Il mio nome è Edelman. Rintraccio tesori.

Forse non è necessario sapere chi sia Eugene Edelman.
Certo, se il nome fosse Bond (My name is Bond, James Bond), squarcerebbe il velo del mistero. Modi di dire entrati nella leggenda, come quello di Harvey Keitel in Pulp Fiction: I am Mr Wolfe, I solve problems. Anche lì una presentazione, anche lì un motto celebre per i cinefili del grande schermo.

Se il signor Edelman sbucasse dalla nebbia, con indosso un trench alla Bogart e il classico homburg sul capo, potremmo convincerci di essere in una serie Netflix. L’inimmaginabile è tra noi, non ce ne rendiamo conto perché qui appare come un elegante bon vivant, in un salotto sontuoso attorniato da cimeli e opere d’arte:

Il mio nome è Edelman, rintraccio tesori.

Un trailer ambientato nel glorioso winter garden del St Regis Florence gli spetterebbe di diritto:

Inquadratura del bar sotto le arcate, con un antico trompe l’oeil sullo sfondo, un cameriere intento allo spettacolare rituale del sabrage dello champagne. Panoramica del locale: poltrone aragosta attorno ai tavoli, illuminazione diffusa dall’alto delle vetrate, gente che conversa.

Calcolando angoli, riflessioni e retroilluminazione, zoommare su quel signore con gli occhiali tondi dalle lenti sfumate, seduto ad un tavolo; ha modi raffinati, indossa un abito di alta sartoria, con cravatta Zegna, un’aria charmant con un pizzico di civetteria. Sorride amabilmente ad una donna bionda di fronte a lui che sorseggia un cocktail. Appena un guizzo rapidissimo, nel suo volgere il capo a sinistra, come se si sentisse osservato…

immagine per Il mio nome è Edelman
Il winter garden del St. Regis Florence

Forse non è necessario sapere chi sia Eugene Edelman, dove sia nato o la sua biografia. Nella realtà ci basta che abbia coltivato due passioni sfavillanti: il cinema e l’antiquariato

Da chi è stato fatto? Per chi? Come se ne è venuti in possesso? Guerra? Rivoluzione? E’ stato rubato?”

Un capriccio degno di Tolstoj, quello di rintracciare le vite parallele di arredi e materiali scenici: “Se il tuo intuito ti dice che un oggetto è significativo, sai che ha una storia”.

Appresi di Edelman un paio di decenni fa e da allora, quando vedo un film, non posso evitare di fermare l’immagine per esaminare come sia stato allestito un interno. Oggi mi capita di riconoscere le location e gli arredi, da un film ad un altro, un destino che un tempo era riservato solo a oggetti di grande pregio.

Nell’epoca d’oro del cinema, certi cineasti facevano a gara per procurarsi delle opere d’arte da impiegare nelle scenografie. In Wedding March, il regista bloccò la lavorazione del film in attesa che gli fosse consegnato un letto russo dell’800: Erich von Stroheim si rifiutò di far morire la principessa della storia in un letto che non fosse un pezzo autentico.

A Edelman certe inclinazioni non sfuggirono e con suo cugino Marc Wanamaker, consulente storico e proprietario degli archivi Bison di Hollywood, si impegnò in un’opera singolare che lo portò fino al salotto di zia Pittypat di Via col vento (Gone with the Wind, 1939, di Victor Fleming).

Cosa c’entri la zia Pittypat con la nostra storia ve lo dirò presto.

Eugene aveva solo dodici anni, si racconta, quando rinvenne nella soffitta della sua casa di Mosca un paio di poltrone russe del XVIII secolo. Da lì scoprì che la sua abitazione in via Tropokin, risalente a prima della rivoluzione, era stata costruita da Denis Vasil’evic Davydov.

Costui fu il rampollo di un’aristocratica famiglia russa, poeta edonista di una certa fama, tanto da finire menzionato da Tolstoj in Guerra e Pace. Sulla stessa via, Edelman scoprì una casa appartenuta ad Alexandr Puškin e cercò di sapere che fine avesse fatto il mobilio che l’arredava. Curiosità ed intuito.

Questa inclinazione gli sarebbe stata utile quando, appena venticinquenne, sarebbe divenuto regista di drammi tratti da Checov e Gogol per la televisione sovietica. Dove avrebbe potuto trovare il materiale scenico, visto che a quei tempi gli studi cinematografici ne erano sprovvisti? Le sue ricerche si estesero a largo raggio: tra i contadini che avevano conservato oggetti razziati dopo la caduta degli zar e presso il museo della rivoluzione.

Quando ebbe 30 anni, gli fu notificata l’espulsione dal territorio sovietico. Sembra che avesse chiesto un visto per recarsi in Europa a conoscere Sam Wanamaker, un regista americano che abitava a Londra. Perse tutta la sua collezione di mobili e oggetti preziosi, ma poté recarsi negli Stati Uniti.

Di ritorno dalla mecca del cinema, si stabilì a Londra, dando prova del suo talento: riconobbe tra i quadri esposti al mercatino di Portobello’s Road dei dipinti fiamminghi di grande valore, che l’esperto di Christie’s dichiarò essere opera di Theobald Michau. Il primo guadagno in occidente rese ad Edelman 10 volte il denaro sborsato.

Vi ricordate la scena di Via col vento, dove la bella protagonista si aggiustava allo specchio il cappellino verde, regalo di Rhett Butler? L’azione si svolgeva ad Atlanta, dove Scarlett O’Hara era ospite durante la vedovanza.

Certo, noi spettatori eravamo del tutto dimentichi di trovarci a casa di zia Pittypat, tanto eravamo presi dalle fossette di Vivien Leigh e dallo sguardo da sciupafemmine di Clark Gable, col sopracciglio alzato e l’aria di chi la sa lunga sulle donne…

Ma se avessimo avuto l’occhio di Edelman per l’arte, non ci sarebbe sfuggito un particolare importante della scenografia. Come sfoderasse la sua abilità è mistero degno di una leggenda, ma se avrete l’occasione di rivedere il film, fateci caso.

Alle spalle degli attori intenti nel duetto amoroso, tra due finestre adorne di vaporosi tendaggi, c’è appeso un bassorilievo. Edelman lo identificò riguardando la scena alla moviola: era proprio un gesso dipinto tra il 1820 e il 1850, ispirato a Il giorno e la notte di Bertel Thorvaldsen.

Lo acquistò direttamente dalla Paramount e, in men che non si dica, quell’oggetto si trasferì dal soggiorno di zia Pittypat alla parete del suo appartamento. O così parve a noi amanti del cinema: ecco perché Edelman divenne ai miei occhi un personaggio da film.

Chi ricorda Scandalo internazionale, il film di Billy Wilder ambientato nella Berlino del dopoguerra? Marlene Dietrich si adagiava su di una poltrona di legno e raso con lo schienale a cucchiaio che l’esperto d’arte fece di tutto per avere: non avrebbe mai neanche pensato che un giorno vi si sarebbe potuto sedere, ammise in seguito.

Le sue cacce al tesoro nei fotogrammi dei film furono formidabili.

Nel 1953, Jean Simmons, durante le riprese del film L’attrice, si accomodò su di un seggiolino dell’800 (tipo sella curule, un tipo di sgabello a gambe incrociate in auge nella Roma antica). L’esperto si mise sulle tracce del mobile e lo rinvenne presso la XX Century Fox che aveva prodotto il film.

Dalla Paramount invece acquistò un busto di Platone con un passato singolare. Si trattava di una copia di quello rinvenuto negli scavi di Ercolano, una scultura che è una vera star. Partecipò a ben tre film: Via col vento, Quarto potere e la serie televisiva Star Trek.

E che dire di quello specchio di origine inglese, 1750, con cornice sbalzata in foglia d’oro? Edelman lo adocchiò nel film Kitty del 1945. E’ nella scena in cui Paulette Goddard, trasformata da monella in duchessa, discorre in presenza di Ray Milland e Constance Collier.

Chissà quanti pezzi d’antiquariato giacciono ancora dimenticati nei magazzini di Hollywood? Proprio ad un asta del 1985 di una famosa casa di produzione, Edelman acquistò gli esemplari più importanti della sua collezione.

Chiarì in un’intervista:

Un oggetto fatto per Maria Antonietta, è un oggetto importante, se fosse stato fatto per qualcun altro perderebbe parte del pregio. Ma se venisse impiegato da Orson Welles in un film, questo ne aumenterebbe il valore”.

Un po’ il discorso che intessemmo a proposito de L’uomo dall’elmo d’oro

Un commerciante d’arte questo Edelman, azzarderá qualcuno, ma secondo me molto di più. Tuttavia ammise che:

poiché l’arte è di tutti, rivenderne alcuni pezzi sarebbe stato possibile, forse, un giorno”.

Mi chiedo cosa accadde di un busto di marmo raffigurante Giove, di cui Edelman si invaghì. Appurò che si trattava della riproduzione di tardo 1700 del Giove di Otricoli, rinvenuto durante uno scavo e conservato nei Musei Vaticani, poi apprese che era stato sul set di Cleopatra.

Il destino volle che la Globe Films International avesse acquistato le scenografie del film e mi domando se, il giorno dell’asta fallimentare di quella coraggiosa, eroica e sfortunata compagnia romana, fosse stato presente Edelman. Ma questo, amici miei, è uno spin off.

Se un pezzo importante finisce in un mercatino, in un sotterraneo dimenticato di Hollywood o nella nostrana città del cinema, scovarlo è come vincere un terno al lotto.

Chiamatelo talento naturale, chiamatelo fascino esercitato da quella polvere di stelle, fatto sta che portarono questo ex regista televisivo sulla strada dell’arte; ma quanto dovette al suo fiuto per i tesori e quanto ad una serie di coincidenze sorprendenti? Edelman ha sempre dichiarato di credere nel destino.

Uno sceneggiatore in gamba saprebbe trarne un personaggio degno della penna di un le Carré o di un Maugham: la realtà si fonderebbe con la fantasia e il protagonista diverrebbe ad ogni passo più machiavellico e sfuggente, capace di tener testa al poligrafo senza esitazioni, per poi sorriderci ironico, pronunciando la frase di un vecchio film:

Il mio nome è Edelman, ho visto cose che voi umani non potete immaginare…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

4 commenti

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  • Mi sono trovata immediatamente immersa nel salotto di zia Pittypat e nella meraviglia della Hollywood degli anni d’oro. Un articolo splendido. Grazie

  • Racconto strepitoso. Quanta polvere di stelle ci sai donare.
    Anche tu rintracci tesori nascosti e ci fai felici. Affettuosamente.