A touch of Summer, un messaggio, una canzone, un tocco d’estate, appena un pizzico, che trionfa sull’incondizionata follia.
C’era da aspettarselo da un regista come Billy Wilder che, ormai vecchio per la Summer of love, si incapricciasse tanto di quella short term comedy di Samuel A. Taylor a Broadway, da farne un film.
Una commedia agrodolce che parla d’amore e di salsedine, da rivedere dopo essere stati al mare di pomeriggio, quando è increspato d’oro e d’argento (il nostro mare, mica quello della California).
Potreste scoprire di trovarvi sul Tirreno e aver voglia di tuffarvi nella tenerezza, nell’imbarazzo di un bacio salato. Come quando eravamo giovani, forse un po’ goffi, e non sapevamo che il sentimentale doveva essere anche un po’ cinico per conquistarti il cuore.
Cosa è successo tra mio padre e tua madre (Avanti!, 1972) fu per Wilder come intingere il pennello nell’acrilico per dipingere quella che definì una “bittersweet love story”, memore del Breve incontro di David Lean, del 1945.

Collaborando con il suo sceneggiatore storico I. A. L. Diamond, riscrisse tutta l’opera di Taylor rendendola una physical comedy. Rinunciò alle spiagge di Malibù, all’adattamento teatrale che ambientava la storia nella capitale d’Italia, ma pure alla sicurezza di un film da cassetta, per allestire a modo suo un affresco d’estate. A modo suo, perché tornare in Europa fu come recuperare solo il bello delle sue memorie: il sole e il mare dell’Italia costituivano lo scenario ideale, ma a pervadere Billy c’era uno spirito che non sarebbe apparso melenso neanche in un romanzo cortese.
Le tinte del sentimento le aveva aggiustate con cura, a volte sarcastica, altre feroce, le aveva esasperate in Viale del Tramonto (1950), nascosto nella fedeltà del maggiordomo (il glaciale Erich von Stroheim); si era lasciato tiranneggiare da Humphrey Bogart e affascinare dall’anti Marilyn Audrey Hepburn in Sabrina (1954, dalla commedia di Taylor, Sabrina fair); aveva giocato a rimpiattino con Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza (1955) e in A qualcuno piace caldo (1959)…
Non più nel fiore degli anni, dopo aver demitizzato Sherlock Holmes (Vita privata di Sherlock Holmes, 1970), Wilder realizzò Avanti!
Lo fece coinvolgendo maestranze italiane, mentre tra gli attori si pensò a Nino Manfredi per il ruolo del direttore dell’hotel, poi scartato a causa del non fluente inglese (un punto in meno per il film); invece fu confermato il ruolo del nostro Pippo Franco.
In quell’occasione, il regista rinnovò molte delle sue collaborazioni: behind the camera volle Luigi Kuveiller e come production designer Ferdinando Scarfiotti; Kuveiller aveva colpito Wilder per il suo lavoro con Elio Petri (Un tranquillo posto in campagna, 1968): l’aspirazione del regista sarebbe stata quella di conferire ritmo e gusto italiano al film, ma fu piuttosto la sua immaginazione a prevalere.
Voleva rendere onore ad una storia tinta di rosa, intima, personale, essenziale, divertente, condita di sexy things e di satira sociale, forse dai tempi cinematografici un po’ troppo lunghi, ma Wilder protestò che ne aveva bisogno per non appiattire i personaggi.
Anche nelle relazioni sentimentali Wilder avrà approcciato le belles filles con qualche battuta intelligente? Mi chiedevo. Perché la passione per le donne l’ebbe eccome, quando in un’intervista gli chiesero come pensasse alla sua morte, rispose: “All’età di 104 anni, sano come un pesce, ucciso a colpi di pistola da un marito che mi ha appena colto in flagrante con sua moglie”.
L’ironia gli era connaturale, corroborata dall’accento tedesco che non perse mai, come il regista che più lo influenzò: Ernest Lubitsch. Avrebbe sempre rammentato le lezioni del suo maestro, incorniciato nel suo ufficio spiccava un memento: How would Lubitsch do it? (Come l’avrebbe fatto Lubitsch?)
E arriviamo al suo cinismo: quello di Wilder era sano, me lo immagino con una lacrima furtiva che si vuole ricacciare indietro.
O forse gli derivò da quei sacrifici di cui non amava parlare, come l’abbandono della madre che non volle seguirlo in America e che morì in un lager nazista. Poi c’erano le cose di cui amava parlare: dell’essere stato un provetto ballerino, per esempio, e giornalista.
La passione che riversò nel cinema, articolata e raffinatissima, non mancò di un po’ di fortuna quando poté lavorare a fianco di Lubitsch. Costui non voleva favorire i suoi connazionali e al momento in cui si trattò di scegliere tra gli screen writers del team rappresentato da Wilder e dal suo partner lavorativo, scelse il secondo perché era americano.
Poi gli fu detto che la coppia di scrittori lavorava sempre assieme e solo allora ingaggiò Billy. Fu così che Billy (Samuel) Wilder coscrisse Ninotchka per la regia di Ernest Lubitsch.
Intensità, passione, ritmo, divertimento e sopratutto tecnica alla base del successo di Wilder. Opere spassose, ma anche noir, precedettero Avanti! che non è solo un tocco d’estate, è una nuova primavera, qualunque età si abbia, come recita il sottotitolo dello script: A touch of Spring.
Vi si racconta di un tale Wendell Armbruster Jr, Jack Lemmon, che parte per l’Italia dagli Stati Uniti perché il padre è stato coinvolto in un incidente di auto ed è morto durante una vacanza. Giunto ad Ischia (Roma, nella commedia originale) apprende che il padre non era solo quando è morto, ma con una donna, Katherine Piggott, di cui la figlia Pamela è giunta a recuperare la salma.
Questo fatto getta Armbruster nello sconforto, dato che il padre gli era sempre apparso un pilastro della comunità, dai rigidi valori morali. Le due salme saranno un pretesto per intessere la trama che porterà i figli a vivere una storia d’amore, proprio come i loro genitori. Juliet Mills è Pamela, romantica come i suoi sogni e dalle idee chiare su quello che conta per lei, l’amore sopratutto.
Che la commedia fosse un tantino immorale lo gridò qualcuno, ma il fatto che al termine il marito tornasse dalla moglie tacitò i piccoli borghesi.
A Clive Revill, nei panni del direttore dell’hotel Carlo Carlucci, andarono gli onori per la parte che avrebbe dovuto interpretare Manfredi:
“In Italia il pranzo è dall’una alle quattro” annuncia Carlucci nel film
“Tre ore per un pranzo?”, sbotta Wendell
“Sig. Armbruster, qui non corriamo al drugstore per un panino al pollo e una coca cola. Ecco, ci prendiamo il nostro tempo. Cuciniamo la nostra pasta, cospargiamo il nostro parmigiano, beviamo il nostro vino, facciamo l’amore…”.
Mi fu chiaro che a Billy piacesse raccontare le infedeltà e se pensiamo a Quando la moglie è in vacanza (Seven year itch) o L’appartamento (The apartment) ne scovò i retroscena comici.
Sarà il mare, sarà che sto invecchiando, ma ormai sono certa che il sarcasmo di Wilder fosse una forma di sentimentalismo, proprio come la malinconia si addice alla caducità dell’amore.
Di Avanti! me ne innamorai, anche se non fu amore a prima vista, fu come quando incontri una persona e di primo acchito la detesti, la trovi urticante e disturbante.
Il disagio di Pamela Piggott, per esempio, il suo considerarsi grassa, mi infastidiva; erano i tempi di Twiggy e le forme rotonde erano ben lungi dall’essere considerate di moda, ma fu Wilder a volere che l’attrice prendesse peso per interpretare Pamela.
Era assai più graziosa del suo flaccido compagno di scena, ma agli uomini era sempre concesso essere sé stessi, mentre l’ammissione di insicurezza da parte del personaggio femminile mi appariva una resa incondizionata. Gli stereotipi imperversavano anche a riguardo della mamma di Pam…
Che dire del protagonista, interpretato da Jack Lemmon, se non che mi appariva intollerabile? Un vecchio capitalista isterico e pieno di manie (con le quali meritò il Golden Globe come migliore attore).
Sarebbero passati anni perché capissi che l’intento di Wilder era il dileggio di quel tipo di società, intabarrata nelle sue granitiche certezze. Unica evasione quella finestra aperta sul mare, almeno per un mese l’anno.
La sventatezza della coprotagonista diveniva allettante, man mano che il racconto si snodava, mentre i luoghi comuni disseminati per descrivere i personaggi italiani (abitudini mafiose, faziosità) erano conditi opportunamente di humor, sovraesponendo i timori dei bravi americani, pudicamente ignari delle beghe dei poteri di casa loro.
Proprio qualche anno fa, vedendo un episodio di una delle serie poliziesche più famose d’America, constatai che la percezione di quel popolo nei nostri confronti non è cambiata o più probabilmente certi cineasti furbi sanno assecondare le convinzioni del loro pubblico: la descrizione dei pescatori sul molo del porto di Napoli sembrava un backstage anni 50.
In Wilder invece non c’era alcun senso di superiorità, nessun giudizio, nessuna presupponenza. Giocosità, piuttosto, divertimento sottile e negligenza. Ci sono certi film che crescono con te.
Poi c’è il mare. E Ischia, lei sì era la vera protagonista, la costiera amalfitana, con quel senso frizzante di libertà nell’aria, per sottrarsi ad una malintesa moralità, che aborriva l’indecoroso, come nuotare nudi fino agli scogli.
Non ce lo aspettavamo da due anglosassoni di mezz’età, ma neanche dai cattolici isolani, semmai ce lo saremmo aspettato da una cultura nord europea, quella del DNA di Wilder. Godere del sole sulla pelle nuda, per poter apprezzare ogni attimo della vita, la cultura italiana, l’ottimo cibo, il buon vino e poi ballare sotto le stelle Senza fine, dimentichi degli istanti che passano…
La colonna sonora di Carlo Rustichelli accompagna il film con ritmi di tarantelle e motivi d’amore, attingendo generosamente agli hit dell’epoca: Senza fine, La luna di Don Backy…
…Un’ora sola ti vorrei, risuona da uno smart phone, subito interrotta da dita agili, mosse da una ricerca compulsiva.
Non ricordo quando la ascoltai al pianoforte la prima volta, mi sembra tanto tempo fa. Rievoca pomeriggi profumati di rosmarino e lavande, meloni spontanei e l’albero del pane tra i fichi d’India; al termine di un viottolo di terra battuta, c’era una casa di sassi di fiume, a cui si giungeva solo via mare.
Dovevo essere molto piccola, in quelle estati sotto il promontorio di Palinuro, agli Infreschi, dove negli anni 70 mio padre comprò due vigne a picco sul mare, lambite dalla luce del faro. Quando fosse divenuto vecchio, voleva andarci a vivere e dedicarsi alla libera ricerca in campo medico. Invece rimase sempre giovane.
Quei sogni divennero cartine tornasole per misurare l’onestà, ma pure il romanticismo, che, se sincero, è spesso nascosto da un velo di cinismo.
In queste notti d’agosto stellate, attendo che succeda qualcosa che restituisca senso ai miei ideali e cerco dappertutto, anche in una vecchia pellicola, come ad interrogare un fato già scritto, mentre qualche nota delle canzoni composte da mio padre s’infrange sugli scogli.
Per restituire importanza a ciò che abbiamo avuto, forse, occorre perderlo: i primi passi sulla spiaggia / castelli di sabbia cancellati dall’onda come i sogni belli / non rimane che il ricordo di te…
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.













7 risposte
Ho trovato molto romanticismo in queste storie, certe situazioni appartengono ad una categoria che non si fa mancare nulla, compreso l’amore rubato Certo che il benessere e la notorietà lascia campo libero, e anche la stampa pur evidenziando uno scandalo lo rende proficuo di pubblicità. Beati i liberi e ricchi!
La marcia in più..che ti caratterizza è sicuramente l umiltà associata alla purezza d animo…connubio vincente …
Mirella
Ciao Anna, benvenuta in Polvere di stelle e grazie di parteciparci le tue considerazioni. Difficile dire se si tratti di gioie rubate con facilità: forse sì, per il vecchio Armbruster, meno per la modesta manicure che risparmiava tutto l’anno per quella vacanza. Entrambi erano prigionieri, direi: il primo della sua condizione dorata, la seconda della favola di Cenerentola…
Il film lo vidi in bianco e nero moltissimi anni fa. Non lo ricordo più nei dettagli e persino la trama mi sfugge del tutto. Solo la chiesetta di Ischia mi è rimasta impressa come connotato della location. Ma posso dire con certezza che la pellicola mi divertì molto. Appena riesco a trovarlo voglio rivederlo per la seconda volta. Con sorpresa ho scoperto che c’era persino Pippo Franco, neppure lui rammentavo! Scrupoloso timbratore di scartoffie funebri nel film. Oggi candidato assessore al comune di Roma. Si parla addirittura alla cultura! Sai che risate, lo dico con benevolenza. Ho tentato di rimediare con You Tube, ma l’unica versione per intero è solo disponibile in tedesco. Mi son dovuto accontentare degli spezzoni. Fra essi la scena della mela che Pamela mette a tavola al ristorante. Si spiega ulteriormente perché Wilder volle che l’attrice mettesse su qualche chilo. La sorpresa culinaria non sarebbe stata credibile con la protagonista un po’ magrolina. Ci saremmo trovati di fronte ad una di quelle misteriose trovate alla Bunuel su cui critici e spettatori si lambiccano il cervello per capirne il senso. La movimentata scena del cambio dei vestiti nella toilette dell’aereo invece scatena la fantasia bacchettona dei benpensanti. Tipico dell’umorismo provocatorio di Wilder. Quanto al mancato inserimento del grande Nino Manfredi nel cast, forse doveva andare così. Spesso capita che attori inseriti all’ultimo momento si siano rivelati funzionali alla resa del film.
Jo ha sempre la capacità di invogliarti alla scoperta o riscoperta di un’opera.
Colgo l’occasione per rivedere questo film divertente, a torto sottovalutato. Grazie di questo articolo che sembra un film nel film…
Ringrazio Mirella e Domenico per la loro generosità e l’attenzione che hanno per i miei racconti. Grazie di cuore.
Ohhh cara Jo, quanto vorrei vedere questo film! Posso solo sperare in Rai movie… Intanto me lo metto in evidenza nella prima pagina della mia agenda, dove scrivo dei libri e dei film che mi ripropongo di vedere, e a fine anno verifico cosa son riuscita a fare grazie Jo!