seguirmi.

Basterà che vi affacciate ad una ringhiera di ferro battuto: siamo in un albergo sul lago di Lemano, in Svizzera, nella primavera del 1816.
Dabbasso chiacchiera gente il cui domani sarebbe sempre stato uguale all’oggi: tanta conversazione ed un’ennesima gita sul lago di Ginevra…

A questo che sto per dirvi potrete non credere e molte di queste notizie non troveranno riscontro nel panorama del web, perché fanno parte di ricerche che iniziai alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, quando internet ancora non c’era.
Ma vi assicuro che saranno ben altre le cose di cui dovrete venire a capo al termine della nostra storia.

Ebbene, venni a sapere che il proprietario dell’hotel aveva installato un potente telescopio presso il lago, non tanto per ammirare il panorama, quanto per consentire ai suoi ospiti di spiare certi esuli sull’altra sponda. Gli stessi ospiti che, secondo un principio altamente morale, li avrebbero scansati nella vita di società. Mentre le ragazze avrebbero nascosto ardori languidi e rossore di gote, al pensiero di poter spiare un certo affascinante poeta, che aveva fama di dissoluto.

Dall’altra parte del lago si affacciava Villa Diodati e i personaggi che venivano osservati, a loro insaputa, vi si riunirono quell’anno.
La vista di laggiù era spaziosa ed incantevole a tutte le ore del giorno e fu facile per quei viaggiatori eleggerla a residenza. Ammirando la pietra grigia, ma anche percorrendo le sale e lo spazioso pianterreno della casa, con un ingresso vagamente baronale, un grande salone e un’elegante sala da pranzo, si aveva la sensazione di penetrare un segreto.

Vicino alla villa, separata solo da un vigneto, c’era la casetta che Percy Bysshe Shelley aveva affittato per sé, la sua compagna e la sorella di costei. Lui e George Gordon Byron (sesto barone del suo casato) avevano deciso di lasciare l’Hotel d’Inghilterra, sull’altra sponda del lago, perché troppo caro, ma pure persuasi che la morbosità dei turisti inglesi, nei loro confronti, non sarebbe scemata tanto presto.

La colpa di Byron era stata il legame incestuoso con la sorellastra, quella di Shelley di aver abbandonato moglie e figli per fuggire con la giovine figlia di un letterato, Mary Wollstonecraft Godwin, con la quale viaggiava da quattro anni. Per di più, la sorellastra di costei, Claire Clairmont, appena sedicenne, aveva raggiunto la comitiva travestita da paggio, al seguito del barone, ed ora era in attesa di un bimbo; come se non bastasse per la morale dell’epoca, li accompagnava un chiacchierato medico, John William Polidori.

Tutti assieme ancorarono l’imbarcazione, appena comprata, nella piccola darsena sotto Villa Diodati. Un luogo dove si apprestarono ad alternare ozi e fatiche letterarie, ricevendo frequenti visite da “Monk” Lewis, nomignolo affibbiato a Matthew Gregory Lewis, allora giovane autore di un romanzo considerato oltraggioso, Il Monaco.

In quella “splendida e sconvolgente riunione” (così la defini Antony Boucher, uno dei critici più colti della letteratura gotica), molte cose accaddero.

Qui inizia anche la leggenda di quel che poté produrre spavento, sgomento e raccapriccio nei nostri eroi. Solo l’immaginazione può mutare in orrore la paura (o il grottesco, come nella mise en scène di quei giorni allestita da Russell, nel film Gothic).
E adesso, per proseguire, è necessario che il lettore e l’autore del pezzo siano complici, due compagni del gioco essenziale che è la letteratura…

Erano giornate strane, in cui faceva scuro a mezzogiorno, il lago tempestoso ed il cielo plumbeo squarciato dai lampi. Gli spettri, reali o evocati, tra brandy e laudano, si manifestavano sinistri facendo urlare di paura il povero Percy.

Il 16 giugno, per l’appunto, l’accecante bagliore di un fulmine aveva sconvolto la notte, mentre intorno alla casa il vento ululava. Mary ed il suo futuro marito avevano deciso di trattenersi a palazzo. Ma l’improvviso scroscio del tuono aveva fatto balzare tutti in piedi:

Gli dei sono arrabbiati, ma a me il temporale piace”, aveva detto cupamente George, ”Sapete se ci sono fantasmi da queste parti? Il fantasma della mia famiglia passeggia sempre a Newstead nelle notti tempestose…

Non ci sono fantasmi che io sappia” disse Shelley rabbrividendo

Allora fabbrichiamone uno sulla carta: mi domando chi tra noi saprebbe scrivere la più bella storia di fantasmi”.

Claire protestò che avrebbe voluto cantare, come ogni sera, mentre Mary aveva una mezza idea su certe idee di Galvani, anche se un sogno più dettagliato l’attendeva, come avrebbe raccontato in seguito…

L’uomo ha sempre tenuto un duplice comportamento al cospetto del paranormale: se da un lato lo rifugge, dall’altra ne cade vittima.

Le creature orrifiche che nel passato vivevano in luoghi di difficile accesso, dopo quella notte, vennero liberate e presero a vagare tra le pagine della letteratura. Persino i laboratori scientifici assunsero una sinistra fama, proprio come le grotte dei draghi o l’antro di un vampiro:
Al tremolio della luce che stava per spegnersi vidi gli occhi gialli della creatura che si aprivano, respirava a fatica e movimenti convulsi facevano fremere le sue membra…” scrisse Mary nel suo Frankstein o moderno Prometeo

Riuniti attorno al fuoco scoppiettante del camino, mentre fuori la burrasca imperversava, il gruppo di letterati aveva ingannato il tempo leggendo storie tedesche di fantasmi. E la sfida a scriverne, intesa da Byron, consisteva nella descrizione di “qualsiasi soggetto che dipingesse il mostruoso, l’orrendo, l’insolito”.

Il solo pensiero di un fantasma rendeva Shelley preda del terrore, ma incoraggiò la compagnia a scriverne, mentre George recitava un verso di Samuel Taylor Coleridge: “Orrendo, deforme, pallido…”.

Era il petto della strega dell’opera Christabell, che Shelley credette di vedere nella sala, tra i baluginii delle luci delle candele. L’apparizione la ricorderete anche voi nel film di Russell: una donna con seni dotati di occhi al posto dei capezzoli.
Mi sembra di vederla! Là, là!

Forse sarebbe meglio se Claire cantasse”, azzardò Mary

Ma Shelley puntava il dito con un’espressione selvaggia in direzione della finestra: “Anche il suo bimbo muore di fame per colpa di quegli occhi senza vita!”

Byron intervenne a calmarlo: ”Amico mio, il male esiste: lo sa Dio quanto ne ho trovato in me stesso”.

Solo perché potete agire contro natura?azzardò Polidori, che fino allora era rimasto in silenzio.

Shelley lo guardò stupito, cercando di dominarsi.

Il cinico Shelley, l’ateo Shelley, aveva un cuore d’oro e appena fu più calmo, evitò lo sguardo di tutti: “Questa è un’amichevolissima discussione, Mary, sto solo cercando di convincere George che, anche se ne siamo atterriti, il male non esiste al di fuori di noi. Non c’è nessun male nella natura. Il male è solo una creazione dell’uomo”

E l’uomo non è forse stato creato dalla natura? Suvvia Shelley, vi contraddite”, ribatté Byron: “questa notte, noi lo incontreremo, incontreremo il male ”e, così dicendo, mise mano al suo racconto La sepoltura.

Anche John Polidori compose una novella, su di un vampiro, e introdusse nella letteratura inglese il perverso Lord Ruthven, con il mortale occhio grigio che ammaliava. C’è da dire che Byron aveva fama di tombeur de femmes e che, con quella descrizione, John voleva proprio colpire l’uomo cui era legato sentimentalmente, facendo dell’ironia. Ma non poteva sapere che quel suo scritto avrebbe ispirato l’autore di Varney il vampiro, precursore del Dracula di Bram Stocker, a mio parere uno dei romanzi più terrificanti che siano mai stati concepiti.

E ora, sebbene sia chi scrive ad avere in mano le carte, il lettore può stravolgerle del tutto con la forza dell’immaginazione… o della ragione. Non è forse la consuetudine alla normalità, un mostro ben più temibile della difformità?

Intuiamo che quella notte il dado fu tratto, la morte derisa e lo spirito iconico del male infettò il destino. Come in altri racconti scritti o da scrivere

Sfidare la sorte non si addice ai mortali, vorremmo chiosare per mantenere l’allure.
Furono solo coincidenze la serie di eventi sfortunati che seguirono?

La perdita dell’amata figlioletta che Shelley ebbe da Mary, in primis, poi fu la volta del poeta stesso, che fece naufragio con la sua goletta a Viareggio.

Annegò, come la prima moglie, pur senza aver scelto, come lei, di suicidarsi. Mentre Mary Godwin, divenuta sposa e presto vedova del suo Percy, gli sopravvisse, al pari dell’altra sua creatura, Frankstein. Allegra, figlia di Claire e George, morì in un convento a soli cinque anni. Matthew Lewis spirò di febbre due anni dopo le notti ginevrine, di ritorno da un viaggio in nave. Byron fu ucciso a Missolungi, nel 1924, in una battaglia per liberare la Grecia dagli Ottomani… ed il suicidio di Polidori, nel 1921, rimane ancora avvolto nel mistero.

Ma dato che nell’orrore tutto è grande e fuori dalle comuni misure umane, il lettore è avvertito: in un racconto, si cerca la verità a due.

Mi incammino per il viottolo battuto dalla pioggia in direzione del cancello; palazzo Vallemani e i suoi fantasmi alle mie spalle. A casa mi aspetta un fuoco accesso, un buon tè ed un libro: una prospettiva lieta in questa sera di maggio insolitamente umida. Proseguo allora di buon passo; se mi voltassi, sono sicura che potrei intravedere quelle strane luci che si dice appaiano attorno ai ruderi all’imbrunire. Il crepitio della pioggia sui rovi si fa intenso e la maledizione che incombe sul luogo, in questo momento, sembra reale… come le raccomandazioni di non sostarvi mai di notte…

Dietro di me echeggia il richiamo di una civetta e poi una gelida folata di vento si alza, reale e immaginaria ad un tempo.

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

1 commento

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  • Ohhh Jo !! Come se davvero avessi conosciuto tutti di persona e fossi stata lí anche tu !!! Ma come fai ?! …a scrivere cosí bene….oppure…eri davvero lí con loro !!!