Frank Capra. La vita meravigliosa di un maestro del cinema

È la mattina di Natale e Frankie è ancora qui con me.
Ieri, come ogni Vigilia, ho rivisto La vita meravigliosa, che è davvero un film meraviglioso.

La prima volta che lo vidi ne rimasi stupita, avevo otto anni. Ora assomiglio di più a quel personaggio interpretato da Barbara Stanwyck ne L’amaro té (The bitter tea of the General Yen), ho perduto il distacco con cui i bambini osservano il mondo, quando ancora non gli appartiene.

E dentro di me qualcosa arde. Chiamatelo come volete, vocazione o sentimentalismo, ma a me i film di Frank Capra sono sempre piaciuti.

Nel favoloso mondo del cinema non spieghi le ispirazioni, semplicemente vivi e muori con loro” (Frank Capra). Ciò detto, non aspettatevi il solito panegirico sul film e il suo artefice, preparatevi invece ad un po’ di emozioni, in stile capraesque.

La nostra storia inizia nel 1946, a bordo di un vecchio aereo da turismo, pronti ad affrontare una tempesta.
Troverete in cabina due stelle che ancora brillano nel firmamento cinematografico. Io li immaginerò come due angeli, per me saranno due Clarence discesi direttamente dal cielo per prender parte alla nostra storia.

Per riassaporare la vita, niente è più terapeutico che rischiare di perderla, racconta Capra nel suo masterpiece.
Stenterete a riconoscere nel colonnello Stewart, veterano dell’aria, il nostro eroe George Bailey. Specie quando lo vedrete battere i piedi a terra per non salire su di un charter: vi assicuro che sta accadendo davvero!

Necessario, per lui e Frank Capra, è raggiungere Beaumont, una cittadina del Texas poco distante da Dallas. L’ultimo film che hanno realizzato, l’uno da protagonista, l’altro da director, è stato battuto agli Oscar da William Wyler (con I migliori anni della nostra vita) perciò occorre una massiccia opera di promozione perché il pubblico s’innamori di It’s a wonderful life.

Capra riesce a convincere James a volare con un pilota di aerei da turismo, soprannominato il Lindbergh texano, che si offre di affrontare la bufera in corso, per condurli alla grande festa organizzata in loro onore. Volando sotto il temporale, raggiungono la cittadina dove sfila la parata, con i faccioni del cineasta e dell’attore portati in trionfo sui cartelloni. Dopo svariati drink, discorsi, interviste, viene il momento di tornare all’aereo, che è un Cessna. poco più di un Piper.

Siamo senza luci, grida Jimmy al pilota che ha appena decollato. L’altro gli fa eco che è semplicemente saltato un fusibile. Tutt’attorno infuria la tempesta e, dato che la radio è fuori uso, non è possibile informarsi su che tempo li attenda a Dallas.

Il colonnello è sulle spine: il trauma psichico riportato in guerra lo dilania. Frankie, dal fondo della carlinga, cerca di rassicurarlo, ma la sua voce si perde sotto il rombo dei motori, che è assordante. I fulmini squarciano l’orizzonte e l’equilibrio dell’aereo è instabile, mentre vola a quota bassa seguendo i binari della ferrovia. Jim da l’ordine di tornare indietro, proprio mentre svettiamo tra le cime degli alberi.

Finalmente appare l’aereoporto, che non sembra essere illuminato: Niente paura Mr Stewart! assicura il pilota. L’altro stringe i denti e lancia un’imprecazione: Certo che ho paura, pezzo di idiota, c’è bisogno di tutta la pista per tentare un atterraggio!

Jim apre lo sportello dell’aereo e e si sporge fuori, investito dal vento di quota: Oh mio Dio, avrebbe esclamato George Bailey, il carrello non scende…
Gli dia un calcio! urla l’altro dalla cabina di pilotaggio, indovinando il pensiero di Jim: se non scende, dia un calcio al carrello!
Jim arranca e assesta una serie di colpi secchi alle ruote, ma quelle non ne vogliono sapere di abbassarsi.

Il pilota allora molla i comandi e balza alle sue spalle, brandendo una mazza.
Basta un buon colpo al punto giusto e vengono giù, assicura uscendo fuori dell’abitacolo, con una calma di quelle che fanno imbestialire. Frankie intanto se ne sta terrorizzato a sedere, pronto a rendere l’anima. Jim, al colmo del parossismo, intima al pilota di riprendere subito i comandi e far atterrare l’aereo.

Così magro e fuori di sé non l’abbiamo mai visto e ci fa un po’ pena.

Dopo vari giri sopra l’aeroporto, toccano terra, e quello sembra un cencio lavato. Ma allo spegnimento del motore la tensione svanisce e scoppiano a ridere con gran sollievo…
Ci starebbe bene una buona bevuta, dice il colonnello Stewart che ha recuperato il suo sangue freddo: Offro io

Chissà come sarebbe andata se ci avessero lasciato la pelle, mi chiedo. Sarebbe stato un lancio perfetto per il film, ma poi chi avrebbe più creduto alla fortuna di George Bailey?
La storia è vera, quindi il destino esiste.

Sebbene avessero mancato l’Oscar, battuti da un altro cavallo di razza della scuderia della Liberty film, non avrebbero rinunciato al successo di pubblico, che voleva dire anche rientrare delle spese e fare cassetta.

Il primo siluro lanciato dalla compagnia indipendente fondata da Capra, William Wyler ed altri registi, per resistere alla supremazia delle majors, non doveva mancare l’obiettivo: il messaggio de La vita è una cosa meravigliosa, si sarebbe propagato a macchia d’olio in tutti gli Stati Uniti e nel mondo.

Interpretando il sentimento popolare, si rivolgeva a tutti coloro che si sentivano confusi dal recente conflitto, afflitti dalle privazioni e dal timore del futuro, annunciava una speranza: “I miei film esploreranno il cuore non con la forza della logica ma con quella della pietà, farò miei i piccoli crucci dell’uomo… la disperazione, la sfiducia in sé stesso e poi il ritrarsi dei dubbi, la riconquista della fede in sé stesso”.

Indagare la sua umanità e certi aspetti della sua storia personale divenne il mio obiettivo. Partii da racconti familiari, da testi divulgativi e biografie, per risalire la corrente della sua vena artistica. Scoprii che la sua risolutezza nel rendersi estraneo a certe influenze mafiose che la facevano da padrone in quegli anni, non gli impedì di cadere nel mirino dell’agenzia di controllo per le attività antiamericane.

A nulla valse che fosse stato l’inventore della commedia piena di buoni valori, promotore di quel saldo americanismo sdoganato a pacchi. Anni trascorsi a filmare le prodezze dell’esercito statunitense nel secondo conflitto, non contarono nulla. Secondo il Federal Bureau i suoi film diffondevano idee sospette di socialismo.
La vita è piena di contraddizioni, se non ve ne foste accorti…

Frank aveva desiderato riscattarsi, sicuramente anche far soldi. Le privazioni patite nella Little Sicily di San Francisco e prima ancora nel paese nativo (in Italia, vicino Corleone), erano state una palestra per la sua forza di volontà.

In America i suoi fratelli avevano sudato sette camice, il padre era morto in un terribile incidente nel suo agrumeto, al coronamento del sogno di una vita.

Una famiglia come tante, giunta in California sulle orme di uno dei figli: era stato visto l’ultima volta portare al pascolo una pecora e nei successivi due anni non se era saputo più niente, tanto da farne officiare il funerale; poi era rispuntato fuori con una lettera in cui li invitava a raggiungerlo in America.

Dei 14 fratelli di Frankie, solo 7 erano sopravvissuti e di costoro solo lui realizzò il suo sogno, non senza incappare in molte disavventure. Lavorò fin dall’infanzia per aiutare la famiglia e poi per pagarsi la scuola e l’università.

Ma pure questo non bastò e un giorno si ritrovò solo e malato, senza che nessuno potesse credere in lui, dato che veniva considerato dagli abitanti del ghetto e dalla famiglia stessa, una specie di fannullone che aveva perso tempo negli studi. Ma la fortuna gira, come avrebbe constatato altre volte nel corso della vita.

Come gag writer iniziò a farsi apprezzare, sino a trovare chi gli spalancasse le porte di Hollywood. Quando scoppiò la guerra, fu arruolato per documentare i movimenti delle truppe al fronte. Ma al ritorno, la mecca del cinema lo aveva già dimenticato. Rilanciò inaugurando una nuova compagnia cinematografica.

Fu allora che, preoccupato di trovare un buon soggetto per il primo film, gli capitò tra le mani un biglietto d’auguri di Philip Van Doren Stern che raccontava una breve storia dal titolo The greatest gift. Un produttore della RKO ne aveva già acquisito i diritti e glielo stava offrendo. Era un segno del destino: in poche pagine erano condensati tutti i suoi ideali.

Tanti scrittori si cimentarono a intesserne la sceneggiatura, dato che un biglietto d’auguri è cosa ben diversa da uno script. Una storia così eterea che, come tutte le cose belle, evaporava solo a parlarne. Ma Frankie ne era certo: quel racconto lo avrebbe reso famoso per sempre, sarebbe stato il film dei film. Attraversava momenti di entusiasmo, ma pure di grave abbattimento.

Che nessuno sapesse cavarsela, era stato chiaro da subito: si mise al lavoro lui stesso, reclutando un vecchio collaboratore, che però, quando seppe di non poter riscrivere daccapo il soggetto, lo piantò in asso. Per fortuna era riuscito a ideare le scene salienti; mancava solo l’interprete giusto. E l’unico attore capace di impersonare il protagonista (l’uomo buono che non sa di esserlo) fu proprio James Stewart.

Avevano già lavorato assieme, ma l’incontro per accordarsi fu disastroso. Stewart era distratto e annoiato e Capra perse le staffe perché, nel descrivere il film, gli era venuta meno l’ispirazione.
James, per fortuna, era desideroso di rimettersi in carreggiata dopo il servizio in guerra accettò di girare senza leggere il copione.

Scartate le proposte degli scrittori Dalton Trumbo e Marc Connelly, furono mantenute alcune scene d’apertura di Clifford Odets. Altri sceneggiatori non ebbero miglior fortuna, finché la scelta si appuntò su Albert Hackett (che nel 1956 avrebbe vinto il premio Pulitzer) e sua moglie Francis Goodrich, che Frank considerava in gamba e piena di sensibilità.

Sarebbe stato un film capace di risvegliare nelle persone un moto di orgoglio e di fiducia, fiabesco quanto bastava per parlare al cuore della gente.

Capra lo girò in preda ad un delirio di creatività, soffrendo di solitudine: nessuno con cui consigliarsi e per di più era spaventato dal possibile fallimento della prima prova della sua compagnia. Chi avrebbe avuto la meglio? Si chiedeva, riflettendo che, negli stessi stabilimenti, il suo collega William Wyler stava girando I migliori anni della nostra vita.

La scelta di Lionel Barrymore nel ruolo di Mr Potter, il vecchio avaro, apparve la migliore, aveva appena interpretato Scrooge in un’edizione radiofonica de Un canto di Natale e sbaragliò altri candidati; Henry Travers, secondo Capra, era davvero un angelo sceso dal cielo; Donna Reed, abbastanza delicata da impersonare la moglie del protagonista e per la parte dell’amica civettuola, fu scelta Gloria Grahame (anche lei data in prestito dalla MGM, come Barrymore).

Potete star certi che nel film non osserverete condanne esplicite o velate dei costumi. Sul personaggio di Violet, interpretato dalla bella Gloria, non gravò alcun giudizio moraleggiante. Nel film era ritratta come una donna libera e avvenente, sebbene poco fortunata, che amava circondarsi di uomini e spendere molto denaro.

Fuori del set le cose andavano diversamente. Il produttore della Metro affermò che attrici come lei facevano schioccare le giarrettiere da molto tempo negli studi e avrebbero partecipato al film per un caffé.
Il rispetto che non era tributato alle attrici dietro le quinte, veniva recuperato da Capra nel film

Non solo. Il film denunciava quei galoppini del grande fratello, dei grassi sfruttatori, quelli che sussurravano che non c’è Dio, né democrazia, non c’è libertà e che tutte sono menzogne… mettiti col grande fratello e lui ti sfamerà e ti proteggerà. La vecchia canzone dei dittatori, che ti sfameranno e ti daranno la pace, scrisse Capra, anni più tardi.

Pur dovendo il suo successo alle opportunità di cui poté godere in America, sosteneva che la nazionalità fosse di poco conto e, quando si recò in Italia, visitò il paese dove era nato, mostrando poco entusiasmo.
Secondo lui, i valori importanti erano altri, comuni a tutti gli uomini della terra.

Di lui si continuò a parlare come del padre della commedia brillante, appena un piacevole scacciapensieri di una generazione che, dopo le lacrime del 29, ritornava ai piaceri della vita.
Niente più che vicende leggere raccontate con brio.

Il merito di aver saputo ritrarre la figura del giovane idealista, gli sarebbe stato riconosciuto molto più tardi: un personaggio che combatte i corrotti e i politicanti con la buonafede, l’onestà e l’ingenuità.

Non solo Bailey, ma anche Mister Deeds di È arrivata la felicità, o il Mr. Smith di Mr. Smith va a Washington. Potreste vedervi vicende poco credibili, in un’aura di sentimentalismo e ottimismo, ma questi film, secondo l’autore, parlavano ai diseredati, agli spiantati, ai vecchi abbandonati nelle case di riposo, ai depressi, ai disillusi, ai barboni, ai poveracci, alle prostitute, a quelli che stavano dietro le sbarre di una prigione, agli ammalati, alle persone portatrici di handicap.

Insomma a quella che considerava la sua gente e affermava che la vita meravigliosa sarebbe stato il loro mausoleo.

Non si rivolse invece a quei critici che scrissero:

Non c’è nulla nel film di Capra che non sia mera banalità, invenzioni da Pollyanna.
[Bosley Crowdr, New York Times]

Tanto lezioso da sconfinare nel bamboleggiamento infantile… Harry Travers che Dio l’aiuti ha la parte dell’angelo di Mr Stewart. Dev’essere stata una faticaccia.
[Norman Rockweell, Saturday Evening Post]

Altri giornali lo acclamarono, stanchi di vedere schiacciate idee originali:

Newsweek: Sentimentale, ma così ben scritto, diretto e recitato che hai voglia di crederci davvero

Life: Un potente edificio di commedia e sentimento

The Nation: Uno dei più efficaci capolavori di Natale, da Canto di Natale in poi.

E poi, Time: La vita è meravigliosa è davvero un film meraviglioso

 

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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