Don’t worry be Zombie. Cosí parló Daniele Misischia

Per fare un horror vero ci vuole un creativo vero.
Elementare Watson, avrebbe detto il piú illustre tra i mind hunters.
Se davvero l’apocalisse colpisse le nostre città, scommetto che i giornali darebbero la notizia con pudore, visto che niente, in questi tempi di mestizia, sembra far contento il popolo della rete. Tantomeno lo spettatore italiano, che con l’horror ha un rapporto contaminato da narrazioni d’oltreoceano.

Ma per effetto di una clonazione inaspettata, di un virus sfuggito a qualche laboratorio, nel 2018, il bel film di Daniele Misischia è balzato nei gradimenti.
The end? L’inferno fuori ha debuttato senza polizza di assicurazione, in modo verace, forte delle abilitá acquisite dal suo creatore, dotato di un’indubbia vitalità artistica, sostenuto dalla lungimirante produzione dei Manetti Bros.

E se i film di Dario Argento decomponevano il reale, proponendoci un’ermeneutica terapeutica, ora ci dovremmo fare l’autodiagnosi dal virus che contagia gli zombie.
 Lo stesso dicasi di quello della cecità, come per il venerabile Jorge che ne Il nome della rosa era convinto, a torto, che le passioni che rallegrano noi mortali tappezzino le vie dell’inferno.
Il film di Misischia è piú di uno zombie movie e, come in Romero, vi soggiace una satira sociale.
Quindi non solo fedeltà a un genere, ma per salvare l’arte, in un’epoca in cui dio-perdona-zeitgeist-no, l’esitazione ha vita breve. Presentiamo subito il regista e cosceneggiatore del film, ringraziandolo per aver accettato di rispondere alle nostre domande.
Nel 1986, Mi.An., recensendo il film Deliria, si chiese se fosse nato un nuovo Dario Argento. The end? L’inferno fuori, lascia ben sperare. Daniele, cosa puoi dirci del tuo film?
The end? L’inferno fuori nasce dalla voglia di raccontare una storia rinchiusa tra quattro mura, in questo caso tra le mura di un ascensore. Venendo dal cinema no-budget ho sempre pensato che sarebbe stato molto più facile farsi produrre un film con un’idea di base molto semplice. Così insieme a Cristiano Ciccotti (l’altro sceneggiatore) abbiamo messo su una storia con un attore, una location ed una situazione spaventosa.
La sceneggiatura è rimasta nel cassetto per più di 7 anni, dopo alcuni tentativi fallimentari, con persone poco serie che c’hanno fatto perdere solo tempo, fino ad arrivare ai Manetti Bros  (con cui ho lavorato come regista di seconda unità e operatore sulle serie tv Il Commissario Rex e L’ispettore Coliandro) che da subito l’hanno apprezzata e deciso di produrla insieme a Rai Cinema. Da lì in poi la situazione è filata liscia come l’olio e la lavorazione del film è andata esattamente come volevamo.
La mestizia di cui abbiamo parlato all’inizio non è un sentimento difficile da identificare, perché tremendamente famigliare, cosí il film non attinge a canovacci esoterici, ma mira a presentare una situazione che sia piú vicina al pubblico, in cui ci si possa riconoscere…
Penso da sempre che “il film di zombie” sia prima di tutto un film “politico” o “sociale”. Senza questo sotto-testo un film di zombie sarebbe solo un banale e noioso film di mostri.
Il lato più affascinante di questo sotto-genere dell’horror è il fatto che hai la possibilità di raccontare al pubblico che loro sono sia gli zombie che i sopravvissuti. Per come la vedo io, in uno zombie movie sono tutti vittime… Sta a noi capire come “uscire da questa mentalità” che ci vede tutti identici, con gli stessi pensieri o tutti rabbiosi verso chi la pensa diversamente da noi. Nel caso del mio film volevo rappresentare una disumanità aggressiva e letale che si scontrava con un altro tipo di disumanità: quella del personaggio principale che crede di essere al di sopra di tutti e di poter trattare tutti come merda.
Nel mio film il protagonista è il primo ad essere infetto, e personalmente trovo tutto ciò molto attuale, se andiamo ad analizzare la situazione che sta vivendo il nostro paese, in cui “gli infetti” non fanno altro che riversare il loro odio sui social (ma anche al di fuori purtroppo) verso quello che loro reputano “il diverso”.
Considerando gli anni che ho trascorso a seguire il lavoro di uno dei più apprezzati second unit director americani, mi ha sorpresa che tu abbia mosso i primi passi come direttore della seconda unitá dei film dei Manetti Bros, eri giá cosí bravo?
Ero quello che cercavano: un regista capace di stare fisicamente dietro la macchina da presa e che sapesse dirigere sequenze (soprattutto action) in tempi ristretti e con pochi mezzi, sapendo improvvisare quando serviva, senza perdere tempo. Ho imparato molto sui set dei Manetti e credo di aver dato anche tanto.
Siamo prossimi ad Halloween e mi piacerebbe ricordare con te due capolavori della cinematografia horror, peraltro molto diversi, nei quali la sceneggiatura ha sempre tenuto conto del testo originale. Da regista e sceneggiatore, ma anche da spettatore, cosa pensi di due classici del genere come L’esorcista di William Friedkin e Suspense (la versione del 1961 de il Giro di vite di Henry James)? E quale il tuo film horror preferito?
L’esorcista è un grandissimo film, che mi fa ancora tantissima paura. Grande atmosfera e grandissima messa in scena, ma non lo reputo uno dei miei horror preferiti, non è un film con cui sono cresciuto. L’altro che hai citato proprio non lo conosco. Forse il mio film preferito è Evil Dead (La Casa) di Sam Raimi. Credo che da questo film sia partito tutto il mio amore per un certo tipo di film horror. Un film imperfetto, realizzato con tantissime difficoltà e che (forse) non è nemmeno invecchiato benissimo, ma che comunque ha saputo impostare uno standard tutto nuovo nell’horror e con la strepitosa messa in scena di Raimi (molto ricercata) ha saputo ricreare un’atmosfera spaventosissima pur avendo a che fare con pochissimi mezzi. Atmosfera che funziona ancora benissimo.
The end? L’inferno fuori
Puoi parlarci dei tuoi progetti? Sappiamo che hai almeno due film in cantiere. E dopo? Salperai verso lidi che non hai ancora finito di esplorare?
Ho passato i primi 7 mesi del 2019 a preparare, insieme a Ciccotti, un nuovo film. Un action/horror con elementi da road movie… era quasi tutto pronto, ma all’ultimo momento, una delle produzioni che doveva finanziarlo si è tirata indietro in modo assolutamente ingiustificato, mandando in polvere tutti i nostri progetti di portarlo a termine.
È stato un brutto colpo anche perché eravamo tutti pronti a partire. Per fortuna poco dopo è sbucata fuori una nuova opportunità lavorativa per un film molto più grande, con una produzione molto più grande. Sempre un horror ma completamente diverso da The end? Per ora non ne parlo più di tanto per scaramanzia, ma spero che entro un mese venga ufficializzato il tutto.
Inoltre, sempre insieme a Ciccotti, abbiamo scritto una sceneggiatura di un noir/crime violentissimo che diventerà presto un fumetto disegnato dal bravissimo Stefano Cardoselli (disegnatore eccezionale di Orbetello). Dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno, e l’idea, in futuro, è quella di farlo diventare un film autoprodotto… dato che, anche questo, si basa su un’idea produttivamente molto semplice.
Grazie Daniele, molto intrigante la tua visione. Il giro di vite è un classico e l’avevo utilizzato per mettere a confronto l’horror che ha radici dentro di noi, con quello la cui visione si rende esplicita sullo schermo e sulla quale non c’è dubbio alcuno (almeno nella finzione scenica) come ne L’esorcista.
Quando posi questa domanda a Federico Fellini, che amava il mistero e l’occulto (in modo diverso dagli horror movie), mi rispose che dipendeva tutto da chi fosse ad osservarlo. Fa piú paura vedere l’orrore o supporlo?
Dipende dal tipo di film horror che si sta facendo o si sta vedendo. In ogni caso però un “vero” horror dovrebbe puntare soprattutto sul riuscire a mettere in scena un’atmosfera sempre di tensione e disagio. E’ la cosa più difficile secondo me, ma se ci si riesce poi non c’è bisogno di mostrare chiaramente l’orrore, dato che l’orrore si respira già nell’aria. Guarda film come Rosemary’s Baby o il sottovalutatissimo Chi Sei? di Ovidio G. Assonitis. Il Male è sempre presente e gira intorno ai personaggi anche quando non lo vedi… e questo basta a spaventare.
Hai glissato sul riferimento ad Argento. Ma il tuo entusiasmo nei film è paragonabile al suo, in cosa ti senti simile e in cos’altro ti differenzi?
Argento è un grandissimo Maestro del Cinema. Adoro i suoi film fino alla fine degli anni 80, ma non lo vedo come una grande fonte d’ispirazione per quel che mi riguarda. Ho sempre preferito i film di Lucio Fulci che si avvicinano di più alla mia concezione di paura.
Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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