Un canto romanesco. Anna Magnani, Trilussa e il tempo che fu

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Anna Magnani

Un canto romanesco ben s’addice a questi giorni, anche se raccontare Roma non è facile.

È detta la Città Eterna, ma sorridiamo di canzonette, stornelli, battute salaci e luoghi comuni. Neppure la kermesse della politica tocca la sua vera essenza. Che, a ben guardare, non è neanche nei monumenti, anche se la ricchezza della sua storia abbaglia i visitatori e li rende partecipi di qualcosa

Forse l’anima di Roma è ancora nascosta in qualche vicolo, tra un capitello e una fontana, nell’afrore di verdure di un mercato rionale, che ieri faceva spazio all’artigianato russo e oggi accoglie qualche cinese con la sua mercanzia.

Un certo spirito dissacratore fa capolino da una poesia del Belli, ride accanto a qualche saltimbanco sulle vie dei ricchi.

Di sicuro puoi scoprire qualcosa nelle sequenze dei film di Luigi Magni o in un tranello teso da un marchese buontempone.

Da Trastevere a Testaccio, fino all’arco di Travertino e i Mercati Traiani, i Fori, il Colosseo, Villa Borghese, il Palazzaccio e Castel Sant’Angelo…

Puoi girarla in lungo e in largo e sapere ancora poco.

Roma è sempre stata aperta a tutti, ma conoscerla davvero non è facile.

È un po’ come Anna Magnani, l’attrice che ha meglio rappresentato lo spirito di questa città.

Come lei, ti obbligherà a venire a patti con la realtà, prima di poterla amare. Lo farà con crudezza, ma poi a parlare sarà il cuore.

Di sicuro Anna appartenne a Roma e Roma le appartenne, ma quel che leggerete in qualsiasi biografia sul web, non sarà in grado di descrivere la sua verve, la sua personalità artistica.

Non ve la restituirà travolgente, come chi la conobbe a teatro o a passeggio per le vie della capitale. E pur osservandola recitare nei film, è impossibile rievocare l’incanto dell’improvvisazione, il contatto che aveva col pubblico, immediato, viscerale.

Ma se saremo fortunati, potrebbe apparire, tra fantasia e memoria, uno sfondo con la luce giusta, a fare da contraltare alla nostra storia…

È sera, siamo all’uscita di un teatro e una combriccola di attori raggiunge un vecchio locale di Trastevere. O magari è Testaccio. Oppure un’onesta trattoria del rione Campitelli, come quella del film C’eravamo tanto amati, il capolavoro di Ettore Scola. Con quelle luci fredde, asettiche e l’odore di vino sfuso.

E lì, seduto ad un tavolo, potremmo incontrare Alberto Salustri, in arte Trilussa, intento alla sua cena.

È la Magnani stessa a raccontarcene, nell’interessante biografia scritta da Matilde Hochkofler:

Conobbi Trilussa al ristorante, allora abitavo a via dell’Amba Aradam a Porta Metronia.

Ero sposata da poco tempo e quasi ogni sera con gli amici si andava in un ristorante della Chiesa Nuova, da un certo Alfredo, mi pare, dove cucinavano degli spaghetti all’Amatriciana davvero meravigliosi. Non fu difficile familiarizzare con lui, a un certo momento della serata, quando gli altri avventori avevano finito di mangiare, e noi e lui eravamo sempre tra gli ultimi, Trilussa prendeva la parola e tutti si azzittivano. Parlava di tutto: di poesia,di spaghetti, donne, di amore, di debiti, di gente allegra e di gente triste. Forse a trattenerci in silenzio per tutto il tempo che lui voleva, non era quello che diceva né come lo diceva, ma semplicemente perché a dirlo era lui, con la sua presenza magnetica…”

Mi chiedo se il mio bisnonno avesse pensato lo stesso, quando, molti anni prima, aveva avuto in dono una raccolta autografa dello stesso Trilussa. Era il 1919 e al suo interno aveva posto, ben ripiegati, tanti ritagli di giornale di poesie allora inedite.

Ma leggendo il racconto della Magnani, un altro personaggio di quella Roma che fu, sembra farsi avanti. Mi pare di vederla, mentre incede tra i tavoli di una taverna, in abiti scuri e sporta al braccio. Indossa un cappello a larga falda, anch’esso scuro, su cui è appuntata una veletta logora: “So la Regina!”, annuncia con voce stentorea, prima di lanciarsi in una serie colorita di recriminazioni…

Come Anna Magnani, anche lei ti sorprende con i suoi modi autoritari, tanto quanto la principessa, scalza e nuda, che avrei incontrato tante volte su via del Corso: ti strappava un sorriso, assieme ad una sensazione inaspettata, un timor sacro, come di fronte ad una sibilla…

Anna non era da meno nell’imporre la sua personalità, conquistandoti con la sua passione per la vita e la generosità.

La Hochkofler accenna alla soggezione che si provava al cospetto dell’attrice, citando Vittorio De Sica. Fu durante le riprese di Teresa Venerdì (la prima importante esperienza cinematografica della Magnani), che il regista ammise di essere stato intimidito dalla sua esuberanza. D’altro canto, che avesse un carattere tempestoso lo sapevano tutti. Anche l’indimenticata Marisa Merlini raccontò della compagnia teatrale Totò-Magnani e di come, tra i due, ci fosse spesso maretta. Solo prima di andare in scena facevano pace…

Forse anche loro, esausti e felici dopo le fatiche a teatro, scaricavano l’adrenalina banchettando fino alle ore piccole. E, come i nostri attori del racconto, brindavano in qualche trattoria, sull’onda dell’entusiasmo delle rappresentazioni…

Anche se c’è la guerra e il coprifuoco, la voglia di dimenticare e’ troppo grande…

Il giorno in cui era stato bombardato San Lorenzo, Anna Magnani era in tournée. Ma la sorella di mio nonno si era recata in quel quartiere di buon mattino, per ritirare un manufatto artistico. Un tralcio di rose nere, forgiate nel ferro, le ultime di una sconosciuta artigiana. Era di ritorno, nei pressi di Via Nazionale, quando le sirene avevano annunciato il bombardamento: in pieno giorno, un fragore sinistro e poi il fumo si era alzato alle sue spalle.

Anna Magnani tornò immediatamente.

Ne ha viste tante Roma, anche dopo essere stata dichiarata“città aperta”…

Due anni più tardi, ispirò il titolo del capolavoro di Roberto Rossellini e consacrò Anna Magnani astro nascente della cinematografia mondiale.

In quei giorni di cui racconta il film, la casa dei miei bisnonni ai Serpenti, fu devastata da ignoti, i mobili accatastati su via Nazionale, in procinto di essere portati via…

Due mesi più tardi, ad Ostia, fu requisito l’appartamento di mio nonno per farne un comando di zona tedesco e tutta la famiglia dovette trasferirsi dai parenti.

Erano tempi cupi, girare per le strade era pericoloso: da un tram capitava di scorgere una ragazza, ghermita da due soldati in divisa tedesca, trascinata sotto un porticato… e un mattino potevi svegliarti e apprendere che al ghetto avevano deportato tutti. Accorrere disperata per sapere che fine avessero fatto i tuoi amici e, dopo aver suonato tanto, un portiere si affacciava:

Vada a casa, signorì, la famija dell’amica sua s’è sarvata…”. Era il 16 ottobre del 1943.

Eppure, in quei giorni, nei teatri si accendevano le luci. C’erano comici che avevano voglia di far cantare la gente. Si stava attenti al suono delle sirene che annunciavano le incursioni e, quando capitava, tutti (attori, addetti e spettatori) scendevano di corsa nei rifugi, interrompendo la rappresentazione…

E poi c’era Anna, che di coraggio ne aveva da vendere.

Nella citata biografia, si racconta di una sera in cui degli esponenti della Decima Mas (un reparto delle regie forze armate che non si era sbandato), fece incursione nel teatro e poi nel camerino della Magnani, per indurla a desistere dall’usare la parola “libertà” durante lo spettacolo. In caso contrario, avrebbero lanciato delle bombe sull’edificio. Conoscendo l’estro ribelle di Anna, tutta la compagnia iniziò a preoccuparsi. Lei tenne duro e solo al terzo giorno cambiò la frase:

Abbiamo bisogno di… aria pura da respirare!”. Un applauso scrosciante accolse quelle parole.

Le persecuzioni erano all’ordine del giorno, molti amici dell’attrice furono costretti a nascondersi, per evitare le deportazioni o il carcere. Una volta Anna accolse in casa Luchino Visconti, che, a causa delle sue simpatie per il partito comunista clandestino, rischiava di finire imprigionato. Ebbe paura anche lei, ogni volta che quello, sordo da un orecchio, ascoltava radio Londra alzando il volume.

Anna fu femminista senza saperlo. E non a causa di quel vecchio film, L’onorevole Angelina, che risultò essere un panegirico fazioso. Nella vita seppe sempre cavarsela, a dispetto della debolezza degli uomini che amò. Ebbe a cuore gli infelici, i diseredati, i bambini e gli animali.

Una volta, dopo una rappresentazione, aiutò della gente che aveva perso casa sotto i bombardamenti. Lo fece attaccando il loro carrettino, carico di mobili, al suo calesse, straripante di fiori degli ammiratori. Poi li accompagnò dai parenti che li attendevano.

Erano tempi durissimi, anche se Roma era Città aperta, cioè dichiarata priva di installazioni militari, per impedirne la distruzione.

I viveri scarseggiavano e, chi poteva, vendeva quel che aveva al mercato nero, per poter incrementare le magre razioni familiari, concesse dalle tessere annonarie. Ci furono massaie, tra cui la mia nonna paterna, che vennero trattenute alle Mantellate (un convento che ospitava la sezione femminile del carcere di Regina Coeli), per aver preso d’assalto il forno del pane.

Il quartiere di S. Lorenzo fu il primo ad essere bombardato, ma seguirono altre 50 incursioni. Fino al giorno della liberazione, su Roma, furono sganciate dalle forze aeree alleate sul Mediterraneo, 4000 bombe, che provocarono 3000 morti e 1500 feriti.

Anna non perdeva occasione per aiutare, quando le era possibile.

Continuò così anche dopo la guerra, quando convinceva intere comitive di amici e colleghi, con cui era a cena, ad accompagnarla a portare gli avanzi ai gatti randagi. Il commediografo Tennessee Williams, suo grande amico, ne fece menzione all’orazione funebre per la Magnani, tenutasi in contemporanea a New York, molti anni dopo.

Torre Argentina, il Colosseo, Villa Borghese, facevano parte di un tour obbligato per rifocillare le colonie dei gatti di Roma.

Dotata di rara sensibilità, Anna riscattò Banana, cavallina rustica e mordace, destinata al macello.

In un tempo in cui essere animalisti era considerato una stravaganza, nella sua casa al Circeo, lasciava che le galline vagassero libere, senza pericolo d’essere cucinate e portate in tavola per qualche banchetto.

Un altro curioso episodio, citato anche questo dalla biografa, riguarda un gattone nero che era appartenuto a Trilussa e che, dopo la morte del poeta, era stato allontanato da certa gente superstiziosa. Appena Anna ne venne a conoscenza si rifiutò di proseguire il suo lavoro, finché non fosse stata riportata a casa la bestiola. E l’ebbe vinta.

Di certo Anna Magnani, oltre che professionista di talento (definita “la più grande attrice del mondo”), fu anche una gran donna, che uscì dai canoni, facendo quello che a quei tempi nessuno ebbe il coraggio di fare, pagando sempre di persona per la sua sincerità e libertà di pensiero.

Tante volte l’ho immaginata passeggiare, elegante come una signora del gran mondo e non come la popolana dei suoi film. Perché è così che mia nonna materna me la descrisse. La incontrò a Largo Argentina: “Una bella signora dai modi affabili, in tailleur nero e collo di volpe... ma con le gambe troppo magre…”
E sì, di quegli attori, come la Magnani, Aldo Fabrizi e tanti altri, che interpretarono lo spirito del tempo, si parlava come fossero vicini di casa o parenti…

Prima ancora che Alberto Sordi conquistasse la sua fama, Anna era già una vedette apprezzatissima. Erano artisti che amavi non solo per la loro bravura, ma perché raccontavano di quel piccolo mondo antico in cui eri cresciuta.

Ricordo un altro fatto, accaduto nel 1971 ad un’amica di famiglia. Quel giorno sfrecciava con una Porsche color melanzana, da Ostia in direzione Roma. Ma, percorso meno di un chilometro, dovette rallentare. La informarono che il traffico era stato deviato perché “stava girando la Magnani”. Si trattava degli ultimi ciak de L’automobile.

Al termine delle riprese, l’attrice salutò tutti con calore, soffermandosi accanto alla nostra amica, che nel frattempo era scesa dalla macchina con il figlio, un bimbetto vispo. Anna Magnani si complimentò per il pupo. Poi, d’impeto, lo sollevò in braccio:

Ce n’ho uno anch’io signò, so dolori ma pure gioie!”, disse, e aveva gli occhi lucidi.

Sì lo so”, aveva risposto timidamente l’altra. Era vero: tutti sapevano di Anna, del suo unico figlio amatissimo, della vita sentimentale tempestosa, del suo grande talento e delle sfortune, ma anche del suo bisogno di essere amata, apprezzata.

Mi chiedo a quanta gente sia capitato d’incontrarla e se qualcuno ne serbi ancora il ricordo…

Quando girò i suoi film all’estero, osannata dalla critica americana, Anna avrebbe potuto lasciare Roma per una carriera sfolgorante oltreoceano, ma non volle.

Neanche l’Oscar la convinse, quello che meritò per La rosa tatuata. Val la pena ricordare che fu la prima attrice italiana a ricevere questo riconoscimento.

Vorrei averla conosciuta, ma non saprei immaginare cosa avrebbe potuto dire di questa carrellata un po’ nostalgica… se non, forse: “Ah ragazzì, mo’ la fai finita de raccontà e cominci a parlà dei film….”

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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