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Dossier Punto Zero: la fine di tutti i giorni. Looking out for what we lost

di Jo Gabel

“Se questo giorno dovesse arrivare sarebbe la fine di tutti i giorni” annunciava il trailer di The day after.

Presentato come un film di fantapolitica, scatenò la critica europea che lo definì di cattivo gusto perché spettacolarizzava gli effetti della bomba atomica, d’altro canto pochi temevano davvero un evento simile. Allo stesso modo in cui nessuno riteneva possibile che Freddy Kruger uscisse dallo schermo della tv e si mettesse a darci la caccia, così la maggior parte della gente pensava che la bomba non riguardasse l’Italia, né il vecchio continente.

Ma i ragazzini della piazzetta dove giocavo da bambina si chiedevano cosa fosse il punto zero relativo all’esplosione di un’atomica e anche i più informati avevano idee confuse circa cosa comportasse un attacco agli arsenali strategici o contro i silos per missili intercontinentali; la tempesta di fuoco, anche detta conflagrazione che segue l’esplosione di un ordigno nucleare, l’intensa emissione di onde lunghe (radiazioni elettromagnetiche a frequenza radio) erano concetti sconosciuti. I chilotoni, megatoni, roentgen, tutto un linguaggio di cui qualche adulto sussurrava con un senso di urgenza nella voce, possedevano un suono misterioso. Non sapevano cosa fossero le particelle alfa e beta, le radiazioni ionizzanti e i rifugi anti fall out.

E se la bomba deflagrasse in Italia?

No, non succede nella realtà, è un film, aveva gridato Gian Maria facendo un altro giro di bici intorno alla piazzetta, venite a casa mia a vederlo: mio fratello ha la videocassetta pirata…

La storia che portò alla realizzazione di The day after è molto più complessa di quanto non si volle raccontare e vale la pena ripercorrerla.

Nel 1979, l’OTA (Office of Technology Assessment) del Congresso degli Usa aveva messo a punto un rapporto sugli effetti di una guerra nucleare, basando su quei dati un racconto di fantasia di Nan Randall.

Qualche anno dopo, la casa editrice Cheshire Books e subito dopo la catena televisiva ABC ne trassero rispettivamente un libro e un film. The Day After Midnight è un romanzo ambientato, come nel racconto di Randall, a Charlottesville in Virginia, una cittadina prossima ad un’importante base di missili ICBM. Invece l’emittente televisiva ABC, nel progettare il film, scelse Kansas City come luogo d’impatto della bomba e lo intitolò The day after, prefiggendosi di descrivere le conseguenze sull’ambiente e sui civili dell’attacco nucleare, fino alle dinamiche sociali. I dirigenti della major accettarono di produrre un film che chiarisse che niente sarebbe stato più lo stesso. A me rimase impresso come un’accusa contro tutti i fabbricanti di armi e contro chi fa degli arsenali nucleari lo strumento chiave della propria politica, all’est come all’ovest.

Per noi, ovvero per  Lili, Gian Maria, Patrizia, Giulia, Laura, Diego e me, che quasi ogni sera ci riunivamo a gambe incrociate sotto il cancello del giardino di casa, quel film significò la scoperta che il nostro mondo non era inviolabile, sebbene la desinenza “ –ente” suonasse bene come “deterr-ente” mai come “immin-ente”. Infatti, in clima di Perestrojka e di Glasnost, con Gorbachev allo Start One per la riduzione degli armamenti (5 mesi prima dell’inizio dello sfaldamento dell’Unione Sovietica) tutto si svolgeva in una luce favorevole per il futuro.

Dei crimini commessi con quel tipo di bombe di cui narravano nel film sapevamo tutto, mentre dei pericoli della guerra fredda poco, con le cronache occupate a raccontare gli anni di piombo.

Di Hiroshima avevo saputo in modo diverso, come di una verità terribile e inconfutabile: era stata la locandina di un film, incorniciata su una parete del corridoio, a mostrarmela ogni giorno. Il dramma dei civili che con quelle guerre non c’entravano niente mi era apparso evidente e la militanza per il disarmo, a favore della Pace iniziò così.

A ciascuno la propria verità, si sente dire, ma a proposito di ordigni nucleari non c’è discorso che tenga. Non solo: l’esistenza di basi missilistiche in territorio italiano che costituzionalmente ripudia la guerra, sorprese non solo me, ma anche un’amica in visita dal Maine. A chi adduceva motivi di difesa, rispondevo che  supportata da armi e ordigni nucleari è sempre cosa iniqua.

Era il pensiero di una ragazzina? E oggi, allo stesso modo, cosa conta il pensiero dei giovani che dopo la pandemia si trovano a fare i conti con una guerra in Europa?

Qualcuno dirà alla generazione nata all’inizio del nuovo millennio quello che temeva Maria Curie? Ossia che della sua scoperta si sarebbe potuto fare un uso disgraziato? Certo, c’è ancora chi la pensa come la Lady di ferro, Margareth Tatcher, ovvero che rinunciare agli armamenti è pericoloso come una resa incondizionata. La solita scusa obsoleta per coprire gli interessi delle aziende coinvolte nell’industria della guerra o una realtà miserabile?

Se lo ricorderanno i ragazzi di oggi del leader sovietico che aveva offerto una chance al mondo? Quell’imperatore nudo, come ebbe a definirsi, annunciando coraggiosamente la fine della guerra fredda? Ne avrebbe passati di guai tre anni dopo, con l’esplosione del reattore di Chernobyl…

Quel disastro della centrale fece comodo a molti: ai detrattori di Gorbachev di sicuro. Tra i revisionisti ci stava pure un tale Limonov a cui Gorbaciov e Eltsin non piacevano (per il primo si dolse non ci fosse la ghigliottina): costui è un tale con un passato da nostalgico bolscevico che magari nella guerra attuale ci avrebbe sguazzato ancora, se non fosse un signore di una certa età.

Ma poi mi rendo conto che quella nostalgia per il passato la provo pure io, almeno ricordando la volontà del leader sovietico Nikita Sergeevič Chruščëv di evitare una guerra nucleare al tempo della Baia dei porci, facendo il primo passo a favore della Pace.
Sono cose che ti rimangono impresse. Ma Limonov, da genio con una vita di merda, come lo descrisse Emmanuel Carrère nel romanzo che gli dedicò, non credo abbia mai parlato di pace.

Quell’incidente alla centrale del 1986 servì a Gorbachev per accelerare l’applicazione  della Glasnost ed incrementare le trattative per porre fine al clima di ostilità, come illustra il documentario di Werner Herzog e André Singer (Herzog incontra Gorbachev, 2018).
L’incontro in Islanda tra i due leader delle potenze più grandi del mondo, Reagan e Gorbachev, i dibattiti che seguirono, rappresentano un documento straordinario per conoscere da vicino la verità circa la fine dell’Unione Sovietica, illustrando come il mondo abbia perduto l’opportunità di cambiare il corso della storia.

Gorbachev dimostrò che la volontà di un sol uomo può cambiare gli eventi, dato che rese possibile la diminuzione del 30 per cento degli armamenti. Perché non dovrebbe essere possibile riconsiderare quella strada? A chi fa comodo l’attuale stato di cose? Chi si oppone ad un futuro pacifico?

Il dileggio di Smiley, in un romanzo di le Carré, sferzò Mikhail Sergeyevich con quella brutalità che divenne espressione della costernazione di tutti: un imperatore nudo a cui è stato fatto un brutto scherzo. Così, dopo la luce, era sceso il buio: il colpo di stato in Unione Sovietica, la presa del potere di Eltsin, la cui statura politica non era neanche paragonabile a quella di G., assieme al lucore della libertà, con la caduta del muro di Berlino, aveva la accelerato la dissoluzione dell’URSS, depredato dagli oligarchi di enormi ricchezze. Fu il baratro. Nel docufilm, Gorbachev, con la sua straordinaria presenza, lo sguardo fisso in macchina, conclude: “Ci abbiamo provato”, ma i suoi occhi tradiscono un misto di speranza e lungimiranza.

E mi chiedo: dov’è quel passato, quello spiraglio di vera civiltà e di pace che allora c’era e che ora non c’è più ? Dove sta scivolando il mondo nonostante i bei discorsi dei leader massimi? E dove l’Italia? Che azioni stiamo intraprendendo per tutelare la sicurezza delle nuove generazioni?

La decisione di incrementare la costruzione di armamenti nucleari durante la presidenza Trump, non rinnovando i trattati per il disarmo progressivo, ha avuto un boomerang in quella assunta dalla Russia e poi dalla Cina di aumentare l’arsenale atomico.

Scrive Manlio Dinucci su Il Manifesto del 22 gennaio 2021: Armi nucleari. Oggi in vigore il trattato Onu che proibisce le atomiche. L’Italia con gli Usa e la Nato non aderisce. 

No, non lo avevo preso sul serio quel pericolo da ragazzina, con la fiducia incosciente della fanciullezza, non potevo ammettere che ci fosse la volontà di autodistruggersi, neanche quando in giardino rinvenimmo l’accesso occultato ad un bunker sotterraneo, forse costruito da precedenti proprietari durante la guerra fredda.

La gente aveva vissuto, fatto figli, costruito imperi, ma quanti avevano avuto paura della bomba al punto di preoccuparsi di mettere in salvo le famiglie? Negli Stati Uniti il pericolo era sentito, ma da noi sarebbero scampati solo le figure politiche di alto profilo e i miliardari, non certo i mei nonni. La gente comune si deve occupare di tirare avanti ogni giorno e accantona la paura per trovare la forza di continuare a vivere, fidando su chi si sia assunto la responsabilità di garantire la sicurezza.

Nel drammatico racconto di The day after nessuno sembra prestare attenzione all’escalation che innesca l’allarme ai sistemi di sicurezza, fino al silenzio che precederà l’esplosione. A fiato sospeso si attende il punto zero, poi seguono scene di umanità sbandata, impotente di fronte alla carneficina e il regista Nicholas Mayer traccia una diagonale tra situazioni individuali, familiari e la catastrofe sociale, da una parte, il genere apocalittico dall’altra, sullo sfondo di una civiltà al tramonto.

Dove possiamo trasferirci per metterci in salvo? Mi domanda preoccupata un’amica della piazzetta, ora madre di tre bambini. Nel film The day after l’attacco nucleare non arrivò di sorpresa, la gente aveva già iniziato a sfollare, mi trovo a risponderle. Guarda piuttosto alle guerre dimenticate che agitano il mondo, aggiungo, ma nel dire questo mi sento prosaica. Di più, mi sento inerme di fronte ad una guerra che riguarda ognuno di noi attraverso le decisioni politiche del governo che ci rappresenta.

Abbiamo assistito ad azioni finalizzate a snidare un presunto nemico o a farci affari, non sempre a stabilire relazioni pacifiche tra gli stati. A  verificare che solo ad alcuni fosse concesso possedere armi di distruzione di massa, a punire dittatori che si erano ribellati al loro destino di uomini di paglia o a sgominare organizzazioni terroristiche rese famigerate delle cronache. È sempre la stessa storia, chiarì Davide Segre nel romanzo di Elsa Morante.

Può la gente sopravvivere a una guerra nucleare? Come sarà la vita dopo un attacco? Varrà la pena di viverla? Si chiedevano nella quarta di copertina del libro omonimo che lessi dopo aver visto il film The day after. Il curatore, Michael Riordan, a quel tempo professore di fisica nucleare presso il Massachussetts Institute of Technology, decise di far riscrivere il soggetto di Randall da un romanziere noto, R.G. Beukers, per poi farne il primo capitolo del libro.

Segue una sintesi compiuta dallo stesso Riordan del rapporto OTA, rendendolo di facile comprensione al pubblico. Le ipotesi vagliate nel testo sono tutte indicative di vari livelli di attacchi e contaminazione, dall’uso di una sola bomba su una città fino alle conseguenze di un attacco totale.

Il punto zero è il luogo dell’impatto dove niente sarà più come prima. L’apocalisse, e la distruzione di ogni forma di vita, bisogna averla sempre presente, sebbene gli effetti nel lungo periodo di una guerra nucleare siano tutt’ora impossibili da quantificare.
Nella versione italiana, Gianni Moriani descrive in appendice L’ultimo giorno in Europa, liberamente tratto dalla relazione di L.A.Iljin, Possibili conseguenze mediche per la popolazione del continente europeo di una guerra nucleare in Europa.

Più di qualcuno ci provò ad ipotizzare il post bomba e non furono solo i film catastrofisti. Nel 1983 si tenne a Washington una conferenza sul tema Il mondo dopo la guerra nucleare, risultato di due anni di lavoro di biologi, metereologi e fisici.

L’ecologo G. Woodwell del Marine Biological Laboratory di Woods Hole nel Massachussetts, stimò che un miliardo di persone sarebbero morte immediatamente e un altro miliardo sarebbe morto in modo atroce nei mesi a seguire.

In secondo luogo, gli scenari calcolati al computer prevedevano la distruzione del pianeta terra, con temperature più basse di 30 gradi e devastazione dei sistemi ecologici, senza contare le tempeste di fuoco di cui parlò Carl Sagan, con l’aria satura di sostanze chimiche e piogge acide.
Non stupisce che i big della tecnologia si siano costruiti rifugi segretissimi a prova di bomba in Nuova Zelanda. La differenza consterebbe dalla stagione in cui si venisse colpiti: in inverno, per esempio, le acque gelerebbero fino ad un metro dalla superficie. Insomma, sarebbe lo sterminio della nostra razza.

A quelli che intervengono per opinare che se scoppiasse una bomba a basso potenziale su qualche città non assisteremmo ad uno scenario così devastante, rispondo che c’è ancora in Italia (e non solo in Ucraina o in Europa) chi convive con le conseguenze della nube tossica di Chernobyl.

Quella bambina della piazzetta non poteva immaginare che, durante una maratona di danza all’aperto, le radiazioni di Chernobyl sarebbero giunte sul litorale romano. Era incorsa in un evento disgraziato. Non aveva soluzioni da proporre. Non era uno stimato esperto di geopolitica o un esimio professore, ma ebbe chiare due cose: che le centrali nucleari potevano divenire pericolose come le bombe atomiche e che a nessun paese dovrebbe essere permesso di adoperare un’arma contro civili indifesi, senza rendersi inviso a tutti i popoli della terra.

Quella bambina non sapeva niente di opportunità, di convenienze o di politiche economiche ma solo di responsabilità che dovrebbe avere chi governa milioni di persone.

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Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

Una risposta

  1. Impeccabile e pieno di citazioni da cui attingere ispirazione e informazioni. È incredibile quanto condivido tutto il tuo sentire. Qualcosa sta per accadere, i segnali sono più che mai percepibili.

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