Eva contro Eva

immagine per Bette Davis…perché arriva sempre il giorno in cui una donna deve conoscere lo spirito che la anima, al di là dei ruoli precostituiti, dei cliché, delle leggi della biologia, e allora è costretta a scoprirsi Eva contro Eva.

Lo star system, come pure il mondo, del resto, sono spietati: stimolano al confronto, alla competizione, istituiscono modelli cui ispirarsi che non hanno più niente di umano; sopratutto le donne, più o meno coscienti del meccanismo di cui fanno parte, anziché aiutarsi l’un l’altra, si adattano allo schema, serbano rancori e si fronteggiano, per gelosia amorosa, per invidia, per far carriera.

La consuetudine di taluni uomini ad approfittare della situazione, non è certo una novità, anche se qualcuno finge di non ricordarlo.
Non fu il produttore Mack Sennett, quasi una leggenda (tra tanti, lanciò Charlie Chaplin) ad inaugurare le bellezze al bagno del cinema muto e, assieme, anche quella che definì “la prova del letto” per testare le attrici?

Non tutte accettarono di sottostarvi, anche se questo voleva dire optare per una lunghissima gavetta, se eri davvero brava, o rinunciare, se ti mancava il talento, ma sopratutto la grinta.

Anche oggigiorno c’è sempre qualcuno che sussurra, dietro le quinte della vita, che “per fare carriera, avresti bisogno di un amico”.

Dipende.
Da quello che risponderai nascerà la tua realtà.

Nel film All about Eve, Bette Davis, diva spavalda ed in controtendenza, dimostra come una donna possa cimentarsi nella vita, fino a confrontarsi con l’età che avanza, la bellezza giovanile che si va affievolendo, la gelosia, e scoprire un’identità al di là di tutto questo, da cui scaturisce autenticità e chiarezza.

In quell’interpretazione del 1939, la protagonista accoglieva un ruolo in cui dare prova del suo talento, affrontando un argomento inconsueto.
Raramente attrici di calibro avevano accettato d’interpretare personaggi così articolati. Ma la vis artistica di Bette Davis, era sorretta da una personalità schietta e carismatica, che contribuì ad alleviare un’epoca da cliché vetusti.

«Cara Anna, io lavoro con un italiano, Ernest Borgnine , lui vencutto. Io competo con un’italiana, Anna Magnani, lei vince. Voi italiani meglio se state a casa, seriamente. Io e Ernest mandiamo tutta la nostra amore e nostri congratulazione».

Espressa in un italiano vacillante, la frase d’affetto di Bette Davis, nel telegramma alla sua amica Anna Magnani, sorprende ancor oggi.
E se non bastasse a dimostrare la tempra ruvida e la mancanza d’inclinazione al melenso, testimonia almeno la sua onestà (poche attrici scrissero alla Magnani in occasione dell’Oscar tributato per La Rosa Tatuata).

Forse la dice lunga il nome che Bette volle dare alla sua dimora nel Maine: “Witch Way”, che nasconde un giro di parole (“la via della strega”, ma suona come “in che direzione andare”).

Ma la sua stella non sorse in una notte, oh no…

Ruth Elisabeth Davis di Lowell, Massachusetts, sgobbò duro per imporre la propria presenza. Erano gli anni trenta e lei si cimentava nei provini, con la sua camminata un po’ convulsa e gli occhi immensi.
Le dissero che era “troppo brutta” per interpretare certi ruoli, ma lei non se ne fece intimidire.

Interpretò 21 film, prima di essere notata. Eppure, pensateci un attimo, basta ascoltare un dialogo tratto dai suoi film, per riconoscere il suo personaggio:

«E dopo che mi baciavi, mi pulivo le labbra, ma ci feci l’abitudine. A ogni bacio, mi veniva da ridere» esordiva, sprezzante, in Schiavo d’amore (Of Human bondage), film che le fece ottenere la prima nomination.
E l’anno seguente, nel 1935, l’Oscar lo meritò davvero con La paura d’amare.

Per lo più si trattava di melodrammi e questo non convinceva la Davis, nonostante il gran successo ottenuto. Dal suo punto di vista, la casa cinematografica per cui lavorava non sfruttava appieno il suo talento e, volendo liberarsene, fuggì in Inghilterra.

Alla scissione del contratto, la Warner Bros la trascinò in tribunale per inadempienza, e vinse, costringendola a tornare negli States.
Per fortuna, Jack Warner aveva capito la lezione ed iniziò a proporle film che potessero far brillare le sue doti e la nuova strategia si dimostrò efficace: iniziarono un fuoco di fila di candidature agli Academy, a cominciare dal personaggio della zitella volitiva, Jezebel, figlia del vento.

Bette Davis lo volle con tutta sé stessa, inquieta per essere stata scartata per il personaggio di Scarlett O’Hara in Via col vento (perché aveva rifiutato Errol Flynn come suo partner nel film).
In seguito, la parte andò a Vivien Leight, con rincrescimento della sua grande amica Olivia De Havilland, che interpretava Melania. Per ironia della sorte, in seguito, anche il personaggio maschile fu sostituito da Clark Gable.

Con La figlia del vento, Bette coronò il suo sogno d’interpretare una caparbia donna degli Stati del Sud, al tempo della Guerra di Secessione; per quell’occasione, si fece cucire un abito rosso straordinario, con il quale apparve indimenticabile.

Più tardi, in Dark Victory, fu una donna elegante e mondana che si ammala di tumore al cervello: «Quando arriva, deve essere ricevuta con classe… »

Poi è l’anno di The letter : «Amo ancora l’uomo che ho ucciso » .

E dopo aver interpretato il personaggio rapace di Piccole volpi, culmina in Now, Voyager (In questa nostra vita), interpretando una donna sola, che scivola in una storia d’amore senza speranza: «Oh Jerry, non chiediamo la luna, abbiamo le stelle ».

Anche per il film successivo, Miss Skeffington, fu candidata all’Oscar.

Di certo, la sua vita sentimentale non fu molto diversa da quella dei suoi film e forse in questo somigliò alla sua amica Anna Magnani. Entrambe piene di talento, volitive, entrambe costrette ad attraversare tracolli sentimentali.
La Davis si sposò e divorziò, poi si risposò e restò vedova e infine si risposò: tutto in dieci anni.
In lei si animava l’intensa passione per la recitazione, ma non voleva rinunciare a formarsi una famiglia.

L’intensità nell’interpretare All about Eve (Eva contro Eva), che le valse la sua ottava nomination, ci induce a supporre un’elaborazione profonda, da parte dell’attrice.

Ascoltate quella frase della protagonista, Margot Channing: «Strano affare la carriera di una donna. Tutte le cose che lasci cadere salendo una scala per poterti muovere meglio. Ti dimentichi che ne avrai ancora bisogno. Che lo vogliano o no, tutte le femmine hanno una carriera in comune, essere donne ».

E fu così che si innamorò davvero del coprotagonista, Gary Merrill, tanto da sposarlo e passare i successivi dieci anni in Nuova Inghilterra, a fare la parte della moglie e madre di tre figli (una figlia da un precedente matrimonio e due adottati).
Purtroppo la sua non fu una casa felice e l’ambiguità del nome della dimora continuava a martellarle in testa: “Which way”?

Fino al 1962, anno in cui risolse di divorziare e fu subito pronta a girare Che fine ha fatto Baby Jane, a fianco dell’odiata Joan Crawford, la cui rivalità non fu certo una trovata pubblicitaria.

Una storia, quella del dietro le quinte di questo film, che sarebbe interessante raccontare, tanti furono i colpi di scena.
Lo scorso anno, Ryan Murphy, grazie alla rete via cavo FX, si è cimentato nell’impresa, illustrando la faida tra Bette e Joan, nella prima stagione di Feud.
Una serie che, pur vantando la presenza di due stelle di prima grandezza (Jessica Lange e Susan Sarandon), non riesce a coinvolgere.

Joan, dal canto suo, fu per molti versi una donna nevrotica, impossibile, anche se nessuno si sarebbe mai sognato di mettere in dubbio la sua appartenenza al Gotha della celluloide. Aveva vinto l’Oscar per Il romanzo di Mildred e perso da poco il quarto marito, presidente della Pepsi Cola: così anche lei attuò il giro di vite della sua carriera, tornando trionfalmente sugli schermi.

Contrariamente alle aspettative delle due star, appena terminate le riprese, i produttori si espressero francamente: si sarebbe risolto in un grosso fiasco, da cui si sarebbero ripresi a fatica. Mettere in scena due attrici attempate, ormai sul viale del tramonto, era già stata una scommessa. Il fatto che interpretassero due sorelle legate da un rapporto morboso, isterico e delittuoso, apparve un azzardo e tutti sembrarono esserne convinti.

Invece, a sorpresa, il successo riscosso fu mondiale e arrivò pure la decima nomination per Bette Davis, cosa che fece montare la Crawford su tutte le furie (anche se dichiarò pubblicamente di aver sempre saputo che la sua collega lo meritasse).

Ciononostante, fece di tutto per essere anche lei sul palcoscenico della serata degli Academy Awards, tramando per rubare la scena alla sua nemica e trionfando: primo, perché l’altra non vinse l’Oscar, secondo, perché lei poté conquistare il pubblico con le sue mise e il suo charme.

L’ostilità tra le due sembrava risalire ad una contesa amorosa degli anni giovanili, ad un uomo amato dalla Davis, che l’aveva lasciata per sposare Joan. Un odio che, anziché diminuire, s’era fatto tenace, che non mancò d’infervorare la stampa scandalistica e che fece pronunciare a Bette parole crudeli dopo la morte della collega, nel 1977: «Dei morti non bisogna mai dire male, ma solo tutto il bene. Joan Crowford è morta, bene».

La Davis, d’altra parte, non si perse d’animo con l’avanzare dell’età, imponendo la sua maschera, continuando a lavorare nel cinema e poi in televisione, conducendo una vita molto attiva, scrivendo memoriali, incidendo dischi e accettando le parti che le venivano offerte. È memorabile quella ne Lo scopone scientifico, a fianco di Alberto Sordi, che lei detestava fieramente. Forse per lealtà con la sua amica Anna Magnani, che pure, non lo aveva in simpatia perché era stato l’amico di bisbocce del suo compagno Massimo Serato.

Ma nel 1989 Bette non riuscì a far ritorno a Hollywood da un festival cinematografico a San Sebastian e morì a Parigi.

Quattro settimane dopo, i suoi amici si videro recapitare un invito allo Studio 18, quello dei maggiori trionfi della Davis. L’attrice aveva predisposto tutto per dire Addio, a modo suo.

Chissà che non ci fosse un messaggio anche per noi che l’abbiamo amata?

Scopritelo voi…

Il giorno prestabilito, quando giunsero i convitati ai quartieri della Warner, una musica venne diffusa dagli altoparlanti della sala. E la voce di Bette Davis intonò le note di una vecchia canzone:

But most of all, I wish you love….

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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